Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 172 - 12 giugno 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 172 – 12 giugno 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 172.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ E dopo venne l’estate e le giornate erano lunghe....


Simone Comi
Libano e Iran, elezioni e futuri scenari regionali


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Elezioni europee: tra realtà, miti e paure


Davide Biassoni
La fear-politics della destra estrema


Luca Rossetti
Verdi al bivio: tra Green New Deal e radicalismo sterile


Valentina Pasquali
L’America ci osserva dubbiosa


Gianfranco Aurisicchio
Un’Europa politica per un’Europa economica


Visualizza versione stampabile




Nicola Pasini
Il punto/ E dopo venne l’estate e le giornate erano lunghe....

L’esito della tornata elettorale delle europee e delle amministrative ha fotografato i reali rapporti di forza tra maggioranza e opposizione e ha messo a fuoco un delicato passaggio di grado della competizione in atto: quella tra PdL e Lega e quella tra PD e Idv. Alle amministrative abbiamo poi avuto la conferma che anche su scala locale roccaforti non ve ne sono più…vince chi si presenta con proposte credibili per governare il territorio, le rendite di posizione sono sanzionate…ed è bene che sia così!
Ad ogni modo, consapevoli che per l’opposizione si debba ripartire dai fondamentali (forse è vero che i riformisti non hanno un’idea di società da proporre agli italiani dalla lontana Conferenza programmatica del PSI della ‘primavera’ del 1981…), con tanta tantissima umiltà, vorremmo proporre solo alcune questioni politiche, nei confronti delle quali non dobbiamo avere l’ansia di rispondere in modo affrettato (la gatta frettolosa fece i gattini ciechi!).
a)     Quale sarà l’evoluzione del sistema partitico italiano, a prescindere dall’esito referendario? Bipolarismo, bipartitismo o che altro?
b)     PdL+Lega, PD, IdV, UdC, gli altri: siamo di fronte a blocchi politici e conseguenti blocchi sociali contrapposti? O tutto è molto più vischioso?
c)     PD: non solo che cos’è e che cosa non è, ma come è percepito dagli italiani? PD: che cosa dovrebbe e potrebbe diventare (valori, linguaggio, parole d’ordine, politiche)? Quale deve essere la sua articolazione territoriale? Come uscire dalle sue difficoltà strutturali al Nord, ma anche al Sud…?
Infine, PD e la sua leadership: come costruire una nuova classe dirigente, a partire dalle zone dove l’assenza o la presenza del PD non è comunque percepita (un po’ come è trattata la filosofia dai non filosofi, ossia quella scienza colla quale o senza la quale si rimane tale e quale…)?
C’è tutta l’estate per studiare, poi a settembre cominciano gli esami di riparazione….Mal che vada, si ripete l’anno…alle bocciature qualcuno ha fatto il callo!

direzione@formazionepolitica.org


Simone Comi
Libano e Iran, elezioni e futuri scenari regionali

I risultati delle elezioni politiche in Libano sembrano poter essere il primo passo verso un futuro che potrebbe rivelarsi differente da un passato segnato da lutti e da un presente caratterizzato da un’ingovernabilità frutto di veti incrociati. La scelta dell’elettorato ha premiato la voglia di stabilità di colui che ha visto morire suo padre Rafiq per mano dell’intelligence di Damasco e che ora vuole formare un Governo di unità nazionale con il blocco filo-siriano denominato “8 marzo”. Quel Saad Hariri che in una recente intervista ha messo l’unità del paese sopra a tutto e che aspetta la sentenza del tribunale internazionale per avere giustizia e conoscere i nomi dei mandanti dell’omicidio del padre. La composizione del prossimo Governo libanese sarà frutto di delicate trattative, anche se il neo premier ha già chiarito quali saranno i vincoli che legheranno la partecipazione di Hezbollah all’amministrazione della vita politica libanese. Il Partito di Dio potrà far valere le istanze dei gruppi legati alla Siria e all’Iran, così come dei cristiani guidati dal Generale Michel Aoun, ma i ministri appartenenti alla formazione guidata da Nasrallah non potranno porre il veto sulle decisioni dell’esecutivo. Modificare le dinamiche all’interno della compagine governativa sembra poter essere il solo modo per evitare la paralisi istituzionale che ha caratterizzato gli ultimi 10 mesi di attività politica nel paese dei cedri. La stabilità regionale sarà solo in parte il frutto dalla capacità dell’esecutivo libanese di contenere le istanze di Hezobollah e dei leader del blocco filo-siriano poiché dovrà essere al contempo legata alle decisioni di Gerusalemme per il prossimo futuro. I tiepidi commenti israeliani al discorso pronunciato da Barack Obama al Cairo contrapposti alle dure dichiarazioni dei leader di Hezbollah, giunte all’indomani dello scrutinio elettorale, non possono essere certo lette come parole volte a favorire la distensione. I rapporti tra Libano ed Israele saranno condizionati inoltre da un Iran che si appresta a vivere un weekend elettorale caratterizzato dalle incertezze della vigilia. Dal risultato del voto sarebbe lecito aspettarsi novità rilevanti per quanto riguarda la prossima leadership, ma una certa coerenza e continuità dovrebbero in ogni caso contraddistinguere la politica estera di Teheran.
Aperta la strada verso il dialogo con gli Stati Uniti, almeno nelle intenzioni, la prossima leadership iraniana sarà chiamata a lavorare per migliorare la situazione economica del paese senza dimenticare le istanze dei vari gruppi sociali ed etnici. Mahmoud Ahmadinejad e Mousavi, i candidati che sembrano avere le maggiori chance di vittoria, saranno quindi chiamati a gestire un paese in cui tensioni latenti e il potere della Guida Suprema possono influenzare profondamente i rapporti della leadership con gli altri attori internazionali. Pasdaran e Basiji, sostenitori di Ahmadinejad, saranno ancora una volta portatori di istanze radicali che non piacciono all’ayatollah Khamenei e che potrebbero creare più di una frizione con i rappresentanti del clero sciita. Mousavi potrebbe quindi essere stato scelto dai riformatori proprio per la sua capacità di appianare eventuali contrasti con la Guida Suprema e in molti sostengono che un riformismo dai tratti abbastanza blandi possa andare bene anche a Khamenei. Di certo gli ayatollah vorranno evitare la nascita di frizioni interne al sistema nel caso si dovesse giungere ad un cambiamento della leadership al Governo, la stessa cosa non può dirsi invece probabile se si verificasse la rielezione dell’attuale Presidente. Ahmadinejad potrebbe trovare sulla sua strada un’opposizione interna al campo dei conservatori e le accuse di corruzione rivolte a personaggi vicini alla Guida Suprema non possono certo aver migliorato i rapporti con un leader politico-spirituale il cui obiettivo è la conservazione delle conquiste della rivoluzione. Dal risultato delle urne e dalle dinamiche interne che si instaureranno dopo l’entrata in carica del nuovo esecutivo dipenderà quindi la volontà dell’Iran di continuare quel percorso di riavvicinamento alla comunità internazionale che sembra essere iniziato qualche mese fa. I rapporti con la leadership israeliana sembrano poter essere l’incognita maggiore per il futuro della regione. L’Iran possiede ormai la tecnologia nucleare e i materiali per poter costruire un ordigno atomico, anche se nulla lascia pensare che Teheran abbia la capacità e soprattutto la volontà di dotarsi di una bomba nucleare. Il grande nodo da sciogliere per il futuro della regione del Medio Oriente allargato sembra quindi essere Israele. La capacità di Nethanyahu di far fronte alle istanze delle formazioni ortodosse facenti parte del Governo e la volontà di Washington di tenere a freno la leadership di Gerusalemme potrebbero rivelarsi gli elementi più importanti di una stabilizzazione mediorientale che sembra farsi sempre più possibile, ma soprattutto, sempre più vicina.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com





Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Elezioni europee: tra realtà, miti e paure

Un bilancio completo del voto europeo è fuori dalla portata della nostra rubrichetta: un’analisi di una vicenda così complessa non la si può costringere in una paginetta. E allora oggi si inizia un’analisi, provando ad affrontare subito alcune questioni, per certi versi anche minori, che nelle (finalmente) numerose analisi condotte in questi giorni sono rimaste in ombra o non sono state prese in considerazione.
Iniziamo:
1.      Il profetizzato “dilagante astensionismo” non si è “materializzato”. La media europea dell’affluenza alle urne è stata (dato ancora provvisorio) del 43,1% contro il 45,47% del 2004. Dunque, se è fondamentale interrogarsi sulle ragioni del perché tanta gente non sia andata a votare, il forte incremento delle astensioni non c’è stato.
2.      A proposito della disaffezione dei cittadini rispetto al “sogno europeo” … In questi giorni tutti a chiedersi, prima, come mai i cittadini non siano interessati alle questioni europee ed a rispondersi, poi, “perché l’Europa non parla più ai cittadini”… Noi da un po’ in questa rubrica sosteniamo invece una linea diversa: banale forse, eppure non battuta. E cioè che se ai cittadini non si parla di Europa, questi non possono conoscerla, e quindi eventualmente farsene un’opinione fondata. Come si può rimproverare l’assenza di “un’opinione pubblica europea” dopo essere stati testimoni – e in molti casi complici - di una campagna elettorale in cui anziché parlare di Europa si è parlato quasi esclusivamente delle faccende nazionali? Se l’Europa è quotidianamente assente dalla vita politica e dall’informazione nazionale come può interessare la vita dei suoi cittadini? Quanta superficialità (e ipocrisia) allora nelle prediche di alcuni che –in questi giorni – si scoprono interessati alla disaffezione europea…
3.      L’avanzata degli estremisti euroscettici poi. Di sicuro in alcuni Paesi gli estremisti euroscettici hanno avuto significativi riscontri: si pensi alla Lega in Italia (che sembra però aver attenuato un po’ i toni del suo anti-europeismo) o al British National Party nel Regno Unito, o all’ungherese Jobbik di estrema destra. Quanta enfasi è stata posta su questo dato, pur assai significativo. Ma sarebbe stato corretto ed opportuno bilanciare queste riflessioni accorgendosi anche dello straordinario successo dei Verdi d’Europa (in Francia soprattutto: si pensi al leader Cohn-Bendit; Verdi che in Italia continuano invece a “diluirsi” nelle formazioni di sinistra di volta in volta disposte ad inglobarli...). O meglio accorgendosi di come i Verdi, unico Gruppo europeo ad aver aumentato in maniera davvero significativa i propri seggi nell’Europarlamento, si siano presentati con un programma davvero europeista (il più europeista!) e con coraggiose proposte di riforma dell’economia per fronteggiare la crisi in atto.

C’è un dato comune ai voti che sono stati dati agli anti-europeisti e a quelli dati agli europeisti: in entrambi i casi si è trattato di voti “europei”, cioè manifestazione di, rispettivamente, contrarietà e favore rispetto all’Europa. Entrambe le parti in questione si sono presentate all’elettorato dando la propria visione di Europa e hanno proposto ai cittadini le loro risposte alle domande che quelle elezioni ponevano ai votanti. Ciò li ha resi credibili! Proprio questo sembra essere mancato ai socialdemocratici: basti guardare in casa nostra, alla campagna elettorale del PD. Partito che – chissà, forse anche per dimenticare un leader europeista del suo recente passato come Romano Prodi? - di Europa non parla più e sull’Europa non ha più una visione. O se ce l’ha si è dimenticato di illustrarcela...
Nel prossimo confronto tra antieuropeisti ed europeisti, tra partiti di destra e Verdi in particolare, si vede allora, da un lato, un’indicazione utile, un insegnamento per chi, nella scorsa campagna elettorale, dell’Europa si è disinteressato. Dall’altro, una grande opportunità di confronto sull’Europa. Perché avere idee diverse sull’Europa è un presupposto imprescindibile per la costruzione di un dibattito politico europeo, di un’opinione pubblica e di una democrazia europee.

mariodiciommo@yahoo.it


Davide Biassoni
La fear-politics della destra estrema

Oltre all’inequivocabile successo delle forze politiche facenti capo al Partito Popolare Europeo, e allo speculare pesante rovescio dei partiti socialisti e socialdemocratici (talvolta in misura clamorosa come per il Labour nel Regno Unito), le elezioni europee appena celebrate hanno sancito l’affermazione degli attori partitici generalmente collocati all’estrema destra dello spettro politico. Per riunire il fenomeno in questione sotto un unico “mantello” identificativo sono state impiegate diverse etichette: estrema destra, destra radicale, ultradestra, neofascismo, populismo xenofobo, e altre ancora. Le istanze partitiche sono ormai numerose e competitive in tutta Europa, tanto ad ovest quanto ad est: Front National francese, Vlaams Belang nelle Fiandre, Partito del Popolo Danese, British National Party nel Regno Unito, Jobbik ungherese, Ataka bulgaro, Laos in Grecia, e così di seguito scorrendo un lungo elenco. Tali partiti perseguono priorità non necessariamente nel medesimo ordine e sono contraddistinti da specificità nazionali, seppure siano anche collegati da un minimo comun denominatore ideologico: opposizione intransigente all’immigrazione clandestina extra-europea; lotta contro la criminalità comune; difesa della sovranità nazionale e tenace euro-scetticismo; visione sociale imperniata su ordine, gerarchia, tradizione; fobie verso culture “aliene” viste come minacce all’integrità della comunità nativa e, di lì, strenuo rifiuto del multiculturalismo e delle cosiddette “devianze”; patrocinio di teorie e visioni cospirazioniste che, facendo leva su ansie e timori, spingono ad un atteggiamento allarmistico nei confronti dei supposti “nemici” esterni ed interni alla nazione; infine, uno stile comunicativo e una rappresentazione socio-politica populista che contrappone la purezza del popolo contro la corruzione delle élites e delle forze più moderate. In termini di seggi, questo coacervo esprimerà circa una settantina di rappresentanti a Strasburgo, benché tale numero sia ancora fluido e risenta della cronica instabilità e difficoltà a consolidarsi in un gruppo autonomo, stabile, organizzato. Del resto, tali partiti si trovano uniti da ciò che vorrebbero dividere, ossia condividono un’esasperata difesa della propria individualità, benché sia proprio tale self-stretching a separarli gli uni dagli altri. Hanno conquistato fette di elettorato cospicue: in Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Italia (seppur il Carroccio sia un caso sui generis), Olanda e Ungheria i risultati sono stati in doppia cifra, ed anche in Finlandia, Slovacchia e Romania le percentuali si aggirano fra il 5 e il 10 per cento. Inediti, inoltre, i due seggi conquistati dal BNP, tacciato di diffondere nel Regno Unito un virulento razzismo e comunque capace di raccogliere quasi un milione di voti, mentre Wilders nei Paesi Bassi ha portato il suo Partito della Libertà al secondo posto, dietro solo ai cristiano-democratici. E ancora, queste forze non si richiamano alle passate esperienze del fascismo, ma fanno leva sul diffuso sentimento di smarrimento delle classi più disagiate e colpite dalla globalizzazione economica e culturale. Contestano l’Europa tecnicista, burocratica e lontana dal comune cittadino, rinfocolando l’ambito locale come perno per ricostruire una coesione sociale intimorita da forze “estranee” e puntando l’indice verso la paventata colonizzazione che starebbe mettendo radici nel Vecchio Continente a seguito delle ondate migratorie. Rappresentano quindi un campanello d’allarme che i partiti mainstream non potranno certo derubricare come semplice voto di protesta e disaffezione. Alla politica della chiusura escludente e dell’ipertrofia identitaria, quest’ultimi dovranno contrapporre un’azione mirata a ridare slancio a una visione coesa, dinamica ed efficiente dell’Europa, la quale non può diventare prigioniera di un pulviscolo di identità esasperate e reciprocamente sospettose.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Luca Rossetti
Verdi al bivio: tra Green New Deal e radicalismo sterile

L’esito delle urne nel vecchio continente riaccende l’attenzione sulla presenza dei verdi nella politica europea. E’ anche la ricerca di altri riferimenti valoriali e progettuali per il campo democratico che contribuisce a rianimare la curiosità sugli ecologisti. Nel quadro dell’ eclisse della socialdemocrazia questo interesse cresce anche sulla spinta delle suggestioni che arrivano dall’amministrazione Obama.
Al parlamento europeo, rispetto al 2004, i verdi passano da 42 a 51 membri diventando il quarto gruppo dopo il  PPE, il PSE , i liberaldemocratici e superando la Sinistra comunista (33).
Più delle metà dei componenti della compagine ecologista arriva dalla Francia e dalla  Germania con 14 europarlamentari a paese. I dati più eclatanti dell’arcipelago verde continentale sono quello transalpino per un verso, con il raddoppio della percentuale elettorale balzata dall’8 al 16,4%, e quello italiano, con i Verdi che azzerano la propria precedente rappresentanza. I verdi nostrani si sono condannati all’estinzione; ridotti al lumicino anche nella gran parte delle realtà locali in cui si è recentemente votato.
I verdi francesi e quelli tedeschi in questi anni hanno invece vissuto un processo di profonda trasformazione passando da realtà frammentate, al limite della polverizzazione, ad un nuovo rassemblement (Francia) o ridefinendo la propria collocazione  politica (Germania). In questi due paesi gli ecologisti non sono restati al palo, ridisegnando la propria identità alla luce dei mutati scenari politici nazionali ed internazionali. Certo a Parigi e a Berlino le difficoltà dei partiti della famiglia PSE hanno reso più agevole questa operazione.
Sul fronte translalpino  Cohn Bendit, ex leader del maggio francese, con europe ecologie ha messo insieme un coacervo spurio costituito da spinte europeiste, protezionismo antiglobalista campesino alla José Bovè con la battaglia anticorruzione dell’ ex pm Eva Joly, il tutto impreziosito dal suo combattivo carisma.
In Germania il processo in atto è diverso. Il co presidente dei verdi tedeschi è il turco Cem Özdemir che ha spinto i grünen in una collocazione centrista esprimendo una vocazione di governo (locale e centrale) finalizzata a cogliere l’opportunità di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Il tema delle politiche pubbliche ambientaliste è diventato la bussola dell’agire politico dei grünen animato da un approccio pragmatico, positivo e realista. Özdemir opera, nel contempo, anche per il ricambio generazionale dei Grünen. Özdemir figlio di immigrati turchi ha 43 anni, ex pupillo di Joschka Fischer, esponente dell’ala realos (pragmatica e riformista) è efficace nel sostenere queste tesi tanto che diversi osservatori si sono spinti a etichettarlo come l’Obama tedesco.
Certo, vanno tenuti presenti anche i vincoli e le opportunità costituite dai differenti quadri nazionali di partenza di ogni paese: le rispettive leggi elettorali ed i modelli istituzionali di riferimento. Fatta la tara di tutto questo la rappresentanza politica ecologista in Italia è rimasta comunque immobile, preda dell’esigenza di autoconservazione di un vecchio ceto politico nella gran parte dei casi reduce dalla battaglie politiche degli anni ’60, ‘70 e da quelle antinucleari degli anni ‘80. 
Un ceto politico spentosi per autoconsunzione dopo aver cercato la sopravvivenza nelle secche di un minoritarismo di estrema sinistra confuso tra pulsioni anticapitaliste, sindacalismo ambientalista abbarbicato alle logiche localistiche nimby e ricerca disperata di scialuppe elettorali per restare a galla. Rammentiamo che sono arrivati prima il Girasole con lo SDI, poi la parentesi della disastrosa operazione Sinistra Arcobaleno sotto l’egida di Bertinotti e, infine, l’accordo elettorale Sinistra e Libertà con vendoliani, Sinistra Democratica e socialisti.
Tutto questo cammino è stato accompagnato da una progressiva scomparsa delle tematiche ambientali dall'agenda politica nazionale tra un centro destra che, unico in Europa, ha votato al Senato un ordine del giorno negazionista sui cambiamenti climatici  e un Partito democratico che non ha ancora preso sul serio la sfida della sostenibilità.  Una sfida che potrebbe divenire uno degli spunti più vitali di una nuova narrazione politica all’altezza dei nostri tempi. Un patrimonio di valori e progetti troppo importante per essere lasciato nelle mani di uno sterile radicalismo di sinistra o di impostazioni ideologiche passatiste, pro decrescita.

rossetti70@gmail.com

 


Valentina Pasquali
L’America ci osserva dubbiosa

Dopo la tornata elettorale del 7 giugno, gli Americani guardano all’Europa con occhio critico e preoccupato, si domandano quale sarà il futuro dell’Unione e cercano di capire quale lezione politica possano apprendere loro dal risultato delle nostre elezioni.
Il New York Times pone l’accento sulla sconfitta subita nel voto dello scorso weekend da un progetto europeista serio e ci mette in guardia sul fatto che l’Europa potrebbe un giorno diventare una grande occasione persa. L’esperimento di condivisione di sovranità portato avanti dall’Unione Europea, progetto politico grazie al quale il continente ha costruito una zona di pace che va dalla Gran Bretagna ai Balcani, è indubbiamente straordinario, scrive Steven Erlanger sul Times. Bisogna ricordarsi, infatti, che 491 milioni di cittadini di 27 paesi differenti sono oggi integrati in un mercato unico che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti. “Con la leadership americana in crisi a causa di guerre controverse, e con il modello economico statunitense, fondato sul libero mercato e su scarse regolamentazioni, oggetto di critiche sempre più intense, l’Europa conta”, scrive Erlanger. “Il modello europeo d’intervento governativo nell’economia; di rigido controllo delle attività finanziarie, dell’industria e del mercato del lavoro; e i generosi sistemi pensionistici e sanitari pubblici, è oggi considerato in alcuni circoli come un’alternativa reale al capitalismo di stile anglo-americano”, prosegue il giornalista.
Eppure la crisi economica, cominciata negli Stati Uniti, sta colpendo l’Europa in maniera ancora più dura. Molti economisti sono ormai d’accordo sul fatto che la recessione durerà qui più a lungo che in America. Secondo Erlanger, l’incapacità dei leader europei, troppo concentrati su questioni nazionali, di accordarsi sulle strategie da perseguire per uscire dalla crisi, e la tendenza a cercare di risolvere i problemi di disoccupazione interna a scapito dei livelli d’impiego negli altri paesi dell’Unione, sono da considerarsi cause fondamentali delle difficoltà odierne dell’Europa e dell’insoddisfazione dei cittadini europei, sintomatica nel voto del 7 giugno. “La crisi economica mondiale”, scrive Erlanger, “ci ha fatto capire che l’Unione Europea è meno che l’insieme delle sue parti”.
Ma mentre il New York Times sostiene una linea europeista, e lamenta la mancanza di una politica economica coesa a livello dell’Unione che traghetterebbe il continente fuori dalla crisi in maniera più veloce e efficiente, le analisi della disfatta della sinistra europea che si fanno negli Stati Uniti sono le più svariate e contraddittorie.
Secondo Michael Lind, Direttore del Centro di Studi Economici alla New America Foundation ed ex professore a Harvard e Johns Hopkins, il centro-sinistra in Europa si trova ormai drammaticamente disgiunto dal proprio elettorato. L’internazionalismo tipico del socialismo europeo, trasformatosi negli anni novanta (nell’Inghilterra di Tony Blair ad esempio) in una filosofia politica pro-capitalista e anti-nazionalista, può forse piacere alle elite istruite e benestanti delle università e delle banche d’investimento, ma ha poco da offrire alla gente comune che continua a vedere nello stato-nazione l’agente che deve proteggerla da un mondo pericoloso. “Nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che, in un periodo di crisi economica, porzioni rilevanti della popolazione si rivolgano a forme estreme di nazionalismo della destra, invece che a progressisti che pensano che aiutare i propri concittadini sia in realtà una forma di discriminazione verso stranieri più meritevoli”, scrive Lind su Slate.com.
Guardando alle elezioni europee con un occhio all’America, Lind offre un avvertimento al Presidente Obama, anch’esso rappresentante della terza-via progressista, un movimento liberista e internazionalista incarnato nel passato da Bill Clinton. “In un mondo in cui anche l’illuminata Europa rifiuta gli ideali di una sinistra post-nazionale”, scrive Lind, “i progressisti americani farebbero forse meglio a riconsiderare i propri flirt con l’ideale di un’Unione Europea social democratica e, invece, cercare di riconnettersi a più vecchie tradizioni del centro-sinistra americano, in cui il liberismo, il populismo, e la sovranità nazionale erano visti non solo come compatibili, ma anche come fondamentalmente interconnessi”.
Gli Americani cercano di trarre indicazioni utili alla propria politica interna dal voto europeo del 7 giugno anche perché il risultato elettorale di casa nostra li preoccupa, in particolare per la deriva di estrema destra registrata un po’ dappertutto nell’Unione. Proprio Lind nota con una certa angoscia un paragone storico a dir poco terrificante: “La Grande Depressione in Europa portò al potere i Nazional-socialisti in Germania e altri partiti e movimenti xenofobi nel resto del continente”. E questo accadeva nel momento in cui, così come oggi, gli Stati Uniti sceglievano invece l’esperimento liberal e quasi socialista di Franklin Roosevelt e del New Deal.
Naturalmente non tutti negli Stati Uniti hanno un’opinione così negativa del voto europeo. Per una commentatrice di marca neo-conservatrice come Anne Applebaum, che ha però votato per Obama nelle ultime elezioni presidenziali e che si dice ancora nostalgica del partito conservatore inglese durante il regno di Margaret Thatcher, le elezioni europee sono motivo di entusiasmo, e la nostra politica di destra un modello da imitare per i repubblicani americani allo sfascio. “Abbiamo aspettato a lungo, ma il previsto rigurgito europeo – contro il capitalismo, il libero mercato, la destra – non e’ arrivato […] al contrario, nelle elezioni europee tenutesi quest’ultimo weekend, il capitalismo ha trionfato”, scrive Applebaum sul Washington Post.
Applebaum sostiene che la vittoria conservatrice in Europa e la quasi simultanea sconfitta della destra americana sono  entrambi da attribuirsi al fatto che i politici europei, al contrario dei leader del partito repubblicano, sono  rimasti fedeli alla propria filosofia economica liberista. Non ci sono, secondo Applebaum, equivalenti europei dei deficit di bilancio alla George W. Bush o della generosa spesa pubblica alla Barack Obama. Inoltre, invece che continuare a ossessionare l’elettorato con temi di sicurezza nazionale, come si è intestardita a fare la destra americana, i conservatori europei si sono concentrati su temi di natura prettamente economica, più sentiti dagli elettori travolti dalla crisi globale.
Non è chiaro nemmeno agli intellettuali americani se sia meglio che la sinistra europea faccia un ulteriore sforzo europeista o, piuttosto, provi a riorentare la propria politica in un’ottica nazionale. Quello che è chiaro però è che, se vuole vincere, la sinistra europea dovrà imparare qualcosa dalla sinistra americana prima che sia la destra americana a imparare dalla propria controparte europea.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Gianfranco Aurisicchio
Un’Europa politica per un’Europa economica

L’ampiezza e gravità di questa crisi economica, che è stata prima crisi finanziaria, ha innescato un dibattito in Europa sull’opportunità, o meglio la necessità, di coordinare strettamente le politiche economiche attraverso una più forte integrazione politica e la creazione di un Tesoro Unico Europeo, almeno per i paesi dell’eurozona.
Gli effetti di tale recessione sono stati drammatici, poiché la crisi del credito ha colpito il cuore del sistema finanziario, dove perdite tra i mille e i duemila miliardi di dollari sul mercato statunitense dei subprime hanno eroso le riserve delle banche, riducendo più che proporzionalmente la capacità massima di credito rispetto alle perdite delle riserve (a seconda della leva implicita nel coefficiente di riserva). Nel complesso, la crisi ha ridotto l'attuale capacità di credito di circa 20 mila miliardi di dollari.

Le azioni intraprese dai vari governi europei, che all’inizio della crisi, quando ancora sembrava che il sistema finanziario potesse farcela da solo (quasi fosse un leggero malessere da libero mercato), si erano distinti per avocare soluzioni differenti da paese a paese, da sistema a sistema, quasi che i sistemi finanziari nazionali non fossero in realtà parte di un unico sistema globale, de facto quando la crisi ha toccato il culmine e sembrava che tutto il sistema finanziario crollasse hanno agito sostanzialmente nello stesso modo. Tutti i governi europei hanno approvato politiche e interventi molto simili, dalle misure per riattivare l’economia reale (i cosiddetti stimoli), ai piani di emergenza per salvare il sistema bancario dal collasso.  Il panico scatenato dalla crisi economica ha preso il sopravvento su ogni altra considerazione di policy: chi era riluttante ad aumentare la spesa pubblica per risollevare la crescita economica (come Angela Merkel), ha invece finito per imbarcarsi in vasti piani di spesa. E coloro che anche contro la propria opinione pubblica si mostravano contrari a salvare le banche sull’orlo del fallimento (come la Bank of England, sede del liberalismo economico più radicale) hanno dovuto poi invece intervenire con piani di nazionalizzazione delle banche in crisi.
Non ci sono perciò né Giudei né Gentili, ovvero alla fine nessuno è stato conservatore né socialdemocratico, ma si è dovuto agire per necessità con gli strumenti che al momento avevano più senso data la situazione fuori controllo.  De facto, anche se non programmata, c’è stata una coordinazione delle politiche di intervento, e tutti i governi hanno optato per lo stesso tipo di strumento a parità di causa.  In un’economia globale, a problemi di crisi simili, corrispondono misure di intervento necessariamente simili.
L'Europa si trova così di fronte a un bivio: o arriva a una più stretta integrazione politica in grado di sostenere l'integrazione economica oppure vedrà disintegrarsi i mercati europei, e la conseguenza sarà la caduta degli standard di vita e il sorgere di tensioni politiche internazionali. E non sarebbe la prima volta che una crisi costringe l'Europa a fare passi in avanti sulla strada della maggiore cooperazione politica. Per restare in tempi recenti, la stessa crisi finanziaria che ha portato alla dissoluzione del Sistema Monetario Europeo e alla morte dell’Ecu nel 1992, ha in realtà accelerato i tempi e forzato i paesi a dotarsi della moneta unica, l’Euro, solo sei anni dopo.
Eppure ogni volta che si parla di riformare la Banca Centrale Europea per renderla più reattiva alle variazioni dell’economia reale, la si paragona alla sua controparte americana, la Fed (Federal Reserve System), nonostante la loro diversità di ruoli. Si sottolinea che lo scopo della Fed è il controllo del livello dei prezzi ed il mantenimento dello stato di piena occupazione, mentre lo scopo della BCE è semplicemente mantenere l’inflazione bassa.  Si sorvola però sul fatto che per perseguire i suoi fini statutari sull’economia reale la Fed agisce in coordinazione con un partner del governo che detta le norme e gli obiettivi principali di politica economica e finanziaria: ovvero il Tesoro americano. E la Fed non sarebbe la Banca Centrale che è se non lavorasse in tale coordinazione con il Tesoro americano. Sembra normale in tale contesto che Jean-Claude Trichet si presenti davanti al Parlamento Europeo, ma si rigetta l’idea che i Ministri delle Finanze dell’Eurozona facciano la stessa cosa.
Tecnicamente, un primo percorso che l'Europa dovrebbe già intraprendere per affrontare la crisi del sistema finanziario dovrebbe consistere nell’adottare regole comuni europee per l'assicurazione dei depositi e per la distribuzione degli oneri tra i governi e i creditori se le riserve delle banche divengono troppo basse per salvaguardare i depositi. Si dovrebbero anche offrire forme di garanzia europea per i paesi che affrontano difficoltà finanziarie e dare mandato alla BCE per un “quantitative easing”, cosicché la banca centrale possa acquistare titoli pubblici e privati. Il Patto di stabilità e crescita dovrebbe essere rafforzato per combattere il moral hazard che potrebbe derivare dall'introduzione di queste garanzie.
L'Europa dovrebbe poi imporre sanzioni coordinate contro gli stati membri che utilizzano gli aiuti di Stato per proteggere le industrie nazionali, e le regole di vigilanza del settore finanziario andrebbero armonizzate in tutta Europa per evitare che una competizione avversa nella regolamentazione (ovvero una progressiva deregolamentazione per attrarre investitori) eroda la solvibilità del sistema finanziario.
E infine, andrebbe facilitato il coordinamento globale tra Stati Uniti, Cina ed Europa: per farlo l'Europa dovrebbe parlare con un'unica voce negli incontri internazionali che affrontano sfide globali, quali i cambiamenti climatici e la creazione di mercati aperti.
Speriamo che la tiepidezza dell’elettorato europeo alle recenti elezioni non raffreddi ancora di più il dibattito sull’argomento ma anzi sproni per una Europa che si occupi veramente dei cittadini con strumenti adeguati e non solo esternazioni di buona volontà di un Parlamento Europeo poco forte.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com

 



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits