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Home » Newsletter n. 174 - 26 giugno 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 174 – 26 giugno 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 174.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:


Il punto/ CFP SUMMER SCHOOL VENEZIA 2009


Gianfranco Aurisicchio
Europa, tra crisi e opportunità*


Enrico Bellini
Interessi e trasparenza: dai pregiudizi alle scelte*


Mario Di Ciommo
Europa: necessità, tra realismo e visione*


Raffaele Mauro
Perché Harvard funziona


Davide Biassoni
Referendum: cronaca di un naufragio annunciato


Francesco Piacente
Più riformisti e più popolari… si può!


Valentina Pasquali
Il pragmatismo di Obama sull’Iran


Simone Comi
Continuano le provocazioni della Corea del Nord, come risponderanno le grandi potenze?


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Il punto/ CFP SUMMER SCHOOL VENEZIA 2009

Indifferente alla querelle Bersani-Franceschini, perché considerati entrambi inadatti alle sfide che attendono il Partito democratico e l’Italia, il Centro di Formazione Politica di Milano crede nella possibilità e nella necessità di una terza via per il Partito democratico: non una via di mezzo, ma un’autentica innovazione che non abbia debiti ideologici e valoriali con il passato.
Indisponibile all’aut-aut Bersani-Franceschini - l’uno, preoccupato di svecchiare fuori tempo massimo la socialdemocrazia, l’altro immerso in un paradigma che va da Dossetti e Don Milani alla Resistenza - il Centro di Formazione Politica crede in una nuova generazione di democratici tout court, senza più ex di qualunque provenienza. Perché nel frattempo il mondo ha vissuto catastrofi e rinascite continue, tali da renderlo impercorribile a chi usa vecchi arnesi, anche se riverniciati: è avvenuta, sopra ogni cosa, una rivoluzione di linguaggi, tecnologie, metodi, modi di pensare e di vivere la società. Il mondo è cambiato, ma pare che i vertici del Pd facciano un’enorme fatica a riconoscerlo e a trarne le conseguenze.
Dal 26 al 28 giugno a Venezia, alla Summer School 2009 del Centro di Formazione Politica (
www.formazionepolitica.org)  – scuola di politica presieduta da Massimo Cacciari e diretta da Nicola Pasini, giunta alla V edizione – prenderanno parte giovani professionisti con PhD, Master alla London School of Economics, Oxford, Harvard, Yale, Northwestern University, Bocconi, Normale di Pisa, San Raffaele, Collegio di Milano e tante altre realtà di eccellenza.
Al CFP ritengono che “Repubblica” abbia contribuito ad educare male l’elettorato di centrosinistra, trasmettendo una cultura contro e non per qualcosa, diffondendo moralismo e non etica pubblica. Gli allievi non perdono tempo con “Dagospia”, studiano e riflettono con la propria testa. Amano la politica, ma non vogliono essere polli di allevamento. Sono, in altre parole, liberi pensatori.
Non si appassionano all’anti-berlusconismo, ritengono piuttosto che vada indagato e interpretato il Paese, per poi fornire delle buone proposte per governarlo. Sono, però, certi che Berlusconi abbia fallito le principali sfide del paese, e che sia ormai fuori tempo massimo per attuare le riforme promesse. In breve, sono al lavoro per il dopo, per un’Italia più matura e vivace, nella speranza di contribuire a farne un Paese normale. Desiderano trasmettere un orizzonte nuovo attraverso emozioni da condividere e non solo attraverso soluzioni tecnocratiche. E per fare questo, non hanno paura della leadership forte e riconosciuta, che sappia prendere decisioni anche scomode e impopolari.
Non hanno cognomi importanti e non sono raccomandati. Contano solo sulle proprie forze. Credono nel merito, nei propri sacrifici, nel sapere per poter fare. Credono nelle competenze e nella competizione, così come nella capacità di fare rete e di condividere esperienze, progetti, sogni. Sono legittimamente ambiziosi. Sono oggi un pezzo della classe dirigente di domani. Sono già oggi un promettente futuro.


Gianfranco Aurisicchio
Europa, tra crisi e opportunità*

La recessione attuale dell’economia globale, così come l’apparente crisi politica europea, che ha visto il più basso livello di partecipazione elettorale, sono due opportunità uniche per dare nuovo vigore a processi in stallo o per fare salti che solo recentemente potevano sembrare inimmaginabili.
L’ampiezza e gravità di questa crisi economica, che è stata prima una crisi finanziaria, ha di fatto innescato un dibattito in Europa sull’opportunità, o meglio la necessità, di coordinare strettamente le politiche economiche attraverso una più forte integrazione politica e la creazione eventualmente di un Tesoro Unico Europeo, almeno per i paesi dell’eurozona.  Questa prospettiva nasce infatti dalla constatazione che in Europa alla fine tutti hanno fatto la stessa cosa per cercare di risolvere gli aspetti più pericolosi della crisi.
De facto quando la crisi ha toccato il culmine, e sembrava che tutto il sistema finanziario crollasse, hanno agito sostanzialmente nello stesso modo, intervenendo con aiuti di stato per salvare le banche sull’orlo della bancarotta e per cercare di risollevare l’economia con stimoli fiscali.  Tutti i governi europei hanno approvato politiche e interventi molto simili, dalle misure per riattivare l’economia reale (i cosiddetti stimoli appunto), ai piani di emergenza per salvare il sistema bancario dal collasso.
Non ci sono perciò né Giudei né Gentili, non vale chiamarsi Keynesiani o Monetaristi, dividersi tra la scuola di Cambridge o di Chicago: alla fine nessuno è stato conservatore né socialdemocratico, ma si è dovuto agire per necessità con gli strumenti che al momento avevano più senso data la situazione fuori controllo.  De facto, anche se non programmata, c’è stata una coordinazione delle politiche di intervento, e tutti i governi hanno optato per lo stesso tipo di strumento a parità di causa.  In un’economia globale, a problemi di crisi simili, corrispondono misure di intervento necessariamente simili.
Per quanto riguarda il primo punto, la crescente “pressione” degli immigrati ha esasperato gli Europei: negli ultimi 20 anni più di 26 milioni di persone sono arrivate nell’Unione Europea a 15.  A preoccupare gli europei è la combinazione di una forte e recente immigrazione, della recessione e del welfare state. Gli Europei sono preoccupati che gli immigrati siano un peso fiscale in quanto beneficiari dei generosi trasferimenti di carattere sociale garantiti dall’Europa, “la terra della redistribuzione”.  La soluzione non è la chiusura della cassaforte Europa. La soluzione piuttosto è riformare i programmi di welfare rendendoli maggiormente proattivi e rafforzandone le basi assicurative. Questo significa che la possibilità di ricevere i sussidi deve essere subordinata al pagamento dei contributi (gli immigrati sono ovunque contribuenti netti) e che gli abusi debbono essere sanzionati sia sotto il profilo sociale che amministrativo.  La Danimarca e la Svezia sono i paesi che hanno fatto i passi più importanti nella riforma delle politiche sociali in questa direzione: ed infatti in questi due paesi i partiti di centrosinistra sono state le uniche formazioni politiche pro-welfare a non essere state sconfitte in queste elezioni europee.
Per quanto riguarda invece il problema europeo, causa del disinteresse degli elettori per l'Europa è proprio l'Europa, ovvero il fatto che lascia giocare la concorrenza fiscale tra gli Stati membri, concorrenza che drena risorse, avvantaggia i capitali e penalizza il lavoro, facendo quindi venire meno la funzione di protezione sociale, il welfare, da parte dei singoli Stati. Gli Europei vogliono invece un Europa che si pone l'obiettivo dello sviluppo sostenibile, cioè una crescita economica accompagnata da politiche di welfare e dalla tutela dell'ambiente. E infatti Daniel Cohn Bendit, leader dei Verdi francesi, ha trascinato un movimento ecologista alla conquista di voti con un programma che mira a rafforzare l’integrazione economica e politica e con una campagna elettorale che, caso raro, ha parlato di Europa, solo di Europa. E’ necessario riconciliare l’Europa e l’attenzione sociale come già sono in armonia l’Europa e l’attenzione ambientale. La soluzione, ancora una volta, richiede che l’integrazione prosegua, ma si estenda ad aspetti, come il coordinamento della fiscalità, che permettano agli Stati di dare grande attenzione al sociale pur rispettando il mercato unico.
Questa crisi economica può essere quindi un’occasione irrepetibile per l’Unione Europea, in quanto gli Stati membri possono sintetizzare un punto di incontro tra i due differenti modelli attraverso un nuovo patto europeo, e spianare la strada ad un ulteriore passo verso il processo di integrazione europea.
Alla fine, si dovrebbe trovare una soluzione di “second best” per superare i limiti di queste condizioni interne negative. Perciò si dovrebbe prendere in considerazione la praticabilità di un’altra strada: un’Europa a più velocità in grado di sfruttare meglio le opportunità della cooperazione allargata prevista dai Trattati, cioè un’Europa di Clubs dove alcuni stati spingono avanti su processi di integrazione più stretti, con alcune istituzioni sovranazionali in comune, garantendo comunque a tutti gli stati membri benefici minimi.

* abstract dell’intervento che si terrà in occasione del convegno “Italia e Europa oltre il voto”, nell’ambito della Summer School 2009 del CFP

 http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Enrico Bellini
Interessi e trasparenza: dai pregiudizi alle scelte*

La Summer School 2009 del CFP si aprirà con un convegno incentrato sull’Europa. A rendere peculiare questa scelta non è, a mio avviso, il macrotema che sarà al centro del dibattito, bensì la modalità di analisi e le tematiche di indagine che sono state scelte. Dopo una campagna elettorale per le Europee tutta giocata, a torto o a ragione, su gossip e rumors, soffermarsi soltanto sul risultato delle urne sarebbe stato limitato e limitante. Partire da una discussione sugli esiti elettorali, ma per lanciare sull’Europa anche uno sguardo ben lungimirante e rivolto al futuro, mettendo in rilievo tutti i limiti e le sfide che questa entità politica ibrida si troverà ad affrontare, in particolare nel complicato milieux internazionale attuale e prossimo, diventa quindi ben più interessante.

Tra le proposte, gli stimoli, le domande puntuali, che saranno poste sul tavolo per permettere all’analisi e alla riflessione dei relatori di soffermarsi su alcune delle principali issue del momento, io cercherò di aprire una riflessione su un tema fortemente sottovalutato dall’opinione pubblica in Italia, ovvero il fenomeno lobbyisitico a Bruxelles e Strasburgo. Se attorno a questa pratica e ad ogni strumento correlato alla pressure politics, spesso e volentieri, ha aleggiato all’interno dei nostri confini un alone di pregiudizio, di condanna, ciò non è un caso. La visione dei gruppi di interesse come lobby spietate, pronte ad ogni azione (anche e soprattutto illecita), decise a scavalcare le scelte degli elettori facendo pressione in maniera opaca direttamente sui decisori pubblici al fine di vedere riconosciuti i propri interessi particolari a discapito dell’interesse “generale”, è stata centrale durante tutto il periodo della Prima Repubblica. L’obiettivo sotteso a ciò era principalmente quello di lasciare ai partiti politici il monopolio della raccolta, della rappresentanza e della sintesi dei vari interessi particolari.
Oggi, però, è proprio l’Europa che ci costringe, per diversi motivi, a rielaborare il nostro giudizio sull’attività di lobbying e sulla pressure politics e a prendere nuove decisioni, nuove posizioni. Da un lato, la realtà decisionale Comunitaria è andata via via caratterizzandosi per la sua burocratizzazione, diventando la “mecca” per le azioni di lobbying delle industrie e degli interessi di ogni Paese, facilitate in ciò anche da una regolamentazione debole di queste attività (dall’assenza di ogni regolamentazione alla via del “registro facoltativo” perseguita negli ultimi tempi dalla UE attraverso l’iniziativa del Commissario per la lotta antifrode Kallas). Dall’altro lato, negli ultimi anni la richiesta di trasparenza da parte degli elettori ha potuto giovarsi della diffusione di sempre maggiori e meno “costosi” strumenti di accountability, di verifica dell’operato dei decisori pubblici, che hanno inoltre facilitato la mobilitazione di gruppi di interesse non-economici.
Di fronte ad un fenomeno la cui importanza cresce di giorno in giorno (le cifre più recenti parlano di più di 15.000 lobbisti attivi a Bruxelles/Strasburgo), che richiede sia dal suo interno (gli stessi lobbisti) che dall’esterno (associazioni dei consumatori, ONG, etc.) una maggiore regolamentazione e trasparenza, l’assenza di dibattito per cui spicca l’Italia porta ad una situazione LOSE LOSE: non si hanno i vantaggi di sfruttare il fenomeno favorendo la formazione di una lobby-Paese ma anzi si subisce l’azione di chi si è mosso con anticipo e perspicacia (basta guardare alla Germania e all’ultimo esempio lampante: il vicepresidente della Commissione Europea, il tedesco Gunter Verheugen, e la sua “bocciatura” della scalata alla Opel da parte della Fiat), né si fa sì che il fenomeno venga normato  e viri verso una maggiore trasparenza.
Ecco perché abbandonare i pregiudizi, affrontare di petto il tema lasciando da parte i facili e ipocriti cliché, porterà sempre a dei vantaggi, siano essi a favore della collettività europea, della trasparenza, o siano essi a favore del sistema Italia, dei suoi interessi “particolari-generali”.
In questo caso, quindi, chi sceglie può sbagliare, ma chi non sceglie sbaglia sempre.

* abstract dell’intervento che si terrà in occasione del convegno “Italia e Europa oltre il voto”, nell’ambito della Summer School 2009 del CFP


Mario Di Ciommo
Europa: necessità, tra realismo e visione*

Il titolo della sessione di lavori in cui sono chiamato ad intervenire è “L’Europa che non c’è”. Vorrei provare a rispondere a questa interessante provocazione partendo da un presupposto fondamentale, “polemico” rispetto al succitato titolo: l’Europa c’è. Ma la sua è un’esistenza contrastata.
Una prova, tra le tante possibili: la vicenda dello sconosciutissimo istituto delle commissioni parlamentari temporanee e di inchiesta del Parlamento europeo ed il suo metodo di lavoro dalle notevoli potenzialità in termini di democraticità e interistituzionalità. Questa vicenda prova come l’Europa stia evolvendo, nella direzione di una maggiore democraticità delle sue istituzioni, provando a risolvere da sé i suoi difetti “genetici”, con piccoli ma significativi passi. Ma prova anche il silenzio su vicende che, pur significative per l’evoluzione del processo di integrazione europea, sono pressoché ignorate da mondo scientifico e mondo politico (a livello nazionale).
Se, dunque, l’Europa c’è, la sua esistenza viene spesso ignorata, e quindi contrastata: essa viene tenuta distante dall’opinione pubblica europea, dalle vite dei cittadini. È così che cresce un’Europa-che-non-c’è: che non c’è per i suoi cittadini! Basti pensare all’Europa della campagna elettorale appena conclusa.
A questo punto l’analisi si sposta sul voto europeo del 4-7 giugno. E, in particolare, su ciò che esso ha significato per il centro-sinistra europeo (PD compreso): se i Verdi sono stati la rivelazione delle elezioni europee, la sinistra europea è la grande sconfitta: il voto europeo ha svelato in maniera chiara e incontrovertibile le difficoltà di quest’ultima di rispondere alle domande sociali di oggi (lavoro, protezione, sicurezza).
L’intervento si sviluppa poi in una terza parte propositiva. Che ha come protagonista l’Europa: quale laboratorio possibile per la sintesi di una nuova cultura ed una nuova politica. Laboratorio di cui vanno però capite le potenzialità. Obiettivo che richiede un profondo processo di rinnovamento dello strumentario politico nazionale.
Perché proprio l’Europa? Certo non per motivi “ideologici”. Ma perché l’Europa è una necessità, un’opportunità da cogliere necessariamente. Con realismo e capacità di visione.

* abstract dell’intervento che si terrà in occasione del convegno “Italia e Europa oltre il voto”, nell’ambito della Summer School 2009 del CFP.


Raffaele Mauro
Perché Harvard funziona

L’università di Harvard è un grande meccanismo capace di produrre conoscenza, capitale umano e, soprattutto, immaginario. Piazzandosi tra le prime posizioni di tutti i ranking universitari, guida di fatto l’evoluzione di molte discipline ed è capace di attrarre studenti, docenti e ricercatori di talento su scala planetaria. Tutto ciò è legato a doppio filo alle circostanze storiche, in particolare al ciclo di egemonia economico-politica degli Stati Uniti, ma esistono dei fattori peculiari che spiegano il successo di questa istituzione. Molti di questi elementi sono presenti, con dosaggi e declinazioni diverse, in altre università eccellenti come Stanford, Yale, il MIT, Oxford, Tsinghua o l'École Normale Supérieure.  Nonostante ciò Harvard rappresenta certamente un esempio paradigmatico, capace di  rappresentare al meglio i fattori di successo degli atenei di élite.

- Meritocrazia.  Come tutti i College della Ivy League, Harvard ha avuto una storia di discriminazioni basate sul reddito, sul credo religioso, sulle opinioni politiche. Il suo status nasce proprio dalla volontà di superare questi limiti: specialmente negli ultimi decenni, l’ateneo ha intrapreso un’opera di demolizione costante delle barriere di accesso ai meritevoli. L’università ha una politica esplicita di attrazione del talento, che la pone in competizione feroce con altri atenei. Harvard combatte per attirare i migliori studenti negli Stati Uniti e nel mondo, raffinando costantemente le politiche di ammissione e rimuovendo le barriere esistenti  (nuove borse di studio, politiche di promozione della diversità). Questo tipo di modello non vale solo per gli studenti, ma anche per i docenti: grazie alla grande disponibilità di capitali, l’università è diventata capace di aggregare un gruppo di professori  e di ricercatori di grande profilo. Tuttora sono presenti dei limiti e sono ancora visibili gli errori commessi del passato, ma il principio di apertura ai talenti  è molto forte ed è applicato in modo costante e adattivo.
- Finanziamenti. Harvard è inondata di denaro. Il finanziamento dell’università passa attraverso molti canali: rette degli studenti, donazioni private, collaborazioni con aziende, fondi pubblici e profitti realizzati tramite il suo endowment fund. Quest ultimo è un vero e proprio fondo di investimento, gestito con criteri professionali (link:  http://www.hmc.harvard.edu/) e pienamente integrato nello sviluppo della finanza globale che è avvenuto negli ultimi decenni.  Il possesso di ingenti risorse finanziarie non può essere sconnesso dalla meritocrazia: i meccanismi di selezione degli studenti e dei ricercatori permettono infatti di allocare le risorse dove possono esser maggiormente produttive. La maggiore prolificità scientifica e il grande impatto degli studenti nel mondo delle professioni implicano, nel medio termine, il rafforzamento del brand-Harvard. Quest’ultimo permette a sua volta di attirare studenti, fondi privati, collaborazioni con aziende, etc. riattivando quindi il ciclo di produzione del valore e accumulazione di capitale umano.
- Network. Harvard non è un’istituzione fissa. E’ invece un’entità fluida, inserita in una grande rete di collaborazioni accademiche, governative e aziendali. I docenti della Law School, gli alumni della Business School, gli studenti del College sono continuamente coinvolti nell’elaborazione delle politiche pubbliche, nella creazione di nuove aziende e nella messa a punto di collaborazioni scientifiche. Il forte brand dell’Università permette di rafforzare con agilità il network, attirando intelligenza e stimoli culturali da altre università, nazioni e contesti culturali. Ci sono continuamente seminari, conferenze, iniziative, e collaborazioni  multi-stakeholder che rendono Harvard un vero e proprio "hub", un nodo di una rete accademica di natura planetaria che attira risorse, le ricombina tra loro e le re-invia all'esterno. Questa iper-circolazione di cervelli e idee ha caratterizzato, in ogni epoca storica, i maggiori centri di produzione intellettuale.
- Proiezione globale. Harvard sta diventando un luogo "globale" nel senso più profondo del termine, vale a dire post-americano. Il campus è considerato un monumento storico, ma nella sua conretezza è vissuto da cinesi, indiani, sud-coreani, africani, europei . L’ammissione al livello graduate, come nel caso della Business School e della School of Government, è da diversi anni di natura globale. Anche il College, in misura crescente, cerca di attrarre studenti al livello planetario. I dipartimenti e i centri di ricerca stanno aprendo sedi in tutto il mondo, espandendo l’influenza della rete di collaborazioni internazionali. Inoltre, nonostante l’università sia profondamente legata all’establishment americano, essa è stata caratterizzata negli ultimi anni da un elevato tasso di innovazione, configurandosi come un contesto dove possono proliferare nuove discipline e nuovi ambiti di ricerca. Da Obama a Facebook, molte delle innovazioni con impatto planetario hanno avuto la loro origine in questo ateneo.
- Immaginario. Harvard si sa vendere. E’ l’università maggiormente citata nei serial televisivi, nei romanzi, nei fumetti. Il sogno di molti genitori, da Boston a Beijing, è poter inviare i propri figli in questo luogo. Questo deriva sia dalla qualità oggettiva dell’ateneo, sia dalla sua capacità di interagire costantemente con i media, di produrre classe dirigente, di creare un senso di identificazione nei suoi ex-allievi, di costruire reti di collaborazione di natura trasversale. I responsabili degli uffici di ammissione delle graduate school viaggiano in tutte le capitali del mondo, gli studenti sono incoraggiati ad avere un atteggiamento pro-attivo e ad interagire con il mondo esterno con progetti di alto livello: fondare aziende, collaborare con il governo, pubblicare in giovane età. Tutto questo è rilanciato nella media-sfera tramite una miriade di riviste e siti internet finanziati o cofinanziati dall’università, destinati a target di natura accademica o al grande pubblico.
- Capacità di evolvere. L’ingranaggio di Harvard non è privo di difetti. Subisce tutt’ora gli smacchi passati, come aver ammesso Goerge Bush Jr. nella Business Scholl trentacinque anni fa, aver trascurato l’educazione scientifica, aver spedito degli alumni privi di scrupoli nel settore finanziario, essersi resa eccessivamente dipendente da un fondo di endowment di natura semi-speculativa. Nonostante ciò, l’aspetto peculiare di Harvard è il fatto che l’organizzazione è in grado imparare nel corso del tempo: si è persa la corsa delle start-up tecnologiche negli anni ’90, vinta dagli atenei della west-coast come Stanford ?  Ora Facebook è stata fondata da suoi ex-studenti. E’ stato esagerato l’impatto della legacy, l’ammissione dei figli degli alumni ? L’ultima tornata di ammissione rivede le vecchie regole e aumenta il livello di borse di studio. Il modello Harvard è tale perché si rinnova in modo costante, sa comunicare, sa attrarre talenti su scala planetaria: l’università si apre ai network globali, finendo per  influenzarli in modo determinante.


Davide Biassoni
Referendum: cronaca di un naufragio annunciato

I votanti ai tre quesiti del referendum Guzzetta-Segni non hanno nemmeno raggiunto un quarto degli aventi diritto, dacché la chiamata alle urne per la sesta volta consecutiva – e mai così malamente visto i concomitanti ballottaggi per province e comuni – ha fallito il raggiungimento del quorum. Del resto, tale evento pare ormai un lontano ricordo dal momento che non viene soddisfatto dal 1995. Ancora nel 1999, la spinta maggioritarista, che voleva introdurre il plurality all’inglese in Italia, arrivò ad un soffio dal traguardo, mentre nell’occasione presente l’esito negativo appariva più che prevedibile. Di fatto, i quesiti erano osteggiati senza indugio dai partiti medi e piccoli, in particolare dalla Lega Nord vincitrice alle elezioni europee e ago della bilancia in molti contesti locali nel voto amministrativo. Sovente, si è ripetuto che i temi elettorali coinvolgono assai poco l’opinione pubblica (ma ciò non era vero all’inizio degli anni Novanta), soprattutto per via dei loro tecnicismi che dovrebbero rimanere materia riservata a politologi ed esperti dei sistemi di voto. Per di più, è clamorosamente mancata una spinta reale e appassionata alla partecipazione da parte dei due partiti maggiori – PdL e PD – cioè proprio da coloro che, paradossalmente, avrebbero tratto i maggiori vantaggi dall’affermazione dei “sì” sull’abolizione del collegamento fra partiti (e il conseguente premio di maggioranza alla lista più votata): Berlusconi avrebbe ridimensionato notevolmente il peso politico del Carroccio, con la prospettiva concreta di un esecutivo monocolore; dall’altro, il PD avrebbe potuto sperare di far nuovamente leva sul voto strategico, prosciugando il serbatoio elettorale non solo della sinistra ma anche dell’IdV, candidandosi come l’unica concreta alternativa di governo al Cavaliere. Nessuno dei due attori partitici ha mostrato abbastanza coraggio, o spregiudicatezza, nel promuovere il coinvolgimento dei cittadini: il Premier temeva una crisi irriducibile con Bossi e, quindi, di lasciare anzitempo Palazzo Chigi, ma così facendo ha perduto l’occasione di svincolarsi dall’alleato e ha rischiato di perdere nei ballottaggi (come a Milano) per via dell’astensionismo leghista. Il PD, invece, diffidava di una battaglia che appariva persa in partenza e paventava di veder ricadere sulle proprie spalle il peso del mancato quorum, dall’altro lacerandosi nel dubbio che la vittoria dei “sì” avrebbe consegnato le chiavi del paese ad un berlusconismo dilagante. Ciò nondimeno, un effetto significativo dei tatticismi partitici è che, ancora una volta, si è purtroppo caduti nell’errore di allontanare gli italiani dalle decisioni collettive, alimentando un circolo vizioso di disaffezione e disinteresse; è difatti palese come la collaudata tattica degli oppositori non sia più l’invito a votare “no”, ma semplicemente a non partecipare al voto, contando sull’accumulo favorevole degli astensionisti cronici. Il rifiuto, quindi, non si palesa in forma di opposizione attiva a un certo esito sgradito, quanto piuttosto mediante un allontanamento apatico ed inerte, come se la politica non fosse più di competenza del cittadino comune, invitato a non disperdere energie nel misurarsi su questioni dipinte come troppo complesse. Il punto dolente sta proprio qui ché in gioco vi è la vitalità della coscienza civica di una nazione. Per giunta, la classe politica ha già deluso approvando un sistema elettorale sottoposto a una pioggia incessante di critiche, seguito inoltre da tentativi tutti infruttuosi di modifiche anche solo parziali, aumentando ad esempio la personalizzazione del voto da parte dell’elettore. Ad urne chiuse, il dibattito si è ora spostato sulla riforma della stessa disciplina referendaria: ridurre il quorum, aumentare il numero di firme per la presentazione dei quesiti. Per salvare questo istituto, caduto in declino nel generale sonnambulismo, cambiamenti adeguati sono più che necessari. Eppure, il leit motiv astensionista è una strada scoscesa e difficile da risalire.

biassoni_davide@yahoo.it


Francesco Piacente
Più riformisti e più popolari… si può!

Il risultato delle elezioni europee per giorni è stato analizzato e stiracchiato dall’una e dall’altra parte in un variegato scenario fatto di giustificazioni, interpretazioni e forzature. Avrei preferito un'analisi più di scrupolo e pazienza: così ci saremmo accorti che il voto apre una grande sfida. Il risultato ci mette davanti alla responsabilità di colmare il grande deficit di riformismo che caratterizza la politica italiana per riportare vicino alle istituzioni milioni di astenuti e invertire la rotta di un radicalismo ormai endemico. Per fare questo c’è un’unica soluzione: un partito davvero riformista e davvero popolare. Quello che può sembrare un ossimoro nei termini moderni della politica è in realtà la via del compimento del “progetto democratico”. E’ semplicemente quello che chiedono gli elettori, quelli che sono andati e quelli che non sono andati a votare.
Ma come si può interpretare un vero riformismo per sbloccare il nostro Paese e al contempo evitare la tentazione di un freddo pragmatismo, magari attraverso un partito di plastica e lontano dalla gente?
C’è anzitutto bisogno di temi concreti attraverso i quali declinare la teoria della propria linea politica e una grande occasione per il PD sarà il tema delle riforme istituzionali. Un banco di prova al quale bisogna arrivare preparati con un supplemento di riflessione e moderazione. Le riforme non sono la panacea di tutti i mali, come negli ultimi anni è sembrato proporre la politica. Sono altresì un tema che mette di fronte alle proprie convinzioni che non permette di prescindere dall’avere un’“idea di Paese”. Come si può proporre una nuova “idea di Paese” senza affrontare il problema della governance?
Da tempo le nostre istituzioni non risultano più adeguate alla temperie della modernità strette come sono nei sistemi multilivello, che trovano nella globalizzazione e nei governi dei territori i due capi di un’intricata spirale. Al contempo va osservato che mai come in questo momento storico i temi istituzionali, da sempre in fondo alla lista delle priorità dell’”italiano medio” sono entrate a pieno titolo tra le questioni di più grande popolarità.  Basti pensare alla modifica della forma di governo e alla riforma del bicameralismo che apportando modifiche alle attribuzioni tra le due camere e al numero dei parlamentari si ricollega al tema caldo dei costi della politica e al fenomeno della “casta”. La riforma elettorale, necessaria per colmare il vuoto di rappresentanza e credibilità delle istituzioni avvertite lontanissime dall’elettorato, sempre più lontano dai partiti e dalle urne. La riforma federalista che vede nel federalismo fiscale la sua più avanzata espressione e che negli anni a venire dovrà essere attuata sui territori e per un migliore governo delle comunità. L’abolizione delle province, uno dei temi che ad ogni appuntamento elettorale torna alla ribalta per poi essere chiuso nel cassetto il giorno seguente: anch’esso dovrà trovare una soluzione con buona pace dell’opinione pubblica e della razionalizzazione dei conti pubblici. L’applicazione autentica dell’art. 49 della Costituzione puntando alla creazione di un sistema di partiti e di strutture intermedie aperto e democratico, migliore antidoto alla deriva populista.
E’ questa la grande sfida, un’azione politica riformista e popolare che sappia riscoprire nella storia del nostro paese un patrimonio culturale dimenticato ovvero evocato solo per marcare distanze.
Se il Partito Democratico saprà rivalutare l’inestimabile patrimonio politico-culturale e personale che ha alle spalle potrà sfruttare la grande occasione delle riforme agendo sui processi e in ascolto dell’opinione pubblica: un partito più riformista e più popolare!


Valentina Pasquali
Il pragmatismo di Obama sull’Iran

L’hanno soprannominato il “dilemma iraniano” di Obama. Pagine e pagine sono state riempite dai giornali americani con analisi della faticosa ricerca da parte del presidente di una strategia adatta a confrontarsi con i risultati delle elezioni tenutesi in Iran lo scorso 12 giugno, e, in tutta probabilità, pesantemente truccate dal regime islamico in favore del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad. Hanno criticato Obama per aver sostenuto una linea troppo cauta e pericolosamente timida, ma, allo stesso tempo, lo hanno complimentato per il pragmatismo. Insomma, per l’ennesima volta, gli americani, politici, analisti, e media, mostrano di non sapere cosa fare, e nemmeno cosa pensare, della situazione politica in Iran.
Dapprima, pur confessandosi preoccupato per le irregolarità che da subito parevano aver distorto il risultato del voto in Iran, Obama ha scelto una linea di non-intervento. In una dichiarazione fatta ai media a nome dell’Amministrazione, il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva detto il 17 giugno: “Ovviamente attendiamo di capire quale sarà il risultato finale dei processi interni oggi in atto in Iran, ma è comunque nostro intento quello di perseguire qualsiasi opportunità esista in futuro riguardo l’Iran”. Il Presidente Obama aveva a sua volta dichiarato che la volontà rimaneva quella di “continuare a ricercare un dialogo duro, ma diretto” tra i governi iraniano e americano.
Poi, l’intensità delle proteste per le strade di Tehran è andata aumentando e, con essa, la violenza della repressione delle forze dello stato sui manifestanti. Fino al culmine dell’uccisione in video di Neda Agha Soltan, una donna di 26 anni colpita dal proiettile di un cecchino e morta, la faccia che lentamente le si copriva di sangue, mentre un passante riprendeva la scena col proprio cellulare. E, così, anche la Casa Bianca ha cominciato a riaggiustare il tiro, in particolare per difendersi dalle critiche crescenti che stavano arrivando al presidente da parte repubblicana, ma, sempre più, anche da parte democratica. Sabato 20 giugno, Obama ha indurito i propri toni, dichiarando: "Chiediamo al governo iraniano di fermare tutte le azioni violente e ingiuste condotte in questi giorni contro la propria gente”.
A oggi, i commenti più critici fatti da Obama sono di martedì 23 giugno. In una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca, il presidente si è detto “sconvolto e profondamente scioccato dalle minacce, dalla violenza, e dagli arresti degli ultimi giorni”. Negando con forza le accuse portate dal presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui le manifestazioni di protesta in Iran sarebbero state causate e sostenute dall’ingerenza di governi stranieri opposti al regime islamico, Obama ha proseguito dicendo: “Condanno con forza questi atti ingiusti e sono al fianco del popolo americano nel cordoglio sentito per la perdita di ogni vita innocente”.
Pur prendendo le difese dei dimostranti iraniani, e sostenendone moralmente la lotta coraggiosa in favore di un governo più aperto e trasparente, Obama ha comunque reiterato, anche martedì, che “gli Stati Uniti rispettano la sovranità della Repubblica Islamica e non hanno nessuna intenzione di intervenire negli affari interni dell’Iran”.  Quanto alla possibilità che il governo americano continui a cercare un dialogo diretto con quello iraniano, nonostante gli avvenimenti delle ultime settimane, Obama ha fatto sapere che, a questo punto, si tratta di “una scelta che  dovranno fare gli iraniani”. Il presidente ha così fatto allusione al fatto che le aperture americane verso Tehran sono state accolte, fin qui, con un atteggiamento quanto meno deludente da parte della leadership iraniana.
Le critiche più aspre sono arrivate al presidente americano dai  senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, che lo hanno accusato di aver abbandonato la causa dei diritti umani. Durante un’intervista rilasciata allo show televisivo “Today” del network NBC, McCain ha detto: “[Il presidente] dovrebbe dire a voce alta che questa in Iran è stata un’elezione corrotta e truccata”.
In realtà, le ragioni che Obama ha di mantenere una linea “fredda” e non-interventista sono numerose. Innanzitutto,
come scrive Paul J. Saunders sul Washington Post, gli americani devono rendersi conto di avere opportunità davvero limitate di influenzare la politica interna all’Iran. “Molti politici e commentatori sembrano soffrire dell’illusione che gli Stati Uniti possano avere una influenza decisiva sull’evoluzione politica dell’Iran. Sembra che ne siano ancora convinti nonostante il fatto che il tentativo di esportare la democrazia in Iraq si sia rivelato molto più difficile e costoso di quanto pubblicizzato all’inizio”, sostiene Saunders.
Con tutta probabilità, un intervento americano più diretto otterrebbe semplicemente l’effetto contrario a quello desiderato. In un paese dai forti sentimenti nazionalisti come l’Iran, il valore delle proteste di questi giorni sarebbe solo diminuito negli occhi della popolazione se gli iraniani si convincessero che gli Stati Uniti sostengono apertamente l’operato dei manifestanti. Va ricordato, infatti, che gli iraniani non hanno ancora digerito il colpo di stato del 1953, notoriamente diretto dalla CIA, che depose il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadeq. Bisogna tenere a mente, inoltre, che l’attuale governo islamico fu istituito in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, scatenata dall’insurrezione popolare contro la monarchia autoritaria di Shah Mohammad Reza Palhavi, sostenuta e finanziata dagli americani.
Inoltre, sarebbe inutile e cruento da parte di Obama incoraggiare gli iraniani alla ribellione contro il proprio governo in un momento in cui gli Stati Uniti non hanno in realtà nessuna intenzione di intervenire militarmente per difendere i dimostranti dalla prevedibile repressione governativa.
Altre considerazioni, di tipo più pragmatico, sono anch’esse importanti. Innanzitutto, le manifestazioni seguite allo scandaloso voto del 12 giugno si sono concentrate quasi esclusivamente nelle grandi città, coinvolgendo una minoranza, per quanto cospicua, della popolazione. Fra l’altro, a due settimane dal voto, sembra oggi che le proteste comincino a diradarsi, certamente anche in seguito alla violenta risposta dello stato. Viene dunque da pensare che sarebbe forse stato precipitoso per Obama lanciarsi immediatamente in una campagna pro-opposizione e pro-democrazia. Può essere che valga invece la pena aspettare, per capire cosa succederà a questo movimento iraniano di piazza nei prossimi mesi. In secondo luogo, anche i manifestanti non chiedono, per ora, l’abbattimento del regime islamico, bensì protestano il risultato delle elezioni e scendono in piazza in difesa del proprio diritto di voto e a sostegno del proprio candidato, Mir-Hossein Mousavi. Ma, come scrive Suzanne Maloney, un’esperta dell’Iran alla Brookings Institution, bisogna cercare di non farsi prendere da eccessivi entusiasmi per la politica di Mousavi, il quale, per quanto opposto al governo di Ahmadinejad, rimane un rivoluzionario della prima ora. “È importante non farsi travolgere dall’idea romantica di un iraniano moderato”, sostiene Maloney.
Insomma, è difficile pensare a quale altro atteggiamento avrebbe dovuto tenere Obama. Certo, il presidente avrebbe potuto fare una qualche dichiarazione di principio in stile George W. Bush che avrebbe rovinato per sempre qualsiasi possibilità di dialogo con l’Iran e, di conseguenza, qualunque speranza di cambiamento e riforma non violenta del regime islamico nel lungo, forse anche lunghissimo, periodo.
E’ chiaro che, se la situazione in Iran dovesse continuare a peggiorare, Obama sarà costretto a seguire una linea sempre più dura. Per il momento, però, sembra che l’Amministrazione statunitense abbia scelto di seguire la filosofia pragmatica e realista illustrata al Washington Post da un rappresentante del governo che, per l’occasione, ha scelto l’anonimato: “Stiamo cercando di promuovere una politica estera che aiuti a avanzare i nostri interessi, anziché una che ci faccia sentire bravi e buoni”.


Simone Comi
Continuano le provocazioni della Corea del Nord, come risponderanno le grandi potenze?

Le continue provocazioni del Governo di Pyongyang sembrano potersi arricchire di un nuovo tassello, dopo che alcune fonti giapponesi hanno fatto sapere che la Corea del Nord sarebbe pronta a testare i suoi missili balistici intercontinentali effettuando lanci nella zona delle isole Hawaii. Alla notizia si sono avute dichiarazioni decise da parte della Casa Bianca ed una certa preoccupazione è stata espressa dalla leadership cinese, che ha deciso di non difendere Pyongyang per tentare una non facile stabilizzazione diplomatica della regione. I test nucleari e missilistici effettuati non sembrano destare preoccupazioni per la sicurezza delle zone al di fuori dell’area asiatica e, come per il caso iraniano, sembra improbabile che l’esecutivo nordcoreano decida di scatenare una serie di attacchi militari che porterebbero, inevitabilmente, alla disfatta non solo militare ma ancor più politica. In questi ultimi mesi si sono rincorse le voci di una probabile successione alla guida del Governo di Pyongyang, l’ormai anziano Kim-Jong Il ha nominato in questi giorni il terzogenito Kim Jong Un a capo dei servizi di intelligence nordcoreani e per molti questo sarebbe un segnale chiaro della volontà del “caro leader” di lasciare entro breve nelle mani del figlio più giovane la guida del paese.
Una dittatura che cerca di perpetuare sé stessa: è difficile pensare che Kim-Jong Il sia disposto a mettere in gioco la propria leadership e quella futura del figlio con un attacco ad alcune delle maggiori potenze dell’area asiatica o globale. Non sarebbe però da escludersi a priori che Kim-Jong Un decida di non perseguire la stessa lungimirante strada del padre, capace di innalzare la tensione diplomatica per ottenere aiuti in grado di mantenere il paese sull’orlo di un baratro economico che sembra farsi comunque sempre più prossimo. In questo senso potrebbero essere legittime le preoccupazioni giapponesi, che forse si troveranno nel prossimo futuro a dover far fronte ad una Corea del Nord che potrebbe decidere di trasformare le minacce diplomatiche in azioni militari. Quali sono le risposte della Casa Bianca alla minaccia nordcoreana? Barack Obama si è limitano nel corso di un’intervista televisiva a sottolineare che le forze statunitensi sono pronte a fronteggiare una possibile azione militare verso le isole Hawaii, parole volte a rassicurare l’opinione pubblica statunitense più che costituire un chiaro monito alla leadership di Kim-Jong Il. Gli Stati Uniti hanno comunque intensificato il pattugliamento marittimo delle zone circostanti alla Corea del Nord, bloccando una delle cinque navi cargo chiamata Kang Nam I sospettate di trasportare illegalmente armi verso Myanmar. Questo sembra essere invece il segnale per Pyongyang della capacità di intervento statunitense e di blocco delle attività navali nordcoreane in caso di ulteriori screzi o innalzamento della tensione. Washington potrebbe quindi decidere di intensificare nei prossimi mesi il controllo della regione, in modo da poter dare una risposta misurata ma decisa alla provocazioni in atto. Difficilmente la Corea del Nord valicherà il confine che divide la strategia della tensione da una guerra vera e propria. Più difficile sarà definire i prossimi passi diplomatici per cercare di fermare lo sviluppo di un programma nucleare che sembra ormai aver raggiunto lo stadio finale. Come ha fatto notare Henry Kissinger, gli Stati Uniti sembrano avere solo due opzioni alternative la prima delle quali, accettare il programma nucleare nordcoreano, potrebbe rivelarsi una sconfitta diplomatica capace di minare ogni possibile negoziato con l’Iran. Rimane quindi una sola via: cercare di fermare Pyongyang con un aumento della pressione sulla leadership. Opzione che richiederebbe la partecipazione dei paesi confinanti, Cina in primis. Dinamiche geopolitiche fondamentali per il regime di Pechino si inseriscono quindi nella questione. Potenzialmente, la decisione del governo cinese di prendere le distanze da eventuali iniziative di Kim-Jong Il potrebbe quindi rivelarsi un primo passo verso la realizzazione di un programma internazionale che si ponga come obiettivo di fermare la proliferazione nucleare non solo nella regione ma livello globale. Situazione auspicata da molti a cui si giungerebbe solo con un accordo tra le maggiori potenze mondiali, impegnate finora a cercare un balance of power che potrebbe rivelarsi non solo globalmente controproducente ma ancor più militarmente pericoloso.

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