Valentina Pasquali
L’America ci osserva dubbiosa
Dopo la tornata elettorale del 7 giugno, gli Americani guardano all’Europa con occhio critico e preoccupato, si domandano quale sarà il futuro dell’Unione e cercano di capire quale lezione politica possano apprendere loro dal risultato delle nostre elezioni.
Il New York Times pone l’accento sulla sconfitta subita nel voto dello scorso weekend da un progetto europeista serio e ci mette in guardia sul fatto che l’Europa potrebbe un giorno diventare una grande occasione persa. L’esperimento di condivisione di sovranità portato avanti dall’Unione Europea, progetto politico grazie al quale il continente ha costruito una zona di pace che va dalla Gran Bretagna ai Balcani, è indubbiamente straordinario, scrive Steven Erlanger sul Times. Bisogna ricordarsi, infatti, che 491 milioni di cittadini di 27 paesi differenti sono oggi integrati in un mercato unico che produce quasi un terzo di più degli Stati Uniti. “Con la leadership americana in crisi a causa di guerre controverse, e con il modello economico statunitense, fondato sul libero mercato e su scarse regolamentazioni, oggetto di critiche sempre più intense, l’Europa conta”, scrive Erlanger. “Il modello europeo d’intervento governativo nell’economia; di rigido controllo delle attività finanziarie, dell’industria e del mercato del lavoro; e i generosi sistemi pensionistici e sanitari pubblici, è oggi considerato in alcuni circoli come un’alternativa reale al capitalismo di stile anglo-americano”, prosegue il giornalista.
Eppure la crisi economica, cominciata negli Stati Uniti, sta colpendo l’Europa in maniera ancora più dura. Molti economisti sono ormai d’accordo sul fatto che la recessione durerà qui più a lungo che in America. Secondo Erlanger, l’incapacità dei leader europei, troppo concentrati su questioni nazionali, di accordarsi sulle strategie da perseguire per uscire dalla crisi, e la tendenza a cercare di risolvere i problemi di disoccupazione interna a scapito dei livelli d’impiego negli altri paesi dell’Unione, sono da considerarsi cause fondamentali delle difficoltà odierne dell’Europa e dell’insoddisfazione dei cittadini europei, sintomatica nel voto del 7 giugno. “La crisi economica mondiale”, scrive Erlanger, “ci ha fatto capire che l’Unione Europea è meno che l’insieme delle sue parti”.
Ma mentre il New York Times sostiene una linea europeista, e lamenta la mancanza di una politica economica coesa a livello dell’Unione che traghetterebbe il continente fuori dalla crisi in maniera più veloce e efficiente, le analisi della disfatta della sinistra europea che si fanno negli Stati Uniti sono le più svariate e contraddittorie.
Secondo Michael Lind, Direttore del Centro di Studi Economici alla New America Foundation ed ex professore a Harvard e Johns Hopkins, il centro-sinistra in Europa si trova ormai drammaticamente disgiunto dal proprio elettorato. L’internazionalismo tipico del socialismo europeo, trasformatosi negli anni novanta (nell’Inghilterra di Tony Blair ad esempio) in una filosofia politica pro-capitalista e anti-nazionalista, può forse piacere alle elite istruite e benestanti delle università e delle banche d’investimento, ma ha poco da offrire alla gente comune che continua a vedere nello stato-nazione l’agente che deve proteggerla da un mondo pericoloso. “Nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che, in un periodo di crisi economica, porzioni rilevanti della popolazione si rivolgano a forme estreme di nazionalismo della destra, invece che a progressisti che pensano che aiutare i propri concittadini sia in realtà una forma di discriminazione verso stranieri più meritevoli”, scrive Lind su Slate.com.
Guardando alle elezioni europee con un occhio all’America, Lind offre un avvertimento al Presidente Obama, anch’esso rappresentante della terza-via progressista, un movimento liberista e internazionalista incarnato nel passato da Bill Clinton. “In un mondo in cui anche l’illuminata Europa rifiuta gli ideali di una sinistra post-nazionale”, scrive Lind, “i progressisti americani farebbero forse meglio a riconsiderare i propri flirt con l’ideale di un’Unione Europea social democratica e, invece, cercare di riconnettersi a più vecchie tradizioni del centro-sinistra americano, in cui il liberismo, il populismo, e la sovranità nazionale erano visti non solo come compatibili, ma anche come fondamentalmente interconnessi”.
Gli Americani cercano di trarre indicazioni utili alla propria politica interna dal voto europeo del 7 giugno anche perché il risultato elettorale di casa nostra li preoccupa, in particolare per la deriva di estrema destra registrata un po’ dappertutto nell’Unione. Proprio Lind nota con una certa angoscia un paragone storico a dir poco terrificante: “La Grande Depressione in Europa portò al potere i Nazional-socialisti in Germania e altri partiti e movimenti xenofobi nel resto del continente”. E questo accadeva nel momento in cui, così come oggi, gli Stati Uniti sceglievano invece l’esperimento liberal e quasi socialista di Franklin Roosevelt e del New Deal.
Naturalmente non tutti negli Stati Uniti hanno un’opinione così negativa del voto europeo. Per una commentatrice di marca neo-conservatrice come Anne Applebaum, che ha però votato per Obama nelle ultime elezioni presidenziali e che si dice ancora nostalgica del partito conservatore inglese durante il regno di Margaret Thatcher, le elezioni europee sono motivo di entusiasmo, e la nostra politica di destra un modello da imitare per i repubblicani americani allo sfascio. “Abbiamo aspettato a lungo, ma il previsto rigurgito europeo – contro il capitalismo, il libero mercato, la destra – non e’ arrivato […] al contrario, nelle elezioni europee tenutesi quest’ultimo weekend, il capitalismo ha trionfato”, scrive Applebaum sul Washington Post.
Applebaum sostiene che la vittoria conservatrice in Europa e la quasi simultanea sconfitta della destra americana sono entrambi da attribuirsi al fatto che i politici europei, al contrario dei leader del partito repubblicano, sono rimasti fedeli alla propria filosofia economica liberista. Non ci sono, secondo Applebaum, equivalenti europei dei deficit di bilancio alla George W. Bush o della generosa spesa pubblica alla Barack Obama. Inoltre, invece che continuare a ossessionare l’elettorato con temi di sicurezza nazionale, come si è intestardita a fare la destra americana, i conservatori europei si sono concentrati su temi di natura prettamente economica, più sentiti dagli elettori travolti dalla crisi globale.
Non è chiaro nemmeno agli intellettuali americani se sia meglio che la sinistra europea faccia un ulteriore sforzo europeista o, piuttosto, provi a riorentare la propria politica in un’ottica nazionale. Quello che è chiaro però è che, se vuole vincere, la sinistra europea dovrà imparare qualcosa dalla sinistra americana prima che sia la destra americana a imparare dalla propria controparte europea.
valentina.pasquali@gmail.com