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Home » Newsletter n. 175 - 3 luglio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 175 – 3 luglio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 175.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Pd, tertium (non) datur


Davide Biassoni
Declino (e rinascita?) della sinistra


Simone Comi
Il golpe militare in Honduras e il nuovo approccio statunitense all’area sudamericana


Valentina Pasquali
Compromessi per l’ambiente o ambiente compromesso


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / Corte costituzionale tedesca e trattato di Lisbona. Ma in gioco è l’attualità del senso dell’integrazione europea


Raffaele Mauro
Megacomunità: governare la complessità con un approccio multi-stakeholder


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 3 luglio 2009


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Pd, tertium (non) datur

Uno, due e tre. Anzi, no: uno, due e basta. Tertium non datur. Non si sfugge: o il Pd di Franceschini o il Pd di Bersani, punto. E chi non è contento si adegua o sta a casa.
Ma è proprio così? Quello che manca è lo spazio politico tra i due “giganti” pigliatutto o è solo mancato l’uomo, appunto il terzo uomo (o donna)?
Se le poltrone da primo cittadino non si sono rivelate trampolino sufficiente per dare l’assalto al cielo democratico, ancor meno le grida ambiziose della nebulosa dei quarantenni sono riuscite a produrre uno straccio di contesa al vertice del partito. E così, salvo sorprese, niente terzo - anche se la partita a due è già da considerare un rilevante passo evolutivo se paragonato alle età primitive delle primarie secche, plebiscitarie, delle primarie con vincitore già assegnato.
Eppure, non è senza rammarico che prendiamo congedo dalla possibilità di un acrobatico passaggio a nord-ovest che ridefinisse i confini di un paradigma democratico confusamente dibattuto tra l’ansia di dimostrare di essersi adeguato al nuovo e la reticenza ad abbandonare anguste radici.
Perché, certo mancherà l’uomo o la donna ma non lo spazio politico. Forse il problema è dovuto dal fatto che questo spazio non è di così facile decifrazione, perché non si tratta esattamente di un altrove, di una terzietà assoluta, quanto piuttosto di una sorta di terza dimensione del discorso politico che dovrebbe attraversare gli attuali progetti proposti da Bersani e Franceschini come una diagonale, ovvero come una linea di fuga in grado di essere tangente a questi progetti là dove essi compiono il massimo sforzo d’innovazione senza tuttavia riuscire ad essere pienamente convincenti perché l’innovazione che essi intravedono è come una sorta di nuovo orizzonte tuttavia ancora scorto attraverso vecchie lenti.
In ogni caso, il linguaggio – in quanto rivelatore dell’idea – è sufficiente a dimostrare che per quanto ci si sforzi di declinare una proposta politica secondo nuove istanze, il pensiero ovvero i concetti che ne sono il motore, restano inesorabilmente ancorati al passato. E questo vale per tutti i temi: dalla sfida ambientale al welfare, dal paradigma energetico all’universo dei lavori, dalla riscrittura della grammatica finanziaria alla sostenibilità di un assetto internazionale acefalo. I problemi sono nuovi, l’approccio no. Se pensare il futuro, immaginarlo, prefigurarlo, tallonarlo, è da sempre la più ardua impresa per l’uomo, agire-nel-presente-per-il-futuro è la sfida propria del politico.
Dinnanzi a questa ennesima occasione di ripensamento che il Partito democratico è obbligato ad affrontare, il nostro augurio è che il tributo che andrà pagato al vecchio non sia tale da mortificare del tutto quelle scintille di nuovo linguaggio, ovvero di nuovo pensiero, e di nuove volontà che già oggi sono un patrimonio inestimabile non solo del Partito democratico ma del paese intero. (E non c’è bisogno di sottolineare quanto il Pd, e l’Italia, abbiano terribilmente bisogno di questa nuova linfa).



Davide Biassoni
Declino (e rinascita?) della sinistra

Come più volte argomentato da politologi e giornalisti, le elezioni europee del mese scorso hanno sentenziato le difficoltà profonde della sinistra socialista e socialdemocratica a livello continentale. Il responso delle urne nei cinque grandi paesi dell’Unione Europea è stato inequivocabile: nel Regno Unito, il Labour ha subito un pesante rovescio che l’ha retrocesso a terza forza, dietro anche agli euroscettici dell’UKIP; in Germania, la SPD, di poco sopra al 20 per cento dei voti, è distanziata di circa 17 lunghezze rispetto ai cristiano-democratici (con i quali governa nella grande coalizione); in Francia, il PS ha rischiato di esser sorpassato dagli ecologisti di Cohn-Bendit, con i due partiti divisi da mezzo punto percentuale e comunque entrambi distaccati di circa 12 lunghezze dai neo-gollisti di Sarkozy; in Spagna, pur con un lusinghiero 38,5%, il PSOE di Zapatero deve recuperare 4 punti percentuali ai popolari di Rajoy; in Italia, il Partito Democratico ha perso 7 punti rispetto alle politiche del 2008 ed è a 9 lunghezze dal PdL. Negli altri stati membri, la situazione non è certo più rosea: benché in Svezia, nel Belgio vallone e in Grecia il risultato delle forze riformiste sia stato positivo, è ormai palese come al governo o all’opposizione i partiti del futuro ASDE (Alleanza dei Socialisti e Democratici Europei) sovente arranchino rispetto a quelli del PPE. E le future elezioni nazionali, a cominciare da settembre in Germania, non promettono di invertire il trend negativo nel campo progressista. Dato il quadro, il congresso autunnale dei Democratici assume allora un significato cruciale, una svolta con riflessi anche al di fuori dei confini italiani. Non si tratta solo (né è auspicabile lo sia) di decretare il vincitore tra Bersani e Franceschini, forse con l’aggiunta di un terzo outsider ancora misterioso. Sul piatto sta soprattutto la ridefinizione del concetto di sinistra o, se non si vuole più ricorrere a questa etichetta, delle forze riformiste-progressiste che si oppongono a quelle popolari-conservatrici. Doveroso quindi che la contesa non si risolva in una disputa esclusiva su nomi e apparati, quanto su contenuti e progetti, poiché il nuovo Segretario avrà il compito gravoso, ancorché imprescindibile, di identificare il terreno sui cui il partito si radica (identità) e l’orizzonte al quale tende (percorso). Il confronto deve essere quindi imperniato su idee, valori e proposte, dove il contendente principale sarà il Ventunesimo secolo, ossia le sfide attuali che la società implacabilmente avanza e che il PD deve dimostrare di comprendere e affrontare appieno. Le issues su cui si gioca la partita politica sono ormai note anche grazie al vastissimo uso di sondaggi che testano quanta fiducia (attualmente minoritaria) i cittadini pongano in un governo di centrosinistra nel risolvere problematiche quali crisi economica, disoccupazione, immigrazione, criminalità. E il carisma di un partito si testa anche sulla capacità di forgiare e dettare l’agenda, di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su temi che ritiene importanti e verso i quali propone soluzioni concrete. E’ su questi aspetti che vorremmo vedere svilupparsi il dibattito fra piattaforme programmatiche che prefigurino un’alternativa praticabile di governo.

biassoni_davide@yahoo.it


Simone Comi
Il golpe militare in Honduras e il nuovo approccio statunitense all’area sudamericana

Il colpo di Stato in Honduras sembra aver attirato l’attenzione di molti dei maggiori network mondiali, che lo hanno però sbrigativamente classificato come il solito coup de theatre di un gruppuscolo di cospiratori infedeli pronti a destituire il Presidente, destinato a concludersi con un nulla di fatto di gattopardiana memoria. “Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi”, scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure dietro a questo evento potrebbe celarsi un cambiamento epocale che, certo, sarà determinato da più fattori, ma che solo una crisi di questo tipo ha saputo portare in superficie dopo anni di permanenza ad un livello latente, riscontrabile nei dati commerciali ed economici più che nelle dichiarazioni dei leader politici. Il rinnovamento in questione, perché di questo si tratta, riguarda in primis gli Stati Uniti e quella visione che definiva il Sudamerica come il “giardino della Casa Bianca”, che dai tempi della dottrina Monroe e fin quasi ai giorni nostri ha segnato i rapporti tra il nord ed il sud di un continente profondamente eterogeneo. Quella capacità statunitense di imporsi come il guardiano di una regione percorsa da fremiti comunisti e di divenire un partner quasi monopolista dei traffici regionali, sembra dover ora abdicare ad una realtà ben diversa. La Cina ha interessi crescenti in Sudamerica e i leader sudamericani si trovano in una posizione di forza mai vista nella storia delle relazioni con gli Stati Uniti: il Venezuela è uno dei maggiori partner energetici di Washington ed il Brasile è visto alla Casa Bianca come un potenziale alleato per lo sviluppo dei programmi energetici che prevedono l’utilizzo del bioetanolo. Chavez e Lula giocano quindi una partita in cui sembrano avvantaggiati, rispetto ad un Barack Obama costretto a dover affrontare una situazione che nessun presidente degli Stati Uniti prima di lui si è neanche mai immaginato di dover prendere in considerazione.
L’attuale inquilino della Casa Bianca si trova quindi a dover gestire diplomaticamente una crisi iraniano-mediorientale dai contorni sempre più fluidi e confusi, dovendo tener conto al contempo delle istanze di una regione che sembra essere in grado di affacciarsi sulla scena internazionale intessendo partnership politiche ed economiche profonde, in grado di scardinare il ruolo egemonico che Washington ha storicamente fatto valere nel sud del continente. Da qui potrebbe prendere avvio una stagione nuova dell’approccio statunitense all’area latino-sudamericana, più consapevole del peso dei differenti attori sia a livello regionale che globale.
A testimonianza di questa nuova consapevolezza statunitense le parole di Barack Obama su quanto sta accadendo nelle ultime ore a Tegucigalpa sono state non solo misurate nei toni, ma rispettose nei confronti di quello che era un Presidente che negli ultimi tempi si era mostrato più in linea con le idee di Chavez che non alleato fedele degli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato ha chiesto il ripristino dell’ordine costituzionale e il Pentagono ha deciso di rimandare un’operazione militare congiunta che avrebbe dovuto condurre con le Forze Armate honduregne: reazioni piuttosto blande rispetto a quanto accaduto finora . La Casa Bianca attenderà probabilmente il 6 luglio per decidere se ritirare o meno l’ambasciatore a Tegucigalpa, scelta dovuta alle pressioni politiche di alcune correnti conservatrici che sostengono Roberto Micheletti e alla volontà di capire cosa succederà nei prossimi giorni dopo il tentativo di avviare un “dialogo nazionale”. Zelaya ha già incontrato a Washington l’assistente Segretario di Stato Tom Shannon e un esponente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, segno che gli Stati Uniti appoggiano il suo ritorno alla guida del paese. Il ritiro dell’ambasciatore statunitense decreterà probabilmente la fine del Governo golpista guidato da Roberto Micheletti, che si troverebbe completamente isolato diplomaticamente e non sarebbe in grado di sostenere per lungo tempo una situazione così tesa. La crisi in Honduras potrebbe quindi rientrare a breve, costituendo però dal punto di vista storico un momento di svolta importante nelle relazioni tra Washington e quella regione sudamericana finora considerata “il giardino di casa” della Casa Bianca.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Valentina Pasquali
Compromessi per l’ambiente o ambiente compromesso

La Camera dei Deputati americana ha approvato venerdì il testo di legge sull’energia e l’ambiente sponsorizzato dagli onorevoli democratici Henry Waxman della California e Edward Markey del Massachusetts. Questo primo voto (il testo dovrà ora andare al Senato per l’approvazione finale) è stato fortemente voluto sia dal Presidente Obama, che aveva fatto della promessa ambientalista un fondamento portante della propria campagna elettorale, sia dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi.
La proposta di legge è passata all’ultimo minuto e dopo lunghe e difficili contrattazioni, con 219 voti a favore e 212 contro. Otto deputati repubblicani hanno sostenuto il testo di legge, contro le direttive del proprio partito, mentre ben 44 democratici hanno tradito la leadership dell’asinello, e il presidente americano, votando per bocciare la proposta.
Si tratta questo del primo tentativo reale, da parte americana, di modificare la produzione e il consumo di energia nel tentativo di mettere un freno al precipitare delle condizioni ambientali e al continuo peggiorare del riscaldamento globale.
La proposta di legge, volta a ridurre le emissioni inquinanti prodotte dalla grande industria americana del 17% entro il 2020 e del 83% entro il 2050 (rispetto ai livelli del 2005), si fonda su un sistema di cosiddetto ‘cap-and-trade’. Questo fissa un tetto complessivo per le emissioni di gas inquinanti che sono ritenute accettabili -- tetto destinato a diminuire progressivamente nel tempo -- e consente un meccanismo di scambio attraverso cui le industrie potranno acquistare dal governo, e poi scambiarsi l’un l’altra, il diritto ad inquinare.
L’approvazione del testo di legge Waxman-Markey è da considerarsi storico (va ricordato che gli Stati Uniti di George W. Bush non hanno mai nemmeno accettato di firmare il protocollo di Kyoto). Rimane il fatto, però, che la proposta approvata venerdì ha obiettivi assai meno ambiziosi di quelli pensati inizialmente, e non è certo all’altezza delle regolamentazioni implementate in Europa già da tempo.
In particolare, per riuscire a ottenere il voto della maggioranza di deputati americani, la proposta di legge è stata modificata sostanzialmente negli ultimi giorni di discussioni parlamentari, con l’inserimento di concessioni sufficienti a convincere gli scettici a votare a favore. Il risultato, nell’opinione dei più critici, è che il testo originale è stato diluito a tal punto da essere ormai inutile.
Il dibattito parlamentare condotto nei mesi scorsi e che ha portato, infine, al passaggio della proposta di legge alla Camera, ha visto lo scontro, culturale, sociale ed economico, tra i rappresentanti più liberal del partito democratico, provenienti dalle grandi città delle coste est e ovest del paese, veri centri di innovazione e alta tecnologia, e i deputati eletti nei distretti più conservatori del centro e del sud del paese, dove le economie locali sono in forte crisi e dove l’industria manifatturiera e quella del carbone, altamente inquinanti, rimangono i principali datori di lavoro.
Il risultato delle difficili contrattazioni tra questi due gruppi è stato che, come ha scritto il New York Times, “quando finalmente la legislazione più ambiziosa mai proposta al Congresso in fatto di energia e ambiente veniva messa al voto venerdì, ormai il testo di legge si era ingrossato a dismisura per via dei compromessi, delle modifiche, delle concessioni, e dei veri e propri regali pensati per conquistare i voti dei legislatori più dubbiosi e il sostegno della grande industria.” Fatto sta che, nei mesi di contrattazione, la proposta di legge è cresciuta dalle 648 pagine iniziali alle circa 1.400 approvate venerdì.
Alcune delle concessioni, per quanto strane, sono relativamente innocue. Così, ad esempio, un giovane rappresentante della Florida è riuscito ad ottenere, in cambio del proprio voto, 50 milioni di dollari per la costruzione nel proprio stato di un centro per la ricerca sugli uragani.
Altri compromessi, in particolare quelli fatti per ottenere il sostegno del settore agricolo americano, potrebbero finire per mettere a rischio gli obbiettivi stessi della proposta di legge.
Alcuni ambientalisti hanno sostenuto entusiasticamente la legge, mentre altri, come ad esempio i rappresentanti di Greenpeace, erano contrari al suo passaggio. E anche l’industria si è divisa; la Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale dell’Industria Manifatturiera hanno sostenuto l’opposizione, mentre alcune delle più grandi aziende del paese, come ad esempio Ford e Dow Chemical, si sono dette in favore.
Il futuro della legge, anche in questa sua versione annacquata, rimane incerto. Il Senato dovrà discutere, nei prossimi mesi, la propria versione del testo approvato alla Camera, ed è prevedibile che i senatori democratici e repubblicani moderati lavoreranno insieme per rendere le limitazioni sulle emissioni inquinanti ancor meno efficaci.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / Corte costituzionale tedesca e trattato di Lisbona. Ma in gioco è l’attualità del senso dell’integrazione europea

Martedì 30 giugno la Corte costituzionale federale tedesca ha dichiarato il trattato di Lisbona compatibile con la Legge fondamentale: esso non viola la sovranità dello Stato fedrale tedesco. La Corte ha, però, sospeso la ratifica del trattato da parte della Germania, chiedendo una revisione della legge che lo accompagna a garanzia delle competenze del Parlamento tedesco. In particolare i diritti di codecisione dello stesso Parlamento dovranno essere oggetto di una nuova normativa, tanto a garanzia dell'efficacia del diritto di voto dei cittadini tedeschi, quanto per far sì che l'Unione non superi le competenze assegnatele. “Riassumendo, si potrebbe dire: la Costituzione dice sì al Trattato di Lisbona ma esige al livello nazionale un rafforzamento della responsabilità del Parlamento in materia d'integrazione”, ha detto il vicepresidente della Corte costituzionale. Solo dopo l’adozione di questa legge il processo di ratifica potrà essere sbloccato e, quindi, chiuso con la firma del presidente tedesco Köhler.
Se una rapida ratifica del trattato da parte della Germania sembra agevolmente raggiungibile – vista anche la volontà politica diffusa in questo senso - un dato interessante è che questa decisione sembra aver accontentato tutti (o quasi). La cancelliera Merkel si è detta soddisfatta del via libera della Corte; il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha addirittura dichiarato che “con questa sentenza, la Corte ha posto le basi per una conclusione rapida del processo di ratifica in Germania”. La sentenza è stata accolta con favore anche da coloro che avevano presentato ricorso! Il deputato cristiano-sociale Peter Gauweiler ha dichiarato che la Corte “ha gettato le fondamenta di qualcosa di molto diverso dal modo sufficiente e rapido in cui le questioni europee sono state trattate in questi anni dalla Germania”; il Verde Renate Künast ha definito la sentenza un successo tanto per il Trattato quanto per il Bundestag. Sul Süddeutsche Zeitung si è letto: “Sì, possiamo costruire l'Europa, un'Europa forte, ma solo se rispettiamo i principi della democrazia, al centro della quale si trova la volontà del popolo”; il giudizio non segna un arresto del processo d'integrazione ma è “un terreno per la democrazia”.
Più problematico il commento che si è letto sul Frankfurter Allgemeine Zeitung: ora “chi vuole fondare uno Stato europeo deve prima interrogare il popolo tedesco”. Negativo il commento del quotidiano di sinistra Tageszeitung, secondo cui la decisione della corte “s'inscrive nel clima nazionalista che attualmente si ritrova in altri stati membri. Il vero pericolo è nella possibilità che le corti costituzionali degli altri 26 paesi seguano l'esempio di Karlsruhe elevandosi a capoguardia dell'Unione europea”.
Premesso che quest’ultima previsione potrebbe in futuro rivelarsi azzeccata, connotare la risposta della Corte come “nazionalista” sembra errato. Del resto, la Corte costituzionale federale è garante del rispetto di una legge costituzionale federale nazionale, e, quindi, anche della sovranità nazionale. Dunque, non è il “tipo” di istituzione da cui aspettarsi una rinuncia alla sovranità nazionale!
È interessante riflettere su come questa sentenza potrebbe, piuttosto, aver elaborato un principio capace di ricevere accoglimento anche in altri Stati membri dell’Unione europea: quello per cui è necessario un vaglio “effettivo” dei Parlamenti nazionali sull’evoluzione del processo di integrazione europea. Certo, questo potrebbe significare maggiore democratizzazione dell’Unione. Ma potrebbe anche significare, in concreto, l’introduzione di ulteriori ostacoli e distorsioni (magari anche “nazionalistiche”) all’operato delle istituzioni europee. Ci vorrà tempo per capire potenzialità e limiti di questo “nuovo principio” rispetto alla vicenda dell’Unione europea (e, forse, prima ancora per capire se siamo davvero dinanzi ad un “nuovo principio”).
Resta il fatto che il momento storico che stiamo vivendo sembra chiedere una maggiore consapevolezza della direzione da dare all’integrazione europea. Ciò proprio perché la crisi economica globale, rivelando la necessità di strumenti (ed attori) politici dimensionati alle problematiche ed alle istanze globali, ha fatto scoprire a molti – anche ex-euroscettici – l’attualità delle potenzialità dell’Unione in termini di governance regionale (con effetti significativi sul livello globale). Ma trattasi di potenzialità da sviluppare! Così com’è l’Europa è insufficiente a cogliere le sfide sul campo. Potenzialità, dunque, non realtà già bastante.
Il treno sta passando adesso… Se l’Europa si rivelasse nei prossimi mesi incapace di evolvere nella direzione di una significativa risposta a questioni “sul tavolo” – quali, tra le altre, quelle relative a conseguenze sociali della crisi, regolamentazione e supervisione finanziaria, lotta al cambiamento climatico, regolamentazione e gestione della immigrazione - , questo significherebbe, probabilmente, la perdita di senso dell’attualità dell’intero progetto europeo.

mariodiciommo@yahoo.it


Raffaele Mauro
Megacomunità: governare la complessità con un approccio multi-stakeholder

Mark Grencser, Reginald Van Lee, Fernando Napolitano, Christopher Kelly, Megacommunities: How Leaders of Government, Business and Non-Profits Can Tackle Today’s Global Challenges Together, Polgrave Macmillan, 2008; tr. It. Megacomunità: Come i leader di governo, delle aziende e della società civile possono gestire le grandi sfide globali, insieme, Il Sole 24 Ore, 2009.
http://www.megacommunities.com/

Viviamo una crisi simultanea delle principali istituzioni che sorreggono la nostra vita associata: governi, partiti, aziende, organizzazioni religiose, enti locali, ONG etc. Un numero crescente di problemi sembra uscire fuori dal “campo di influenzabilità” che tradizionalmente le caratterizzava: la dinamica sociale della globalizzazione esprime una complessità incomprimibile, un proprietà che la struttura di molte organizzazioni non riesce a cogliere pienamente.  Allo stesso tempo, stanno emergendo dei modelli di aggregazione che permettono di superare molti dei limiti del passato. In particolare, ha un successo crescente la creazione di spazi di incontro, discussione ed elaborazione di natura multi-laterale, capaci di aggregare attori eterogenei e di produrre accordi di tipo win-win. Si tratta di luoghi di interazione che fondano la loro influenza sul potere dei network, in alternativa ai tradizionali strumenti legati all’impatto dello stato o dei mercati. Questo approccio non riproduce necessariamente i limiti dei forum di natura rappresentativa: sono infatti inclusi solo gli attori percepiti come rilevanti, offrendo a ciascuno uno spazio proporzionale al contributo effettivo che è in grado di apportare. Le reti tra organizzazioni nascono per aumentare la probabilità di risolvere problemi complessi, consentendo di affrontare in modo coordinato tutte le sfaccettature che li caratterizzano.
Un gruppo di consulenti della Booz Allen Hamilton’s ha costruito una nuova formalizzazione di questo processo, legata al concetto di “megacomunità”. L’intersezione tra attori legati al business, alle attività governative e alla società civile permette, secondo questo punto di vista, di offrire un framework adeguato per la soluzione dei problemi più complessi che si presentano nel mondo attuale. Le sfide contemporanee sono in fatti di natura estremamente fluida, caratterizzate dall’imprevedibilità e dall’interconnessione tra diversi piani di riferimento economici, politici, tecnologici e sociali. Questo crea un deficit di leadeship da parte delle organizzazioni tradizionali, dato che nessuna singola metodologia di azione permette di affrontare in modo adeguato le nuove questioni. Una megacommunity ha quindi l’obiettivo di “aprire i network”, consentendo di attingere alle risorse cognitive e relazionali di un pool allargato di partecipanti. Si tratta di un ragionamento analogo a quello portato avanti da Klaus Schwab nel World Economic Forum, vale a dire la governance multi-stakeholder, un sistema basato sulla costruzione progressiva di un punto di vista comune tra attori eterogenei. Questo è un modo di agire che è stato recentemente oggetto di interessanti pubblicazioni (http://www.amazon.com/World-Economic-Forum-Multi-Stakeholder-Governance/dp/0415702038) e che ha dimostrato un successo crescente nella sua applicazione empirica.
I concetti di megacomunità e approccio multi-stakeholder si avvalgono delle nozioni sviluppate di recente dalla teoria dei network, dall’economia comportale e dalla dinamica dei sistemi: si cerca in modo esplicito di costruire reti robuste, capaci di auto-organizzarsi nel tempo e in grado di allineare le speranze e le aspettative dei partecipanti. Lo scopo di questi network multilaterali è la creazione di un cambiamento di lungo periodo, sostenibile in modo credibile da una serie di attori le cui agende sono potenzialmente in conflitto. Per fare questo, nel corso della nascinta di una megacommunity è necessaria una fase di elaborazione e confronto, finalizzata alla creazione di una visione di tipo macroscopico e inclusivo, che abbia la capacità di far convergere gli obiettivi di lungo periodo dei principali attori in gioco. I legami esistenti tra le diverse organizzazioni devono rafforzarsi, allineando i loro schemi cognitivi e consentendo la formazione di una rete di ordine superiore. La costruzione di questo network capital permette quindi di affrontare al meglio, in modo efficace e sostenibile nel tempo, l’iper-complessità che caratterizza le principali sfide della nostra epoca.

raffaele.mauro@collegiodimilano.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 3 luglio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Questi ultimi 15 giorni si sono aperti con la dura presa di posizione del Presidente del Consiglio comunale di Milano Manfredi Palmeri che, rispetto alla decisione del Comune di rinunciare ad avere un proprio stand all’Expo 2010 di Shangai, così si è espresso: “È normale che Milano non faccia un proprio padiglione a Shangai quando per un anno e mezzo ci hanno detto che questo sarebbe stato il nostro biglietto da visita, e per risparmiare credo 3 milioni? Non mi sembra un marketing coerente dire “venite a Milano nel 2015“ se poi non si va a Shangai nel 2010”. Quindi il 22 giugno sono stati ufficialmente lanciati gli Stati Generali dell’Expo che si terranno il 16 e 17 luglio a Milano presso il Teatro dal Verme. Si tratterà di un grande brainstorming, un forum libero di condivisione e di dialogo al quale ognuno potrà partecipare (cittadini, istituzioni, università, mondo del volontariato, della comunicazione, dell’arte, della cultura, dello spettacolo, del turismo). E’ già on line il sito www.statigeneraliexpo.it, a disposizione di tutti coloro che non solo intendono conoscere l’evento, approfondire i temi ed iscriversi ai dibattiti della due giorni, ma desiderano lanciare idee, proposte e suggerimenti per contribuire a prepararlo (è possibile inviare file audio, filmati, fotografie ecc.). Sono previste quattro sessioni tematiche di lavoro (il mondo giovanile, le donne, il format di Expo e i contenuti connessi al tema) e un canale su YouTube, in cui verranno pubblicati i filmati dell’evento e i più interessanti contributi video presentati.
A seguito delle elezioni provinciali, il neo presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, ha chiesto il 23 giugno le dimissioni del rappresentante della Provincia nel Cda di Expo 2015 spa, Enrico Corali. "C'è un rapporto fiduciario che non solo in questo caso ma anche in altri lega il rappresentante scelto a chi lo ha nominato. Sarebbe corretto che chi ha avuto queste deleghi rassegni le dimissioni". Replica immediata di Corali che, dopo aver appreso dalla stampa della volontà di Podestà, si e' messo in comunicazione con il neo Presidente per mettere a disposizione il suo incarico. La Lega ha come al solito sparigliato le carte ed è scesa in campo a difesa di Corali: al Carroccio non è piaciuta infatti l'accelerazione di Podestà. "Ho una grande stima professionale per Corali – ha chiarito Leonardo Carioni l'uomo della Lega nel Cda - Chiaramente il Presidente della Provincia ha titolo per avere persone di propria fiducia. Ma non mi aspettavo che fosse una decisone così veloce. Non vorrei che qualcuno la utilizzasse per scaricare le responsabilità su Corali che ha lavorato bene e che ha dato un supporto costruttivo". Fra i nomi circolati per sostituire Corali quello di Benito Benedini, già Presidente di Assolombarda; così Podestà si è infatti espresso il 29 giugno: ”In questo momento sto valutando altri nomi, ma quello di Benedini e’ sicuramente un nome eccellente”.
Nel corso di un'audizione davanti alla Commissione Lavori Pubblici del Senato tenutasi il 24 giugno, il viceministro alle Infrastrutture e Trasporti Roberto Castelli ha assicurato l’impegno del governo ad accelerare il più possibile sulla realizzazione delle opere infrastrutturali previste aggiungendo che, nei casi in cui dovesse essere necessario, si valuterà la nomina di commissari. Ha dichiarato “I commissari - ha sottolineato al termine dell'audizione - non si nominano a priori, come pensa qualcuno che parla di ritardi nelle nomine. E' una questione che, evidentemente, valuteremo caso per caso".
Il viceministro ha, poi, riconfermato che la copertura finanziaria delle opere per il 2009 è garantita. "C'e' la copertura e intendiamo portare le opere all'esame del Cipe entro quest'anno, a cominciare dalle prossime riunioni". Le opere interessate, tra le altre, sono il potenziamento della Rho-Gallarate, il raccordo di Busto Arsizio, la M4 e la M5. "L'apporto dello Stato- ha concluso Castelli- si attesta a circa 1,5 miliardi di euro".
Il Presidente di Promos (la società che si occupa di internazionalizzazione per la Camera di Commercio di Milano, socio al 10% di Expo 2015 spa) Bruno Ermolli ha rilasciato una lunga ed interessante intervista al Corriere della Sera (presente nella nostra rassegna stampa e ripresa anche da Affari Italiani su http://www.affaritaliani.it/milano/expo_ermolli_evento_che_andra_oltre_2015240609.html), nella quale, oltre a rammentare il valore strategico dell’evento, ha sottolineato come sia fondamentale per una funzionale governance dell’evento separare l'attività di indirizzo e controllo, riservata alla politica istituzionale, da quella tecnico-operativa, che deve essere riservata alla Società di gestione. Ha detto: “Una volta per tutte è necessario chiarire che l'Expo non e' un capannone in più o in meno, non è solo una fiera. E' una piattaforma di cooperazione internazionale, una vetrina dietro la quale ci sono la bottega che vende e l'industry che produce servizi e beni. Non durerà sei mesi e non finirà nel 2015, ma negli effetti andrà molto oltre". Lo stesso Ermolli anche il 1° luglio ha rilasciato sugli stessi temi una intervista ad Apcom (vedi: http://www.ilriformista.it/stories/apcom/70703/).
Il 25 giugno si è tenuto il Cda della Società con all’ordine del giorno parecchi temi. Innanzitutto i consiglieri presenti sono stati aggiornati dall'archietto Stefano Boeri, membro del Comitato di cinque architetti chiamati a elaborare il concept del master plan, sullo stato di avanzamento dell'idea concettuale sul futuro sito espositivo. Lo stesso Boeri è poi volato a Parigi per una riunione tecnica con i rappresentanti del Bie proprio riguardante il sito di Rho-Pero.
L’Amministratore Delegato Stanca ha dato poi ampie e dettagliate informazioni sulle varie iniziative in corso e sull’attività operativa della Società, sui rapporti di collaborazione instaurati con il Bie e illustrato il programma di iniziative nazionali e internazionali per l’immediato futuro. Il Cda ha anche approvato la costituzione di un Comitato scientifico presieduto dal professor Roberto Schmid, attuale direttore dello Iuss di Pavia e già rettore dell'Università di Pavia (ha ricoperto importanti incarichi scientifici di grande rilevo nel settore dell'alta formazione e della ricerca) che contribuirà al mantenimento di un alto livello qualitativo nell'elaborazione di contenuti e progetti, ed avrà anche un funzione propositiva per iniziative di particolare rilevanza. Fungerà da Segretario Generale del Comitato, nell'ambito delle altre sue funzioni, Adriano Gasperi, medico e coordinatore di programmi di Cooperazione allo Sviluppo in numerosi paesi. Il Comitato scientifico costerà 65 mila euro nel 2009 e 129 nel 2010. E’ stato approvato inoltre il sistema di controllo interno della Società – che si doterà anche di un codice etico - formato da una struttura di internal audit e da un organo di vigilanza. A conclusione della seduta, Diana Bracco ha escluso rischi di commissariamento per la Società dopo l’allarme lanciato dal viceministro Roberto Castelli sui ritardi per le opere così esprimendosi: “Ci stiamo strutturando velocemente con le procedure e gli organismi di controllo”. Il Cipe - Comitato interministeriale per la programmazione economica - nella seduta del 26 giugno ha approvato il progetto definitivo dell’autostrada Brescia – Bergamo – Milano (Bre.Be.Mi) per un costo di 1.611 milioni di euro mentre Castelli ha precisato, in una nota del 25, che l’indomani non sarebbero state approvate la linea 4 e 5 della metropolitana “perché non sono mai state nell’elenco delle opere che saranno approvate in questa seduta (nd. quella del 26 appunto), quindi non ci sarà alcun rinvio né aspettativa”.
Per quanto concerne la sede di rappresentanza della Società a Palazzo Reale, ancora il 25 giugno il Consiglio comunale di Milano ha approvato (27 si, 6 no e 15 astenuti) la mozione presentata dalla maggioranza, che impegnava il Sindaco e la giunta ad “espletare le attività e predisporre gli atti necessari per definire una disciplina generale che consenta di assegnare gratuitamente alla Società Expo 2015 Spa gli spazi e gli immobili che saranno individuati per le sue esigenze”. La Giunta ha quindi approvato l’indomani la delibera per la modifica del Regolamento comunale sulla concessione degli spazi che però deve ancora essere approvata definitivamente dal Consiglio (è circolata la notizia, non si capisce quanto fondata, che parte del trasloco a Palazzo Reale sia già iniziato prima di tale approvazione).
Presentati infine il 30 giugno i risultati dell’indagine Exponiti lanciata lo scorso 25 maggio che, durata un mese, ha permesso di ascoltare la voce di 16.539 milanesi. Il 41% degli intervistati ha affermato di saperne poco o nulla mentre c’è invece convinzione sul fatto che l'evento sarà un fatto positivo per la città (77%), specie se porterà lavoro, verde e miglioramenti nella mobilità. Alla domanda su che cosa sperano l'Expo 2015 porti a Milano, il 23% degli intervistati ha risposto più lavoro, il 17% più verde, l'11% più trasporti e il 10% più infrastrutture. Tutti i risultati sono consultabili su: http://www.expoholic.it/wp-content/uploads/2009/06/risultati-exponiti.pdf
Per quanto concerne il futuro del sito espositivo dopo l’Expo ancora nessuna decisione è stata al momento presa.“Il futuro del sito sarà deciso tra qualche anno” ha dichiarato Stanca. E Letizia Moratti ha aggiunto: “È sbagliato e prematuro definire adesso la destinazione di un sito che servirà tra sei anni. Verificheremo il da farsi con le altre istituzioni e gli architetti che stanno lavorando al masterplan”. Master plan la cui approvazione forse slitterà a settembre.

Altre notizie:
-          Il 23 giugno Stanca ha partecipato alla conferenza internazionale “Cities and Global Events Forum” di Madrid in qualità di relatore del panel su "Città ed Esposizioni Universali" per illustrare l'esperienza italiana nell'organizzazione dell'Expo milanese del 2015. L'evento e' stato ospitato nel nuovo Caixa Forum disegnato da Jacques Herzog, architetto svizzero che e' uno dei componenti della Consulta Architettonica costituita per Expo 2015.

Alla prossima.

s.florio@libero.it



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