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Home » Newsletter n. 173 - 19 giugno 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 173 – 19 giugno 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 173.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Berlusconi vs Berlusconi


Simone Comi
La Repubblica Islamica di fronte al futuro, quali rapporti con la comunità internazionale?


Davide Biassoni
La geografia del potere iraniano


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Caratteri europei del voto di giugno


Roberto Adamoli
Quale ruolo dell’Italia nell’Unione Europea?


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
L’Europa dell’energia


Valentina Pasquali
Turchia/ Il processo del secolo


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 19 giugno 2009


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Berlusconi vs Berlusconi

Bene, cioè male: abbiamo toccato il fondo o il peggio deve ancora venire? In questa storia che non ha né capo né coda - o meglio ha inizio nel 1994 e forse finirà prima di quanto si immagini –; in questo groviglio di politica e affari, di interessi e (a)moralità, di (in)giustizia e giustizie; in questa lotta senza quartiere che dura da quindici anni tra un paria inemendabile e una galassia politica che pur essendone stata travolta, e profondamente trasformata, ha perseguito e perseguirà fino alla fine lo scopo di espungere da sé questo corpo estraneo, si sta scrivendo probabilmente il capitolo finale: non più quello di Berlusconi e la sinistra, Berlusconi e la magistratura, Berlusconi e il conflitto di interessi, Berlusconi e i complotti, Berlusconi e la carta stampata… ma quello della lotta di Berlusconi contro se stesso.
Un Berlusconi mattatore elettorale e premier che sogna ancora di voler lasciare un’impronta significativa nell’architettura politico-istituzionale del paese contro invece un Berlusconi che si scopre sempre più stanco, deluso e annoiato dalla politica e che per questo diviene sempre più indulgente con se stesso nell’accondiscendere vizi e pulsioni. Fino a quando… fino a quando queste debolezze finiscono per prestarsi agevolmente a divenire il grimaldello extra-politico perfetto, se non per far saltare un governo o una maggioranza, certamente per logorare oltre ogni limite la reputazione del premier che presto dovrà decidere se e come vorrà reagire a questo assedio in cui egli stesso si è cacciato.
Considerazione a parte merita l’opposizione, e in particolare il Partito democratico, che preferisce affidare la sua legittima ambizione di riscatto alle miserie e alle disgrazie di Berlusconi più che alla coraggiosa ridefinizione politico-culturale, ideale e di classe dirigente, del progetto democratico che, già nato con drammatico ritardo rispetto ai tempi della maturazione delle sue condizioni sociali e culturali, langue ancora in ostaggio di un dilemma dinastico (il duello senza fine Veltroni-D’Alema) anziché prendere il largo attraverso gli sconfinati spazi aperti e quindi resi percorribili dalla crisi degli antichi paradigmi politici giunti alla loro piena consunzione (il crollo della socialdemocrazia in Europa nel voto del 7 giugno docet). La perversa auto-conservazione, la tentazione di attendere sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico, sembra per ora avere la meglio sui fermenti di rinnovamento, sulla promessa di cambiamento che il Pd ha incorporato/imprigionato sin dalla nascita. Anche il percorso congressuale, così come si sta delineando finora, in questo senso non prelude a nulla di buono. Stenta a decollare una leadership e un progetto che possa iscriversi a pieno diritto nel nuovo - nel Partito democratico tout court, senza ex -mentre sembrano indefinitamente replicarsi, in stanchi simulacri, le forze del passato. Senza un sussulto di avveniristico entusiasmo, senza uno slancio al di fuori delle secche del presente, anche se il quadro politico dovesse  improvvisamente precipitare, servendo ai democratici la chance di rientrare in gioco, il Pd non potrebbe offrire altro che la propria dark side, il suo lato resistente, letargico-inerziale. Allora, ben si potrà dire: povero il paese chiamato a scegliere tra il vecchio e un altro vecchio.
Alla luce di queste considerazioni, ha ancora senso esprimersi, in un senso o nell’altro, sul referendum elettorale che verrà celebrato domenica e lunedì, in coincidenza con i ballottaggi amministrativi? Col referendum, ancora una volta, si fa professione di fede nel fatto che le regole possano mutare la sostanza della politica. Ancora una volta si delega ad un’architettura formale la responsabilità di una maturità sostanziale che, se assente, detiene mille vie per poter eludere simili vincoli. Al contrario, la vera scommessa che ci sta a cuore, consiste nel rinnovamento profondo di una politica che non può avvenire misurandosi semplicemente con i propri avversari, ma nel farsi carico delle domande e delle aspettative di un paese che deve poter sempre contare su di una valida alternativa.



Simone Comi
La Repubblica Islamica di fronte al futuro, quali rapporti con la comunità internazionale?

Il clima di crescente tensione che sembra caratterizzare il panorama politico e sociale iraniano desta forte preoccupazioni nelle capitali di tutto il mondo. Il paese degli ayatollah è considerato infatti uno dei maggiori attori politici ed economici della zona del Medio Oriente allargato, tra i pochi a poter determinare la rottura o il mantenimento di equilibri geopolitici molto fragili. Gli scontri di piazza e la confusione dettata dal parziale isolamento mediatico in cui è stato costretto il paese sono forse tra i motivi principali che hanno determinato un atteggiamento volto alla cautela da parte di molti dei maggiori leader internazionali. La Casa Bianca ha scelto di mantenere un basso profilo rispetto ad eventuali dichiarazioni sulla situazione iraniana, con dichiarazioni affidate in primis al vicepresidente e in seconda battuta incentrate sulla preoccupazione per i civili. Nessuno insomma sembra esser disposto a prendere una posizione chiara rispetto a quanto sta succedendo in queste ore e neanche la possibilità che sia in corso un colpo di Stato da parte dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione guidate da Ahmadinejad, sembra poter cambiare questo atteggiamento. Molti analisti sottolineano infatti la possibilità che l’establishment composto da quello viene definito il “partito dei militari”, guidato da Mahmud Ahmadinejad, e dalla Guida Suprema abbiano messo in atto un programma di soppressione di quei gruppi di potere che hanno fatto dell’Iran negli ultimi anni un paese la cui multi-composita scena politica ha favorito l’instabilità. Lo smantellamento di un panorama politico caratterizzato da una pluralità di centri di potere, di personalità di primo piano, governato da un’oligarchia pluralista che permetteva l’emersione di un timido confronto politico sembra quindi essere l’obiettivo primario del Presidente e della Guida Suprema, ma non sarebbe da escludersi la possibilità che il perdurare delle proteste di piazza ostacoli questo programma.
Al momento è impossibile prevedere come si evolverà una situazione interna che si conosce solo parzialmente, ma è più facile avanzare eventuali ipotesi rispetto ai cambiamenti nelle relazioni tra l’Iran e la comunità internazionale. Una Repubblica Islamica guidata da Mahmud Ahmadinejad e dall’ayatollah Khamenei, senza il contrappeso delle forze moderate, potrebbe innanzitutto rappresentare una minaccia reale per Israele. Gli Stati Uniti sarebbero probabilmente costretti a rivedere le aperture sul nucleare civile e la volontà di un riavvicinamento diplomatico, lasciando quindi spazio alla possibilità di più frequenti innalzamenti della tensione in tutta la regione.
La pragmaticità di Barack Obama potrebbe quindi rivelarsi insufficiente a fronte di un Iran diplomaticamente poco gestibile e anche il gruppo dei “5+1” sarebbe probabilmente chiamato a dover affrontare ostacoli negoziali insormontabili. Non si dovrebbe comunque escludere a priori la possibilità che la leadership iraniana decida di continuare anche nel prossimo futuro a mantenere un atteggiamento ostile nelle dichiarazioni d’intenti, bilanciato però da aperture negoziali importanti sulla questione del nucleare e da un graduale riavvicinamento a Washington. Al momento questa seconda possibilità sembra essere non solo la più auspicabile per l’intera comunità internazionale, ma al contempo la più probabile dati anche i gravi problemi energetici ed economici che affliggono un paese ricco di idrocarburi ma povero di tecnologie per la loro raffinazione e trasformazione.

simonecomi@hotmail.com      

http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
La geografia del potere iraniano

In Iran, il timone del potere esecutivo è nelle mani del Presidente della Repubblica, carica monocratica ed elettiva con durata quadriennale, mentre il potere legislativo è esercitato dal Majlis, il parlamento unicamerale composto da 290 membri anch’essi eletti dai cittadini per quattro anni. Questi organi rispecchiano due istituzioni tipiche delle democrazie rappresentative, benché la ormai trentennale Repubblica Islamica incarni un originale e complesso tentativo di ingegneria costituzionale con l’obiettivo di fondere democrazia e Islam politico. Al vertice dello Stato sta infatti il Grande Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema e garante dei principi e valori ispiratori della rivoluzione khomeinista che, nel 1979, pose fine al regno dello Shah Reza Pahlavi portando al potere il clero sciita duodecimano. Le prerogative del Rahbar sono assai rilevanti poiché, inter alia, prevedono l’indirizzo generale delle policies governative e la determinazione della politica estera, nonché il potere di nominare i vertici di organi cruciali quali magistratura, forze armate, tv e media di stato. Di straordinaria importanza è poi l’investitura, da parte della Guida Suprema, di sei giurisperiti religiosi esperti di giurisprudenza islamica (foqaha) che, affiancati ad altrettanti componenti laici, formano il Consiglio dei Guardiani. Quest’ultimo esercita un ruolo decisivo nella protezione del principio di governo riassunto nella conosciuta formula velayat-e faqih, ossia la “tutela del giurisperito”, poiché i Guardiani hanno il compito precipuo di vagliare (e di bloccare) qualunque disegno di legge o provvedimento prima dell’entrata in vigore, valutandone la conformità alla Costituzione ma, soprattutto, rispetto alla sharia, ossia al complesso di norme dedotte dal Corano e dalla Sunna. Non solo: tutte le candidature elettive sono preventivamente sottoposte al filtro inesorabile del Consiglio che esclude a priori dalla competizione coloro che sono considerati non conformi per motivi religiosi, politici e ideologici. Considerando, infine, che i sei membri laici sono nominati dal Capo della Magistratura, a sua volta designato dalla Guida Suprema, il cerchio si chiude: il connubio Rahbar-Guardiani è in grado di reprimere sul nascere qualsivoglia istanza di riforma sostanziale del sistema e dei principi islamici sui quali è incardinato, mentre l’ordine sociale è garantito – oltre che dalla polizia – dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Pasdaran) strettamente fedeli al Rahbar. Lo squilibrio dei poteri a favore degli organi a impronta religiosa è radicato perciò nella mappa stessa del potere disegnata dalla carta costituzionale, come dimostrato anche dagli sforzi della Presidenza Khatami che a cavallo fra il vecchio e nuovo secolo cercò invano di allargare le maglie restrittive del regime politico-istituzionale. Il Majlis, infatti, si trova a fronteggiare il veto non superabile del Consiglio dei Guardiani, una sorta di “Camera Alta” che è in grado di porre in stallo anche la stessa azione presidenziale. Perché abbia inizio un riformismo liberale incisivo (escludendo una nuova rivoluzione dal basso) risulterebbe indispensabile mutare la composizione e quindi l’orientamento dei bastioni dell’ortodossia conservatrice, dando maggiori prerogative agli organi democraticamente eletti soprattutto negli scontri con i centri di controllo che finora hanno dimostrato di possedere un’indiscussa prevalenza. A livello endogeno, un aspetto importante sarà dato dal braccio di ferro fra Ahmadinejad e Rafsanjani, quest’ultimo Presidente della Repubblica per due mandati, ora a capo sia dell’Assemblea degli Esperti (eletta dal corpo elettorale e con il potere di nomina della Guida Suprema) sia del Consiglio per la determinazione delle scelte (chiamato a risolvere le controversie fra il Majlis e i Guardiani), uomo che dispone di grandi risorse economiche, influenza personale ed esponente di spicco dei conservatori moderati e pragmatici, contrari al radicalismo e all’anti-occidentalismo viscerale dell’ex-Sindaco di Teheran. Lo stesso Rafsanjani ha sostenuto alla Presidenza la candidatura di Mousavi (ex-Primo Ministro negli anni Ottanta, carica abolita dopo la riforma costituzionale del 1989) e questo può far comprendere come l’esito finale delle contestate elezioni appena celebrate rappresenti una svolta sia per il suo valore democratico – ossia nel rispetto della volontà popolare e nell’accertamento degli eventuali brogli che gravano sullo spoglio delle schede – sia negli equilibri degli interna corporis della Repubblica degli Ayatollah, la quale si trova a fronteggiare la crisi di legittimità più destabilizzante dalla sua nascita, una crisi che potrebbe cambiarne il volto per i prossimi anni e che spargerà i suoi effetti in tutta l’area mediorientale.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Caratteri europei del voto di giugno

La vicenda del voto europeo del 4-7 giugno ha espresso, nonostante campagne elettorali schiacciate sulle vicende nazionali, alcuni caratteri comuni: europei, per l’appunto. Esito, questo, tutt’altro che scontato. E meritevole, perciò, di approfondite analisi (c’è stato chi, addirittura, ha visto in esso un signum prognosticum dell’esistenza di un’opinione pubblica europea).
Quali sono questi caratteri europei emersi? Provo a redigere un primo elenco dei più significativi.
Innanzitutto, la diffusa incapacità dei politici nazionali di organizzare e condurre una campagna elettorale incentrata sull’Europa e sul significato del voto europeo oggi. Eppure c’erano temi di “dimensione” europea! Temi, cioè, relativi a questioni che per esser affrontate in maniera efficace richiedono uno strumentario sopranazionale, essendo quello nazionale (da tempo) sottodimensionato rispetto ad esse. Quanto poco si è sentito, per esempio, parlare di proposte di politiche europee per affrontare la crisi economica globale; o di politiche europee dell’immigrazione. In un momento in cui questi temi sono causa di turbamento e preoccupazioni per molti cittadini europei! Il leit motiv è stato, piuttosto, “andrò in Europa a difendere gli interessi del mio Paese”. Ma un impegno del genere non dice nulla: non è capace di “responsabilizzare” politicamente gli eletti rispetto ai propri elettori.
La vittoria del centro-destra, tanto in Paesi in cui era al governo quanto in quelli in cui è all’opposizione: segno che questa parte politica è stata percepita a livello europeo come quella capace di dare le risposte più credibili alla crisi (anche in termini di politiche sociali).
La sconfitta dei partiti socialdemocratici, tanto in Paesi in cui era all’opposizione quanto in quelli in cui è al governo; segno di come questi non riescano a leggere la società che hanno di fronte, a dar risposte adeguate alle istanze ed alle preoccupazioni dei cittadini europei nell’attuale fase storica. Del resto, che credibilità può avere, per esempio, il PSE, principale partito “di sinistra” in Europa, che negli ultimi mesi non è riuscito a dir molto di più rispetto a “vogliamo un’Europa più sociale”, “stop a Barroso”, “stop al neoliberismo”, senza proporre alternative sufficientemente chiare e dettagliate da poter essere prese in considerazione?
La buona affermazione dei partiti che in campagna elettorale hanno parlato di Europa. I Verdi in particolare, in molti Paesi d’Europa (non in Italia). Soprattutto in Francia. Il programma dei Verdi è stato forse l’unico capace di proporre una visione politica del futuro dell’integrazione europea, di presentare un’alternativa credibile (imperniata sulla green economy) alle via d’uscita dalla crisi economica sinora prospettate. E non è un caso che in queste ore il leader verde francese, Cohn-Bendit è il politico che più convintamente sta conducendo una vera e propria battaglia perché il Parlamento abbia un peso effettivo nella designazione del prossimo Presidente della Commissione europea. Caso a parte quello dei partiti euroscettici, rispetto ai quali sembra più difficile cogliere un dato minimo comune europeo: i Conservatori inglesi sono mossi da istanze molto diverse rispetto alle pulsioni (di protesta sociale) che hanno animato gli elettori del partito di estrema destra ungherese, lo Jobbik.
La bassa affluenza alle urne. Se non si è verificato il profetizzato crollo della percentuale dei votanti rispetto alle precedenti elezioni, il dato dell’affluenza (43.07% secondo i dati aggiornati al 17 giugno) dovrebbe scuotere. E dovrebbe scuotere chi è interessato a costruire e preservare una democrazia vera, cioè partecipata. La questione è semplice: se è vero che 1) i sondaggi indicavano un sostegno sempre maggiore alla costruzione europea (sostegno che superava il 60% ed in alcuni casi addirittura l’80%), tanto che anche molti degli euroscettici nelle loro campagne elettorali hanno – fatto nuovo – evitato di dirsi contrari all’unità europea; 2) più in particolare, è diffusissimo tra i giovani il “sentirsi” europei e questi (soprattutto quelli al primo voto) rappresentano una delle “categorie” che meno si è recata alle urne; 3) quasi tutti i Paesi confinanti con l’Unione bussano per entrarvi; se tutto ciò è vero, perché così poca gente è andata a votare? Perché delle istituzioni europee non si parla; e quando lo si fa o si procede a screditarle o se ne parla in una maniera tale che le rende incomprensibili. Dunque, fondendo i vari dati sembrerebbe più corretto dire che l’Europa così come è stata proposta nella campagna elettorale non ha appassionato i cittadini: quell’Europa, non l’Europa tout court.

mariodiciommo@yahoo.it


Roberto Adamoli
Quale ruolo dell’Italia nell’Unione Europea?

La campagna elettorale italiana per le europee si è concentrata su temi che poco o nulla avevano a che fare con l’Europa e con le prospettive della sua integrazione. Se da un lato ciò era inevitabile (anche negli altri paesi interessati dal voto il tema europeo non era sempre al centro del dibattito elettorale), dall’altro rappresenta un chiaro sintomo di una patologia cha affligge il sistema politico italiano: l’incapacità di condurre un serio e costruttivo discorso politico su temi di importanza strategica per il paese.

Eppure un approfondito ragionamento sul ruolo dell’Italia nell’Unione Europea è quanto mai urgente.
L’Italia è infatti da sempre carente di una chiara e lineare strategia europea.
Alla base di ciò sta una non completa consapevolezza della natura dell’Unione Europea, che è quella di uno “stato regolatore” al quale gli stati nazionali delegano specifiche competenze di tipo regolativo (e quasi mai di tipo redistributivo), che possono essere svolte al livello europeo con maggiore efficacia in quanto isolate dai meccanismi maggioritari del governo nazionale. L’UE costituisce dunque il luogo nel quale gli stati nazionali, ben lungi dal cedere quote sostanziali di sovranità, si uniscono per affrontare problemi comuni. La non sempre chiara consapevolezza della reale portata della sfida europea ha fatto sì che spesso i governi italiani non abbiano colto le opportunità da essa derivanti e non fossero sufficientemente attenti agli aspetti di ordine economico legati alla membership europea.
Un chiaro esempio di ciò è dato, tra le altre cose, dalla scarsa capacità di sfruttare e impiegare fruttuosamente i finanziamenti provenienti dai fondi strutturali comunitari, concepiti per ridurre le distanze socio-economiche all’interno dell’Unione Europea.
Tale disattenzione, al di là di una retorica di maniera, nei confronti dell’Unione Europea e della sua logica di funzionamento è ancor più colpevole se si considera che l’Italia, in considerazione di alcune sue debolezze strutturali, ha bisogno dell’Europa ancor più di altri paesi europei per far fronte alle sfide transnazionali che si trova di fronte.
In particolare, i temi su cui dovrebbe soffermarsi l’iniziativa italiana nei prossimi anni sono: l’integrazione euro-mediterranea nell’ottica di un’area di libero scambio da realizzarsi entro il 2020; il rafforzamento del mercato interno attraverso anche l’emissione degli eurobonds; il coordinamento delle politiche fiscali per evitare una dannosa competizione su questo campo; una diversa allocazione delle spese con una maggiore attenzione per innovazione, sviluppo e ambiente.
Persa l’occasione della campagna elettorale, la speranza è che con l’avvio di una nuova legislatura comunitaria si inneschi un maturo dibattito su questi temi volto alla definizione di una coerente strategia europea. Altrimenti, non vi è da stupirsi se cresce nell’opinione pubblica italiana un forte sentimento anti-europeista.


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
L’Europa dell’energia

E’ in corso in Europa un profondo e incisivo riassetto della politica energetica a livello comunitario, attraverso guidelines, papers e libri bianchi, e attività normativa, in continuità tuttavia con l’impostazione data alla fine degli anni Novanta. L’obiettivo di tutto questo fermento è certamente strategico, legato all’approvvigionamento di fonti sicure e possibilmente à bon marché, ma gli obiettivi di Kyoto, a cui a livello europeo si crede molto tentando di implementarli, giocano certamente un ruolo propulsivo.  L’Europa in questo caso si pone in contrapposizione con gli Stati Uniti, dove invece la nuova politica energetica inaugurata da Obama rappresenta una cesura netta con il precedente modello energetico.
Particolarmente negli ultimi mesi, si è vista un’intensa attività normativa ed è stato reso noto al grande pubblico l’indirizzo che intende seguire l’Europa nel prossimo decennio in materia energetica.  L’antecedente di questa attività la si riscontra nel cosiddetto Pacchetto Energia presentato dalla Commissione Europea il 10 gennaio 2007 di fronte al Parlamento Europeo, in cui venivano proposti gli obiettivi strategici da perseguire: miglioramento della competitività mediante la riduzione dei costi; sicurezza nell’approvvigionamento delle fonti e riduzione significativa dei gas responsabili dell’effetto serra.
Con il Pacchetto Energia l’UE torna a rivendicare la leadership in un settore ritenuto strategico fin dalla sua nascita, e non è un caso che l’odierna UE nasce sulle ceneri della CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio e dell’Euratom, istituite negli anni ’50.
Gli strumenti per raggiungere gli obiettivi proposti realizzano in pratica quella che oggi viene percepita come politica energetica europea.
L’Europa intende perseguire la riduzione dei costi finali dell’energia per mezzo del mercato interno comune e liberalizzando al contempo i sistemi energetici nazionali (cioè sostanzialmente l’energia elettrica e il gas), promuovendo la concorrenza nei vari settori che compongono la filiera, in particolare produzione e distribuzione. Di qui il processo di liberalizzazione dei mercati elettrico e del gas italiani avviato da Bersani nel primo governo Prodi. La prima direttiva sulla liberalizzazione energetica è stata infatti emanata nel 1992 e ci sono voluti una decina d’anni perché fosse recepita in Italia. Tuttavia la crisi del sistema elettrico californiano del 2000 si ripercuote in Europa con un ripensamento del processo di liberalizzazione che porta nel 2003 all’emanazione di due nuove direttive che pongono l’attenzione sulla tutela del consumatore finale, la promozione della concorrenza e favoriscono gli scambi transfrontalieri. Queste direttive consentono ai consumatori di scegliere il proprio fornitore autonomamente.
La sicurezza nell’approvvigionamento energetico è un tema particolarmente sentito in Europa. Attualmente la metà dell’energia consumata in Europa deriva da combustibili fossili importati (gas, carbone e petrolio sostanzialmente), quota che potrebbe raggiungere il 70% entro il 2030 se non verranno attuate politiche mirate di contenimento nell’uso dei fossili come fonte energetica, creando quindi una dipendenza drammatica dai fornitori esteri.  Per poter far fronte ad eventuali tagli nell’approvvigionamento (in particolare di gas naturale) l’UE propone una maggiore diversificazione delle fonti e l’individuazione di nuovi paesi fornitori. E al fine di instaurare rapporti più proficui con i nuovi fornitori la Commissione Europea ritiene necessaria l’azione coordinata degli Stati e la creazione di una politica energetica estera comune, in grado di presentare una posizione univoca dell’Europa nel consesso internazionale.
Per ridurre la dipendenza dall’estero e allo stesso tempo abbattere le emissioni di gas serra sono previste azioni orientate all’incremento dell’efficienza energetica, alla produzione da fonti rinnovabili. Il Consiglio Europeo ha adottato infatti lo scorso 6 aprile il nuovo “Pacchetto legislativo energia e clima” che contiene le misure per combattere i cambiamenti climatici e promuovere le energie rinnovabili. L’obiettivo principale del pacchetto è conseguire una riduzione delle emissioni di gas serra del 20% e una quota del 20% di energie rinnovabili del consumo energetico totale dell’UE nel 2020.
Ai fini del raggiungimento di questo obiettivo, l’efficienza energetica rappresenta in questo contesto un settore strategico, in grado di produrre un alto valore aggiunto per l’industria europea. È emblematico il caso delle case automobilistiche americane, incapaci di reggere il confronto, in un periodo di crescita dei costi energetici, con le più efficienti auto europee. In tale contesto, certamente il settore dei trasporti terrestri presenta particolari problemi di efficienza a causa delle sue peculiarità, per cui è difficile raggiungere miglioramenti consistenti di efficienza nel tempo (si parla di entropia al limite) e la diversificazione delle fonti e la riduzione delle emissioni risultano difficilmente perseguibili a causa della continua crescita della domanda.  L’Europa tuttavia prova ad affrontare questo nodo - efficienza energetica e riduzione delle emissioni - con la direttiva 2009/30 del 29 aprile scorso, in cui si prevede l’incentivazione per l’utilizzo dei biocarburanti: l’obiettivo dell’UE è raggiungere la quota del 10% di carburante biologico entro il 2020.
Per quanto riguarda il perseguimento dell’efficienza (intesa come risparmio) energetica, la semplice introduzione delle etichette di consumo, con l’indicazione di una classe energetica, sulle apparecchiature elettriche, in particolare elettrodomestici e altri dispositivi, ha consentito sia il miglioramento dei prodotti ed un naturale orientamento del mercato verso apparecchi con minori consumi.
Tuttavia l’obiettivo senza dubbio più ambizioso è stato posto nel settore dell’edilizia. La bozza di revisione della direttiva 2002/91 stabilisce che, a partire dal 2019, le nuove costruzioni dovranno avere un impatto energetico nullo, cioè dovrebbero produrre tanta energia da fonti rinnovabili quanta ne consumano. In particolare gli Stati dell’Eurozona dovranno adeguarsi entro il 30 giugno 2011 predisponendo piani d'azione nazionali contenenti gli strumenti finanziari per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, come prestiti agevolati, incentivi fiscali e disposizioni riguardanti i fornitori di energia. L’impatto di questo settore è cruciale, dato che è quello in cui si prevede il maggior risparmio energetico, rappresentando oggi circa il 40% dei consumi totali dell’Unione.
Altro importante obiettivo del Pacchetto Energia e Clima è il target del 20% del fabbisogno energetico prodotto da fonti rinnovabili.  Il contributo di tali fonti, negli ultimi anni, è già cresciuto esponenzialmente, grazie anche a meccanismi di incentivazione come i Certificati Verdi.
Il nucleare non sembra rientrare tra le politiche strategiche in Europa, e viene citato solo come diversificazione delle fonti. Risulta chiaro in realtà che il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi proposti dall’Europa renderebbe superflua la costruzione di nuove centrali nucleare. Sarebbe opportuno orientare gli sforzi nell’ottimizzazione del sistema esistente con investimenti consistenti nella creazione di infrastrutture capaci di gestire la crescente complessità del sistema energetico multipolare (grazie alla produzione diffusa garantita dalle rinnovabili e dalla cogenerazione) e incentivazione alla riduzione dei consumi per veicoli, apparecchi e edifici.

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francesco.arnesano@gmail.com


Valentina Pasquali
Turchia/ Il processo del secolo

Istanbul – Continua ad allargarsi, anche fisicamente, l’inchiesta giudiziaria sul caso Ergenekon, secondo l’accusa, una deviazione criminale e golpista ai più alti livelli dello Stato Turco che avrebbe tentato di sovvertire attraverso il terrorismo l’attuale governo islamico moderato del Partito di Giustizia e Sviluppo, AKP, del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan.
È di giovedì mattina la notizia che le udienze, tenutesi fin dall’inizio del processo nel 2008 in un’aula all’interno del complesso detentivo di Silivri, saranno spostate in un diverso e più grande auditorium nella medesima prigione per accomodare il flusso crescente di spettatori curiosi e giornalisti, e il gran numero di imputati. La nuova sistemazione dovrebbe garantire un posto a sedere fino a 753 persone.
L’indagine in corso cominciò nel 2007, quando 27 bombe a mano furono ritrovate in un sobborgo popolare di Istanbul. Da allora, numerosi altri episodi di violenza sono stati ricollegati alle attività del gruppo Ergenekon, nome ispirato a un piccolo villaggio siberiano da cui proverebbe originariamente la stirpe turca. L’apice del progetto Ergenekon, sostiene l’accusa, si sarebbe dovuto compiere proprio quest’anno, con un colpo di stato volto a deporre il governo in carica (va ricordato che varie correnti dell’esercito turco sono state responsabili di quattro colpi di stato a partire dal 1950).
Sono 86 gli imputati nel processo, tra cui generali in pensione, politici, avvocati e imprenditori. In Turchia Ergenekon è stato soprannominato già da tempo il “processo del secolo” e riempie quotidianamente le prime pagine dei giornali.
Le radici di questo misterioso gruppo, noto in Turchia anche come lo “stato profondo” (una serie di alte cariche dello stato e della società civile che si sono organizzate per gestire la politica turca da dietro le quinte e senza tenere in considerazione la volontà democratica dei cittadini), risalgono alla filiale turca dell’Operazione Gladio, stabilita nel secondo dopo guerra per combattere l’avanzata internazionale del comunismo. In realtà, pare che il gruppo sotto processo in questo momento sarebbe solamente una più recente emanazione di quello originario, il cui profilo rimane sfuggente.
Si tratterebbe, in ogni caso, di un’organizzazione dalla struttura piuttosto flessibile e di marca secolare ma ultra-nazionalista (quel misto ideologico discendente direttamente dalla visione del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk, che tutt’oggi fa della politica turca un puzzle di difficile risoluzione). Ergenekon va considerato, dunque, alla stregua di una parte deviata di esercito e forze dell’ordine, radicalmente contraria sia alle formazioni politiche pro-islamiche, ma, allo stesso tempo, anche a un eccessivo avvicinamento della Turchia all’Unione Europea. La filosofia che guiderebbe quest’organizzazione è indipendentista e di tendenze euro-asiatiche, proponente di una grande Turchia laica come potenza regionale.
Gli scandali in qualche modo collegati al caso Ergenekon si succedono senza soluzione di continuità, in parte scatenati dalla copertura dei media turchi, accusati più volte di eccessivo sensazionalismo se non addirittura della fabbricazione intenzionale di alcune notizie. Fatto sta che, talvolta, è complicato distinguere tra verità e fantasia, tra reali disegni militari per sovvertire il potere politico e una tendenza generale verso una gratuita teoria del complotto.
L’ultimo sviluppo è della settimana scorsa, quando sarebbe stato rinvenuto un documento, nell’ufficio di uno degli avvocati imputati nel processo Ergenekon, firmato dal Colonnello dell’esercito turco Dursun Cicek, documento in cui si delineavano le azioni da mettere in atto al fine di delegittimare il governo dell’AKP e mettere fuori legge sia il partito islamico moderato che la setta associata con il suo fondatore, il movimento Gulen.
L’esercito e il Colonnello Cicek per ora smentiscono la veridicità del documento. La firma incriminata è esaminata in questi giorni dagli esperti. Venisse ritenuta valida, e non un falso, allora anche quest’ultimo episodio rientrerebbe a far parte del processo Ergenekon.
Parte dell’elite laica sospetta che il processo Ergenekon sia in realtà una fabbricazione per mano dell’AKP in cerca di vendetta contro l’opposizione. Sarebbe questo, insomma, l’ennesimo capitolo nell’infinita saga della lotta fra laici e religiosi. Non a caso, sostengono alcuni, l’inizio del processo sarebbe coinciso proprio con un altro caso giudiziario del 2008, quando un magistrato dell’establishment laico istituì un processo, poi perso, per lo smembramento dell’AKP, con l’accusa che le tendenze pro-islamiche del partito minacciavano alle fondamenta la laicità dello stato turco quale fu istituita da Ataturk.
Si prevede che le udienze del processo Ergenekon dureranno almeno fino alla fine di quest’anno.

valentina.pasquali@gmail.com


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 19 giugno 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane. Innanzitutto il Comune di Milano ha rinunciato alla realizzazione di un proprio padiglione ad Expo Shangai 2010. Nell’aprile 2008 il Comune aveva annunciato infatti l’intenzione di avere un ruolo di primo piano all’interno di Expo 2010, con un padiglione di 3mila metri quadri su 4 piani per un costo di circa 6 milioni di euro. Dopo un anno, la crisi economica e il terremoto in Abruzzo, i fondi a disposizione sono diventati la metà e una riunione tra sindaco Letizia Moratti e l’Ad della società Expo 2015 Lucio Stanca ha fatto tramontare definitivamente l’idea del Padiglione Milano. Soprattutto Stanca ha insistito sulla necessità di tagliare il progetto per risparmiare (e prevenire le probabili critiche da parte del Cda). Ora però il padiglione nazionale dell’Italia è già al completo e potrebbe offrire alla città di Milano solo uno spazio di 150 metri quadri e neanche per tutti i 6 mesi dell’evento in Cina. Per fortuna è la municipalità di Shanghai ad offrire però ora una via d’uscita: ha proposto a Milano (e per di più gratuitamente) 800 metri quadri nel padiglione collettivo, quello che raccoglierà le principali città del mondo (da Barcellona a Seul). Il capoluogo lombardo potrebbe così mettersi in mostra proprio all’ingresso e quindi in una posizione di notevole prestigio. “Così avremmo solo la spesa di allestimento - ammette l’Assessore al Marketing territoriale Massimiliano Orsatti -. Penso che andremo verso questa soluzione”. Il costo del Padiglione Milano doveva essere sostenuto da Comune di Milano (con 500mila euro, già stanziati con una delibera lo scorso 26 marzo), Regione Lombardia, Camera di Commercio di Milano, Fiera Milano, Expo 2015 spa e sponsor privati. “Ma vista la situazione economica, 6 milioni erano eccessivi - spiega Orsatti -. Preferiamo spenderli in concerti ed eventi durante i mesi dell’Expo cinese, per promuovere là la nostra edizione del 2015. Di sicuro organizzeremo la Settimana di Milano a Shanghai”.
Il 4 giugno il Presidente Formigoni ha lanciato la proposta di un patto di collaborazione tra la società Expo 2015 ed Ecsite - European Network of Science Centers and Museum, cioè l'Organizzazione internazionale dei musei della scienza che associa oltre 400 musei scientifici di 30 nazioni. "Considerato l'alto valore dei temi e il forte richiamo internazionale - ha detto Formigoni - auspico che Ecsite, in collaborazione con il Museo da Vinci e la Società Expo 2015, avvii una collaborazione che da qui al 2015 possa sfociare in un grande progetto internazionale fatto di grandi eventi culturali ed espositivi all'interno dell'Esposizione universale".
Il 9 giugno l’Università Bocconi, durante un evento tenutosi nell’ambito del salone immobiliare Eire svoltosi nel polo espositivo di Rho-Pero, ha presentato un progetto realizzato dal centro Space dell'Università per il recupero delle aree dismesse in Lombardia (circa 2.400 aree industriali potenzialmente contaminate e 700 siti in cui questa contaminazione è accertata, di cui 88 di particolari complessità e dimensioni per un totale di 2.000 gli ettari di territorio coinvolto). La proposta – che ha incassato una prima approvazione da parte del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo - è quella di creare un consorzio cui partecipino imprese ed enti locali, per presentare in tempi stretti un programma da sottoporre al Governo e alla Comunità europea finalizzato a trovare le risorse per le bonifiche.
Il 10 giugno è stata sottoscritta una intesa tra il Governo (con il ministro degli Esteri Franco Frattini) e le regioni italiane nell’ambito delle relazioni internazionali e, a margine, Lucio Stanca rivolgendosi ai governatori delle diverse regioni, ha detto: "Le regioni devono essere protagoniste di Expo, arricchendone i contenuti e utilizzando tale opportunità a vetrina per promuovere le proprie eccellenze a livello mondiale" e ha poi così proseguito “all'Expo verrà realizzato un padiglione per ogni regione italiana: una presenza che dovrà essere arricchita con il contributo condiviso di ciascun territorio, nell'ottica di valorizzare le singole identità".
Sempre il 10 giugno è stato scelto il Direttore alla Comunicazione di Expo 2015 spa: si tratta di Andrea Radic. Giornalista professionista, 45 anni, Radic ha lavorato dal 1997 al 2004 come portavoce alla presidenza della Regione Lombardia e dal 2004 al 2009 è stato Direttore della comunicazione e delle relazioni istituzionali per il Sud-est Europa del colosso delle telecomunicazioni Alcatel-Lucent. Le principali responsabilità di Radic, che risponderà direttamente all'Ad, riguarderanno le aree della comunicazione, del rapporto coi media e degli eventi comunicazionali.
Sono ufficiali anche le nomine degli altri sei direttori della Società di Gestione: Angelo Paris (Planning e Ict), Alberto Mina (Sviluppo del tema e rapporti con gli enti locali), Stefano Gatti (rapporti internazionali), Francesco Marzari (affari legali), Luciano Graziotti (risorse umane) e Renato Carli (finanza e controllo).
L’11 giugno si è tenuto un incontro a Palazzo Marino tra il ministro dell’Economia del governo della Romania Adriean Videanu e Lucio Stanca accompagnati dal console generale di Romania a Milano Tiberiu Mugurel Dinu, dal vertice di Unimpresa - l’Associazione degli imprenditori italiani in Romania - (il presidente Stefano Albarosa, il direttore generale Marco Rondina e il consigliere Roberto Musneci) e dal direttore dell’Osservatorio ITRO (incentrato sulle relazioni fra Italia – Romania operativo presso la Fondazione Università IULM di Milano) prof. Stefano Rolando. Fra gli argomenti trattati la prospettiva di collaborazione tra la Romania e l’Expo 2015, incentrata sui temi della nutrizione e dell’eco-sostenibilità in ordine a cui Stanca e Videanu hanno concordato l’avvio di un Protocollo di intesa che potrà avere conferme in occasione dell’incontro il 7 luglio a Bucarest tra i ministri degli esteri dei due paesi Frattini e Diaconescu ed essere poi concretizzato in autunno.
Dulcis in fundo la decisione di rinviare al 25 giugno il Cda di Expo 2015 spa originariamente convocato da un mese per oggi (ieri per chi legge) 18 giugno: secondo quanto si è appreso dai giornali all’origine del rinvio l’imminente turno di ballottaggio amministrativo che avrebbe sconsigliato il suo svolgimento in questi giorni…..siccome finora non si era accumulato già abbastanza ritardo, il rinvio di una settimana del Cda evidentemente è parso sopportabile…
Sempre in relazione alla “produttività” espressa finora dai diversi attori coinvolti, da segnalare l’ennesima uscita pubblica di Penati che il 15 giugno, in un programma di Klaus Davi, ha affermato: “una cosa da denunciare e' lo stipendio di Stanca, che e' immorale. Sono tantissimi soldi per un lavoro fatto part-time, che sottrae tempo a un'altra attività pagata dai contribuenti, quella di parlamentare, aggiungendosi così a un emolumento di per sé già alto”.
A questo proposito la rete offre ora uno strumento in più: è on line infatti un sito (http://parlamento.openpolis.it/) interamente dedicato al monitoraggio dell’attività parlamentare nel quale i cittadini avranno la possibilità di informarsi e di controllare l'attività svolta alla Camera e al Senato; all’indirizzo http://parlamento.openpolis.it/parlamentare/1731 è possibile controllare la produttività dell’On. Lucio Stanca.
Altre notizie:
-          Il 4 giugno è stato presentato dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, Renato Brunetta, insieme al Commissario Generale del Governo per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010, Beniamino Quintieri, il concorso “L’Italia degli innovatori”. Il concorso mira a far emergere i migliori “racconti” italiani di innovazione e di eccellenza tecnologica che potranno essere presentati in una mostra nel Padiglione italiano all'Expo Universale di Shanghai 2010. I soggetti interessati dovranno segnalare i propri progetti al sito www.innovazionepa.gov.it, iscrivendosi nella sezione “Italia degli Innovatori” entro il 31 agosto 2009.
-          Il 25 giugno a Milano, presso il Centro Congressi del Palazzo delle Stelline, si terrà il primo barcamp (letteralmente “non conferenza”) interamente dedicato a Expo 2015. Si tratta come detto della prima “non conferenza” aperta a tutti coloro che sono interessati a confrontarsi sul tema di Expo 2015, non solo dal punto di vista tecnologico ma anche sociologico e culturale. Per saperne di più: http://www.expo2015camp.org/

Alla prossima.

s.florio@libero.it

Ps.
Una considerazione finale che esula dalle vicende sull’Expo: il vergognoso killeraggio che i mezzi di informazione (meglio dire di disinformazione), ben orchestrati dal governo, hanno perpetuato nei confronti dei quesiti elettorali sottoposti a referendum in questo fine settimane non fanno che confermare quanto questo paese assomigli sempre più ad una repubblica delle banane….ma i 500.000 mila che hanno firmato per richiedere i referendum, si rammenteranno di come e quanto sono stati presi in giro la prossima volta che si recheranno alle urne?



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