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Home » Newsletter n. 176 - 10 luglio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 176 – 10 luglio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 176.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi la registrazione video degli interventi tenuti da Nicola Pasini e Massimo Cacciari in occasione del convegno "Liberi Democratici" e una rassegna stampa sulla Summer School 2009 del CFP.

Roma, 3 luglio 2009, Nicola Pasini, Pd, un partito senza sogni e senza idee
Roma, 4 luglio 2009, Massimo Cacciari, Il Pd e la crisi epocale del centrosinistra in Italia e in Europa

Lo spazio della politica, Separare il grano dal loglio, l'esperienza del Pd
Il Foglio, 30/06/2009, Il Pd scopre che terza via e terzo uomo nasceranno in laboratorio
Il Riformista, 30/06/2009, Un weekend da giovane tradito dal Pd
Affari Italiani, 26/06/2009, Pd, Rutelli spara su Franceschini e Bersani

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Un G8 inedito


Gianfranco Aurisicchio
Il punto G (8)


Luca Rossetti
G8 e i cambiamenti climatici: verso obiettivi realistici condivisi?


Simone Comi
La trasformazione del G8 e la rivolta in Xinjang, temi caldi dell’agenda internazionale


Davide Biassoni
Congresso del PD: lavori in corso


Raffaele Mauro
Aprire il Sud Italia alle reti globali: creare zone economiche speciali come vettore per lo sviluppo


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ “… in gioco è l’attualità del senso dell’integrazione europea”: la necessità di prenderne coscienza


Valentina Pasquali
Cosa si rischia a perdere la Turchia


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Un G8 inedito

Sulla crisi di rappresentatività e di incisività del club degli 8 grandi del pianeta sono pieni i manuali di relazioni internazionali e le pagine dei giornali e, da questo punto di vista sostanziale, il G8 dell’Aquila non fa eccezione. Tuttavia, il summit a presidenza italiana rappresenta un’inedita scommessa vinta dal presidente del Consiglio. Quello stesso Berlusconi che, alla vigilia del vertice, è stato bersaglio di aspre critiche sia sulla stampa nazionale che internazionale per la disinvoltura delle sue divagazioni sessuali, si può dire in qualche modo sia risorto all’Aquila, si può dire che abbia vinto la scommessa di mettere al centro della scena mondiale luoghi, come l’Aquila e la sua provincia, colpiti da un devastante terremoto; luoghi che solitamente, dopo le visite di pragmatica e l’attenzione di rito dei media, vengono lasciati a se stessi, abbandonati nel cono d’ombra delle notizie che escono dalle prime pagine. A Berlusconi va senz’altro riconosciuto il merito di aver tenuto acceso i riflettori su una catastrofe, di non avere nascosto sotto il tappeto una tragica ferita della nostra comunità nazionale. C’è qualcosa di impudico in questa scelta, così come c’è qualcosa di impudicamente irriducibile nella persona stessa di Berlusconi. Tuttavia, una caratteristica del premier che spesso è scaduta nell’impresentabile, questa volta si è rivelata una virtù, una differenza che ha fatto del G8 dell’Aquila un unicum irripetibile, passando al setaccio le qualità pre-politiche, quell’ininsegnabile umanità dei suoi protagonisti: la raccolta commozione di Angela Merkel, lo stupore di Michelle Obama, le straordinarie qualità umane del presidente degli Stati Uniti. Il G8, declassato dai media come puro evento mediatico con un fantasma di sostanza politica, ha così toccato il suo apice. Il New York Times, che il giorno dell’inaugurazione del vertice ha criticato duramente Silvio Berlusconi scrivendo “showmanship: perhaps. Leadership: no”, involontariamente coglieva nel segno l’essenza di questa kermesse internazionale che, solitamente blindata in quartier generali, giardini fioriti, foto di famiglia, questa volta all’Aquila ha dato di sé un’immagine più umana: i grandi della Terra tra le macerie (reali, quelle del terremoto) e simboliche (quelle dell’economia mondiale e dei dilemmi della politica internazionale) sono, per una volta, apparsi più vicini, più simili alla gente comune.


Gianfranco Aurisicchio
Il punto G (8)

È iniziato da qualche giorno il G8 a L’Aquila, contrassegnato già dalla preparazione da un caos disinteressato e da un’agenda sottile, tanto che il New York Times ha strillato che sia l’amministrazione americana a prenderne la guida.
Come non mai, questo vertice mostra la sostanziale inutilità di tali summits. Da quando fu iniziato nel 1975 come G6 dai leaders dei paesi maggiormente industrializzati per discutere del post Bretton Woods, si è trasformato in seguito in un’opportunità per fare promesse – tanto solenni quanto disattese, come per esempio al G8 del 2005 a Gleneagles, UK, quando si promisero storici aiuti all’Africa, annunciati anche da Bob Geldof al concomitante Live Aid Concert e poi non concessi, a cominciare dal nostro Berlusconi – e per mostrare all’opinione pubblica che i grandi del mondo sono all’opera per risolvere i grandi problemi del mondo. E naturalmente sono una rara opportunità per fare foto di gruppo, a beneficio dell’opinione pubblica ovviamente.
Gli unici che sembrano prendere seriamente i vari summits sono gli eserciti permanenti dei dimostranti, chiamali no-global, ambientalisti, anarchici, etc, che ad ogni incontro internazionale si fanno avanti religiosamente per domandare ai vari leaders di fare qualcosa per l’ambiente, la povertà globale, la Palestina… come se fosse veramente in mano ai vari leaders di fare qualcosa.
Prima di tutto perché la maggioranza di tali leaders sarà già da un bel pezzo fuori dalla scena politica quando si tratterà di trasformare le promesse in realtà legiferata, viste le varie deadlines che si danno alle calende greche.
Secondariamente perché viviamo in un mondo dove sembra che le decisioni principali su come dobbiamo vivere siano prese non dai nostri leaders eletti ma da un gruppetto di elites a servizio di multinazionali private e da speculatori – hedge funds e altri – che giocano sui mercati a beneficio proprio e dei loro azionisti, e da qualche regime autocratico con un certa sfera d’influenza economica e politica.
Ma c’è anche un’altra ragione per dubitare dell’utilità del G8.  Ed è il G20.  Il G8, rappresentando solo il 50% del PIL mondiale, è un’istituzione ormai svuotata di ogni particolare valore effettivo e probabilmente obsoleta nella sua struttura: non è possibile, oggi, trattare le tematiche socio/politico/economiche del mondo escludendo Cina, India, Brasile, Turchia, le realtà africane e persino i paesi “scomodi” come l’Iran.
Il G20 riflette invece più accuratamente la distribuzione della ricchezza industriale nel mondo odierno.  Abbiamo visto su questa newsletter che lo scorso aprile il G20 ha debuttato prendendo la guida nel tentativo di coordinare una risposta unitaria dei vari governi alla crisi finanziaria internazionale.  Ma come emerge nella riunione del gruppo del G20 nell’ambito di questo summit all’Aquila, anche il G20 si sta dimostrando solo un’altra venue per posizioni nazionali sul proprio peso politico – e molti bla, bla, bla.
Un compromesso tuttavia sembra essere stato raggiunto, dopo tutto non è bene dividere la torta tra tanti, per cui è stato formalmente varato il G14 che dovrebbe sostituire nei prossimi summits l’attuale configurazione a otto paesi.
Questo G8 all’Aquila è cominciato nei “migliori” dei modi. Spostato, dopo i miliardi di euro gettati al vento alla Maddalena, in una zona terremotata per un’operazione di maquillage politico-populista ad opera di un primo ministro indebolito da una serie di scandali di corruzione (finanziaria e minorile) e sotto accusa dalla stampa estera che all’unisono dalla Spagna all’Inghilterra, agli USA non ha perso occasione per denunciarne gli scandali, questo summit si sta rivelando un luogo di sole dichiarazioni e visite ai terremotati, di molti battibecchi tra i paesi emergenti, e di cortesi quanto di circostanza apprezzamenti da parte di Obama per puntellarne l’immagine e per salvare la faccia di una povera Italia su cui si è rovesciata la richiesta di uscita dal G8 stesso.
E i risultati sembrano assai modesti. Non grandi promesse o linee d’azioni comuni, ma dichiarazioni d’intenti o addirittura constatazioni: “Nonostante i segnali di stabilizzazione dell’economia, compresa la ripresa dei mercati borsistici, la riduzione degli spread nei tassi di interesse e il miglioramento della fiducia di imprese e consumatori, la situazione resta incerta e permangono rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria”. Così recita uno dei documenti ufficiali del summit.  Neanche l’ombra di una linea d’azione comune alla crisi: “Le exit strategies varieranno secondo le condizioni economiche e lo stato delle finanze pubbliche e dovranno garantire una ripresa sostenibile nel lungo termine”.  Sembra troppo banale per essere un documento ufficiale del G8. Eppure dietro questa apparente banalità si celano i profondi contrasti tra i Grandi sulle politiche anti-crisi da seguire, in particolare le due divergenti visioni tra Europa e Stati Uniti. Da una parte l’amministrazione americana pronta a stimolare ulteriormente l’economia con il deficit spending per spingerla fuori dalla recessione.  Dall’altra l’Unione  Europea, sotto la guida morale della Germania, che invece spinge per un rilancio economico attraverso la stabilità, cioè fundamentals sani e conti pubblici in ordine.
Sembra che almeno sul piano ambientale qualche risultato in più sia stato conseguito, se anche Obama parla di passi avanti importanti. È stato istituito un istituto per la cattura del carbonio (nome un po’ fantomatico… certo che la fantasia di Berlusconi non ha limiti), ma l’accordo più pregnante è stato raggiunto in vista della Conferenza di Copenaghen di dicembre sul clima, quando si converrà sulla necessità di contenere entro i due gradi centigradi il surriscaldamento del pianeta e sulla riduzione del 50% delle emissioni di Co2 entro il 2050 per economie industrializzate ed emergenti, con l'impegno di salire all'80% o più nelle prime.
Complessivamente, un bel risultato per questo G8, nato defunto e definitivamente sotterrato dal nascente G14. Certamente si è meritati tutti i 55 milioni di euro di costo dell’organizzazione per partorire, a parte qualche magro accordo ambientale, peraltro contestato da Cina e India, affermazioni che anche uno studente di economia al primo anno di università sarebbe stato in grado di annunciare.
Tutt’intorno, come in un paesaggio surreale, la desolazione della città dell’Aquila devastata dal terremoto e lasciata pressoché in quello stato, con i cittadini nelle tendopoli che vivono l’evento più che altro come un qualcosa d’inopportuno e invadente e che non possono far altro che constatare di essere stati messi in secondo piano rispetto alle decisioni prese a livello governativo circa la gestione del post-terremoto. Da due mesi a questa parte, l’organizzazione del G-8 -in una piccola e tranquilla cittadina di montagna, che non avrebbe mai potuto ospitare un simile evento fino al 5 aprile, ha concentrato su di sé tutti gli sforzi finanziari e operativi, con la maschera della ricostruzione, che però ha ricostruito ben poco o nulla.  Potenza di questa commedia dell’arte in cui gli italiani sono maestri.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Luca Rossetti
G8 e i cambiamenti climatici: verso obiettivi realistici condivisi?

Ad ogni consesso internazionale si riaccende puntualmente l’attenzione intorno alla sfida dei cambiamenti climatici. La valutazione dei risultati dei vertici di solito lascia spazio, come in un film già visto, allo scetticismo e alla “denuncia di un’altra occasione persa”. Un pessimismo che trova conferma nella definizione di ulteriori obiettivi che rimandano i problemi (e le soluzioni) ad un orizzonte temporale spostato un po’ più in là.
Esiti che sono il segno di uno stallo decisionale e dell’incapacità di trovare un compromesso realistico, un equilibrio tra i diversi interessi in gioco, determinando un punto di svolta con obiettivi chiari, raggiungibili e, soprattutto, condivisi.
Il passo del recente G8 dell’Aquila va valutato con la dovuta attenzione perché mette le basi per la ratifica, in dicembre, del nuovo accordo di
Copenhagen  (il cosiddetto Kyoto 2).
In questo senso è da tenere in considerazione il ruolo dei partecipanti al Major Economies Forum (MEF) che sono Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia, Sud Africa, Stati Uniti e Danimarca come Presidente della prossima Conferenza sui Cambiamenti Climatici.
In vista di questo appuntamento cruciale, all’assenza di un accordo significativo e vincolante (il migliore possibile!) sarebbe preferibile un discreto accordo capace di produrre risultati apprezzabili su un orizzonte temporale ravvicinato. In questo modo si darebbe spazio ad un approccio più sperimentare e gradualista nell’ottica di toccare con mano e pesare benefici e costi della green economy facilitando lo scioglimento delle posizioni più conservatrici che tendono, anche in presenza della crisi economica e dei cambianti climatici, ad ignorare ancora la necessità di mutare  rotta.
Nella dichiarazione del G8 dell’Aquila si formula l’impegno a limitare “l'aumento globale della temperatura media a due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali”. Inoltre si sottolinea la “volontà di condividere con tutti i Paesi l'obiettivo di raggiungere una riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali entro il 2050” differenziando i target con “l'obiettivo dei Paesi sviluppati di ridurre insieme le emissioni di gas serra dell'80% entro il 2050”. Su questa prima fase della negoziazione non ha mancato di dire la sua il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che ha sonoramente bocciato l'obiettivo fissato dal G8 affermando che “le politiche che sono state annunciate fino ad ora non sono sufficienti…”.
In questo panorama resta aperta e decisiva la questione dei cosiddetti Paesi emergenti, a partire da Cina, India e Brasile su cui stanno lavorando i negoziatori americani
In positivo, rispetto al passato Europa e Stati Uniti sono schierate sulla linea della riduzione dell'emissione di anidride carbonica e nessuno tra i leader politici a capo delle maggiori potenze del mondo sembra ormai farsi paladino delle posizioni che negano o ridimensionano la portata dei cambiamenti climatici.
Su questo versante Tony Blair nel corso del suo recente intervento “Che cosa chiedo ai grandi per salvare la terra” ha giustamente ribadito con lucidità che occorre investire su tre macro aree strategiche: incremento dell’efficienza energetica, riduzione della deforestazione e uso di fonti energetiche a bassa emissione. Su quest’ultimo punto si aprirà, venendo prima o poi come tutti i nodi al pettine, la discussione sul mix energetico da perseguire tra energia nucleare e fonti rinnovabili.

rossetti70@gmail.com


Simone Comi
La trasformazione del G8 e la rivolta in Xinjang, temi caldi dell’agenda internazionale

Iniziato tra le polemiche mediatiche riguardanti l’agenda e l’organizzazione italiane, il summit abruzzese che ha riunito i grande leader della Terra sembra aver portato risultati interessanti su temi sensibili come la crisi economica e le questioni ambientali. Con conferenze a geometria variabile e discussioni serrate tra i diversi capi di Stato il forum dell’Aquila è stata la conferma di quanto molti analisti sostengono da anni: sembra essere infatti ormai chiaro che gli incontri riguardanti i temi più delicati della politica internazionale debbano essere aperti ad almeno i 14 paesi più sviluppati del globo. Solo con un gruppo di lavoro internazionale in cui sia prevista l’inclusione di potenze regionali come l’India, il Brasile ed alcuni dei paesi in via di rapido sviluppo si possono raggiungere intese in grado di dar vita ad indirizzi programmatici condivisi in ambiti diversi ma vitali per la stabilità mondiale. Il G14 sembra quindi essere il format più appropriato per affrontare le sfide che attendono risposte concrete da parte della comunità internazionale, il fatto che i paesi partecipanti rappresentino più dell’80% dell’economia mondiale dovrebbe essere infatti una buona base di partenza per poter avviare confronti di alto livello capaci di tradursi in decisioni condivise, o almeno discusse, dai maggiori attori globali. Questioni ambientali, pressioni diplomatiche sull’Iran per lo stop al programma nucleare, impegno in favore dei paesi più poveri e la volontà di sbloccare i negoziati di Doha sono stati i temi dibattuti nelle riunioni del vertice aquilano. I risultati raggiunti non sembrano poter essere fondamentali per le future sorti del globo, ma sono da interpretarsi come passi in avanti di un certo rilievo verso l’uscita da un periodo di crisi economica e di governance globale che porterà ad un futuro panorama internazionale sempre più frammentato. L’irrefrenabile ascesa di potenze politiche ed economiche capaci di divenire perni strategici attorno a cui si muoveranno regioni fondamentali, come quella del Pacifico e del Sudamerica, sembra ormai essere giunta alla piena maturazione. L’evoluzione del format dei summit internazionali verso formule maggiormente inclusive sembra essere quindi non solo un atto dovuto, ma ancor più una presa di coscienza da parte dei membri di quello che era il club più esclusivo per le potenze mondiali.
Assenza fondamentale al summit abruzzese quella del Presidente cinese Hu Jintao, tornato a Pechino per poter seguire in prima persona gli scontri Provincia Autonoma Uigura dello Xinjiang.
Il popolo uiguro, gruppo etnico maggioritario in una provincia che accoglie numerose etnie, rivendica l’indipendenza del proprio territorio da più di un secolo. Gli uiguri, per la maggior parte musulmani sunniti con radici turciche legate ai gruppi etnici dei Monti Altai in Asia Centrale, parlano una lingua molto simile all’uzbeko, di origine turca, e vennero annessi all’Impero Cinese solo alla fine del 1800. Il Governo di Pechino iniziò fin da subito a promuovere iniziative di colonizzazione della provincia da parte di cinesi di etnia han, imponendone al contempo la cultura. Già nel 1933 e nel 1944 ci furono due Dichiarazioni indipendentiste nel Turkestan Orientale, nome che gli uiguri utilizzano per definire il loro territorio. Entrambe furono però cancellate: la prima dalle forze sovietiche e la seconda dal Partito Comunista Cinese, che nel 1949 annettè alla Repubblica Popolare Cinese anche lo Xinjiang. Per Pechino la provincia ha grande rilevanza a livello energetico, strategico ed ideologico. I circa 30 miliardi di tonnellate di petrolio e gli svariati miliardi di metri cubi di gas che la regione produce coprono infatti una parte importante del fabbisogno energetico nazionale cinese, senza contare che grazie a nuovi investimenti è già stato varato il progetto per la costruzione di un gasdotto che porterà il gas estratto dal Bacino dei Tarim, nel nord della provincia, fino a Shangai. La posizione geografica dello Xinjiang è inoltre fondamentale a livello strategico, confinando con Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan, Russia, India e Pakistan la provincia risulta essere un ponte naturale per gli investimenti verso l’estero. Numerosi progetti collegano la Cina all’Asia Centrale, come l’oleodotto che corre per 1.200 km congiungendo il paese con il Kazakistan. Per questo è difficile pensare che il governo di Pechino decida di lasciare maggiore autonomia alle amministrazioni locali uigure. Non bisogna inoltre dimenticare l’aspetto ideologico della questione Xinjiang: la centralizzazione del potere è sempre stato un elemento di forza per Pechino a partire dalla formazione della Repubblica Popolare.
La perdita di una di quelle che vengono definite le “regioni separatiste”, con Tibet e Mongolia interna, provocherebbe per via di un effetto domino una disgregazione simile a quella dell’Unione Sovietica dopo la caduta del Muro di Berlino. La perdita dello Xinjiang potrebbe voler dire per Pechino la dissoluzione della Cina così come la conosciamo oggi. Se è vero che la sovranità sul territorio è una delle condizioni basilari per l’esistenza di uno Stato nazionale non ci si dovrebbe stupire della decisione di condannare a morte i rivoltosi: non esiste infatti pericolo più grave per un governo nazionale che l’implosione dell’unità territoriale dovuta a spinte nazionaliste centrifughe.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
Congresso del PD: lavori in corso

Follini e Rosy Bindi con Bersani, Fassino e Realacci con Franceschini: questi i prodromi di un rimescolamento delle carte democratiche nella lunga (forse troppo) corsa al Congresso autunnale. Un segnale importante verso quell’amalgama finora incompiuta, con l’obiettivo di riporre definitivamente nell’armadio le antiche casacche diessine e dielline: il Partito Democratico è stato infatti concepito per superare, o quanto meno ridefinire, le vecchie etichette di sinistra e centro, e in quanto tale non può rimanere racchiuso esclusivamente nell’abbraccio fra la cultura social-comunista e quella democristiana di sinistra, componenti storiche e centrali della Prima Repubblica. Il risultato che si attende è una fusione e una sintesi con contenuto e progetto nuovi. Comprensibilmente, si reclamano primarie competitive e un risoluto confronto programmatico tra piattaforme distinte. Ma l’alternativa è tanto più effettiva quanto più le proposte divergono fra loro lasciando un concreto spazio di scelta, e da ciò segue che il post-Congresso dovrà necessariamente essere un momento di ricomposizione, pena il rischio di un partito che resti diviso da una minoranza uscita sconfitta ancorché restia nel ricompattarsi attorno al vincitore. E fra i candidati stavolta tertium datur, ossia Ignazio Marino, il Senatore-chirurgo alfiere oppositore del ddl Calabrò sul testamento biologico (in discussione proprio in questi giorni alla Camera). La sua inaspettata discesa in campo, supportata da Bettini, ha scatenato malumori e critiche – anche da esponenti vicini come D’Alema – con particolare riguardo al suo programma etichettato come single-issue, ovvero più laicità nelle questioni eticamente sensibili e, di lì, l’invettiva di Fassino verso il vituperato “laicismo integralista” simil-zapaterista. Vero, da un lato, che la mozione di un candidato dovrebbe coprire tutti quei temi ai quali un partito a vocazione nazionale e di governo dovrà rispondere, sebbene l’emergere di una candidatura che fa della laicità la sua bandiera segnali proprio come su tale aspetto il partito sia stato troppo timido e incerto nel darsi un profilo definito. E lo stesso Bersani ha riconosciuto come questa debolezza sia costata al PD un bell’ammontare di voti. Dal punto di vista strategico, la presenza di Marino potrebbe impedire che uno dei due maggiori competitors raggiunga la maggioranza assoluta dei voti, cosicché questi ultimi saranno costretti a rincorrerlo sul suo terreno. Bersani ha forse maggiori chances di ridurre l’emorragia di consensi rispetto all’attuale Segretario che dovrà, invece, render conto ai Teodem, ai Libdem e agli Ecodem, col rischio di trovarsi in stallo nel dedalo di un pluralismo troppo composito. Ad ogni modo, le issues dovranno essere alle fondamenta di ogni mozione: la crisi economica e le linee guida per il rilancio della crescita; l’organizzazione del mondo del lavoro con speciale attenzione al precariato e alla dignità dell’impiego; il funzionamento e il finanziamento del welfare state e, più in generale, delle politiche pubbliche; la green economy, la politica energetica e delle risorse rinnovabili; la concezione della persona, la responsabilizzazione civica e i nuovi diritti che tengano conto delle attuali domande sociali e della qualità della vita. Tre parole potranno essere al centro del dibattito: opportunità, per un post-materialismo che aumenti concretamente il ventaglio di scelte per l’individuo, rimuovendo ostacoli e aumentando la libertà d’azione; merito per incentivare il miglioramento e premiare capacità e impegno, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico; solidarietà dal punto di vista delle risorse economiche e della sicurezza personale, per garantire un minimo standard qualitativo ai più svantaggiati e in difesa del tessuto connettivo sociale. Il PD deve iniziare a parlare alle generazioni del Ventunesimo secolo e può riuscirci solo elaborando strumenti concettuali inediti e adeguati per società complesse, dinamiche e interconnesse come quelle attuali. Serve un nuovo vocabolario per comunicare con l’Italia di oggi, e anche per cambiarla.

biassoni_davide@yahoo.it


Raffaele Mauro
Aprire il Sud Italia alle reti globali: creare zone economiche speciali come vettore per lo sviluppo

Il Sud Italia vive “al quadrato” i problemi che caratterizzano l’intera nazione: mancanza di opportunità, economia stagnante, inefficienze istituzionali, basso livello di meritocrazia, mancanza di una visione strategica di lungo periodo. Per porre rimedio a questa situazione sarebbe necessario uno “tsunami” di riforme, intervenendo sulla concorrenza, sul sistema di istruzione, sulla pubblica amministrazione, sulle reti logistiche, etc. Allo stesso tempo, ci sono alcuni interventi che potrebbero avere un effetto moltiplicativo, sbloccando dei nodi apparentemente irrisolvibili. Una politica di questo tipo è la creazione di “zone economiche speciali”, uno strumento che ha avuto successo in diverse parti del mondo e che ha permesso ad intere regioni di far crescere in modo elevato le proprie attività commerciali.
Da un punto di vista economico, il Sud Italia ha una sola chance: aprirsi alle reti produttive, tecnologiche e culturali legate alla globalizzazione. La creazione di “economic free zones”, vale a dire di località selezionate in cui abbattere in modo significativo la tassazione per gli investitori stranieri, avrebbe un impatto imponente: potrebbe catalizzare un flusso di investimenti, posti di lavoro e innovazioni tecnologiche. Questi sarebbero attratti dall’abbattimento o dall’azzeramento delle imposte, dalla riduzione dei vincoli all’import/export e dalla presenza di pratiche amministrative appositamente velocizzate. E’ quello che in passato è stato fatto con successo in alcuni paesi emergenti: dalla Cina a Dubai, da Taiwan all’Irlanda. Anche in Italia abbiamo avuto qualche esempio “light”, come nel caso del porto di Trieste. Bisognerebbe identificare 4-5 aree, sulla base di criteri logistici (la vicinanza a porti/aeroporti), istituzionali (la disponibilità delle amministrazioni ad incrementare la loro efficienza e ridurre alcune tasse locali), economiche (la vicinanza a distretti tecnologici) e culturali (la vicinanza a università e centri di ricerca). Non sarebbe necessario adottare un approccio macroscopico, si potrebbe partire con una o due zone-test, migliorando gli interventi successivi sulla base dei risultati effettivamente ottenuti.
L’Italia non è il sud-est asiatico ? Certo, non sarà possibile copiare completamente le strategie dei paesi emergenti. Allo stesso tempo, una misura di questo tipo potrebbe avere degli effetti importanti nello specifico contesto del meridione: comprimerebbe il vantaggio competitivo delle aziende che evadono in modo sistematico il fisco o che si appoggiano alla criminalità organizzata, ridurrebbe la dipendenza dagli aiuti di stato e dai fondi europei, aumenterebbe lo spazio di opportunità lavorative e imprenditoriali, invece di rafforzare la cultura della dipendenza. Ci sarebbero anche alcuni effetti positivi  indiretti: aumenterebbe il premio per l’istruzione, sarebbe possibile un rientro di cervelli, aumenterebbe la quota di ricchezza non-ereditaria e non legata a meccanismi clientelari, favorirebbe l’importazione di standard oggettivi nel recruiting/selezione del personale.
Questa proposta non è l’unica cosa che serve al Sud: sono necessarie riforme importanti nell’ambito dell’istruzione, della lotta alla criminalità, dei meccanismi di formazione della classe dirigente. Allo stesso tempo, la creazione di Zone Economiche Speciali potrebbe essere un innesco capace di produrre un contesto favorevole per le altre riforme, generando un effetto domino ed aprendo un nuovo spazio di opportunità. L’Abruzzo, recentemente colpito dal terremoto, potrebbe beneficiare enormemente da una misura di questo tipo. Lo stesso sarebbe vero per zone selezionate della Calabria o della Sardegna. Questo momento, caratterizzato da una crisi economica globale, è il periodo migliore per adottare politiche industriali coraggiose.

raffa.mauro@gmail.com
raffaele.mauro@phd.unibocconi.it


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ “… in gioco è l’attualità del senso dell’integrazione europea”: la necessità di prenderne coscienza

Riparto dal messaggio dell’ultima rubrica: “in gioco è l’attualità del senso dell’integrazione europea”: la ragion d’essere oggi dell’integrazione europea è nell’attualità delle sue potenzialità di risposta alle istanze politico-economiche e sociali dell’oggi globale.
Oggi vorremmo evidenziare questo concetto con delle citazioni, utili a cercare, in un punto di vista esterno, conferma di quanto andiamo sostenendo.
La prima citazione è quella del presidente cinese Hu Jintao. In un’intervista al “Corriere della Sera” del 3 luglio scorso si legge: “Sin dall’inizio, Pechino ha attribuito grande importanza ai rapporti con l’UE e li considera come una delle priorità nella sua politica estera. La Cina sostiene il processo d’integrazione europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevante negli affari internazionali”.
Sergio Romano nell’editoriale sul “Corriere della Sera” del giorno dopo sottolinea come, se “vi sono i tradizionali ingredienti retorici con cui si confezionano le dichiarazioni, i brindisi e i comunicati congiunti che accompagnano le visite internazionali”, “vi è anche [nell’intervista in questione] un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione”. E sottolinea: “nonostante qualche sprazzo di encomiabile decisionismo (la missione militare in Libano, l’intervento nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito) [elenco che personalmente ritengo riduttivo, n.d.r.], l’Unione europea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bretagna, è un pugile che combatte al di sotto del suo peso. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto”. Invito a leggere il prosieguo dell’articolo di Romano.
Ultima citazione. Che richiama, più ampiamente alla necessità di una nuova cultura europea. Una cultura non elaborata nelle stanze polverose di biblioteche chiuse o nei mondani salotti politici; ma piuttosto rivolta ad affrontare, elaborare e (cercare di) risolvere le istanze e le necessità del reale dell’oggi e del vicino domani. La citazione ha ad oggetto le parole del Premio Nobel per la letteratura Gao Xingjian (dichiarato “persona non grata” dal regime comunista cinese), che in un’intervista al Giornale del 2 luglio dice: “La Cina è molto lontana dal mio lavoro. Mi interessa di più l’Europa. […] Mi interesso di come l’Europa possa conquistare una nuova forma di pensiero da proporre al mondo. Gli europei hanno creato il pensiero moderno e oggi devono tornare pionieri. La storia non si cambia più con le rivoluzioni, ma con il rispetto del patrimonio e il rinnovamento delle menti. Viviamo nell’ombra e all’ombra del ventesimo secolo. Dobbiamo invece ritrovare la freschezza dell’avvenire. Questo compito spetta ad intellettuali ed artisti come me”.
Queste parole sono molto più che un auspicio. O meglio, suonano come un grido pacato, come un allarme garbato. Voce di una coscienza minoritaria, sapiente ed incapace di affermarsi, che dovrebbe iniziare ad appartenere ad un pò più di Europei.

mariodiciommo@yahoo.it



Valentina Pasquali
Cosa si rischia a perdere la Turchia

Istanbul – I negoziati tra Unione Europea e Turchia sull’ingresso di quest’ultima nella UE sembrano arrivati ormai a una impasse di difficile risoluzione. Prima di gettare i remi in barca, vale la pena fare una riflessione su cosa si rischia di perdere, sia in Europa che in Turchia, se le trattative dovessero concludersi in maniera negativa o, perlomeno, rimanere bloccate indeterminatamente.
Secondo studi condotti da Infakto Research Workshop, una società privata di Istanbul che si occupa di ricerca di mercato, una maggioranza di turchi, seppur risicata, continua a desiderare di entrare come paese-membro nell’Unione Europea. Una maggioranza più cospicua, però, si dice pessimista in merito.
La realtà è che alla cosiddetta “fatica da allargamento”, che  ha avviluppato l’Unione Europea dai tempi dell’ingresso di Bulgaria e Romania all’inizio del 2007, corrisponde una altrettanto pericolosa “fatica da candidatura” dei turchi, che si sentono umiliati dalle continue critiche provenienti dall’Unione e insultati dalla retorica alla Sarkozy,vissuta non come critica politica, bensì come diffidenza verso la diversa identità culturale e religiosa che caratterizza la Turchia.  Fra l’altro, i turchi sono stanchi di vedersi passare davanti tutti i paesi che hanno fatto richiesta ufficiale di entrare nella UE dopo la Turchia. Ad esempio è ora il turno dei Balcani, che sembrano aver già superato Ankara nella corsa verso Bruxelles.
Il risultato è una crescente disillusione popolare, che rischia di mettere a repentaglio quelle riforme di cui la Turchia ha bisogno non solo per entrare in Europa, ma anche per proseguire nel processo di sviluppo e modernizzazione che ha consentito al paese di entrare a far parte del mondo cosiddetto ‘sviluppato’.
Nell’opinione di molti esperti di politica e relazioni internazionali turchi, gli scenari che si potrebbero aprire nel momento in cui la Turchia dovesse abbandonare ogni speranza di diventare paese membro della UE sono sostanzialmente due.
“Se la Turchia arrivasse a considerare gli ostacoli posti dalla UE alla propria candidatura come insormontabili, allora il governo a Ankara potrebbe decidere di trasformare il paese in una potenza regionale indipendente e assertiva, che gode di influenza crescente in Medio Oriente e, magari, del sostengo dell’amministrazione americana, ora che ci sono stati cambiamenti grossi a livello di politica estera statunitense,” pensa Sinan Ulgen, direttore di EDAM, un centro di ricerca economica e politica di Istanbul.
Questo, secondo Ulgen, è semplicemente lo scenario più ottimista. “L’altra possibilità è che un’ondata nazionalista travolga il paese, creando le condizioni per una Turchia più autoritaria e meno democratica ai confini d’Europa, un po’ com’è il caso della Russia”, spiega il direttore di EDAM. Insomma, potremmo avere a che fare un giorno con una versione russificata della Turchia, la quale si rapporta all’Unione Europea non in termini cooperativi, ma in termini antagonistici, e guarda alla relazione bilaterale con un senso di rivalità.
Emre Erdogan, direttore di Infakto Research Workshop, è preoccupato dalla possibilità di un simile sviluppo. Secondo costui, la candidatura della Turchia all’Unione Europea funziona un po’ come un’ancora, un motore di ulteriore democratizzazione nel paese. “Non abbiamo ancora interiorizzato alcuni di questi principi democratici. Non abbiamo una dedizione ideologica a queste problematiche. Non esiste ancora, in Turchia, un elemento davvero liberal che sia rilevante nel panorama politico nazionale. Abbiamo dei musulmani democratici e dei kemalisti democratici (dal partito laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk), ma non abbiamo una sinistra. L’eredità lasciataci dal dominio dell’esercito esiste ancora, ragion per cui abbiamo bisogno di un’ancora esterna che ci spinga a adottare sempre nuove riforme.”
I due scenari, seppur distinti, sono, in realtà, collegati e l’Unione Europea finirebbe per perderci in ogni caso. Se la Turchia dovesse slacciarsi dalla UE per rivolgere le proprie attenzioni verso il Medio Oriente in maniera indipendente dall’Unione, Bruxelles vedrebbe ridurre la propria influenza nella regione, a beneficio degli Stati Uniti se Washington si schierasse realmente dietro al progetto di una Turchia come potenza regionale.
È però prevedibile che la Turchia non riuscirebbe a proiettare l’influenza desiderata sul Medio Oriente nel momento in cui le spalle del paese non fossero più coperte dai negoziati con l’Unione Europea. Non c’è dubbio, infatti, che la rilevanza di Ankara sulla scena regionale e globale sarebbe in qualche modo diminuita da una separazione forzata con Bruxelles. Considerazione questa che rende ancor più probabile la possibilità di un’ondata di nazionalismo, nel momento in cui un popolo che ha ormai ritrovato la propria confidenza di grande paese dovesse d’un tratto sentirsene privato.
Non c’e’ bisogno di dilungarsi su cosa una Turchia autoritaria e anti-democratica in una regione instabile come il grande Medio Oriente potrebbe significare per l’Unione Europea.
Dopo i risultati delle ultime elezioni europee, che hanno visto la vittoria netta in quasi tutto il continente di una destra anti-europeista, è davvero difficile pensare che si possa arrivare a una rapida e positiva risoluzione dei negoziati per l’ammissione della Turchia nella UE. La presidenza dell’Unione ora in mano agli svedesi, da sempre sostenitori dell’ingresso turco, e trattative in corso sulla questione cipriota che potrebbero portare a uno sblocco della situazione in autunno, offrono qualche residua speranza.
Il governo turco, dal canto suo, continua a dichiararsi assolutamente devoto alla causa europea. “L’ingresso nell’Unione come paese membro rimane la nostra prima priorità”,  mi ha detto Suat Kiniklioglu, portavoce della Commissione Affari Esteri del Parlamento turco, a Ankara durante un’intervista. Pur confessando l’affaticamento dei turchi nei confronti dei negoziati e le ‘naturali’ difficoltà che si incontrano in un processo così complesso, Kiniklioglu si dice convinto che, “alla fine dei conti, una maggioranza di europei e di turchi sanno che l’ingresso della Turchia nella UE è nell’interesse di entrambe le parti e dunque le trattative avranno successo”.
E l’Europa cosa dice?

valentina.pasquali@gmail.com

 



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