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Home » Newsletter n. 179 - 18 settembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 179 – 18 settembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 179.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Un duro risveglio


Valentina Pasquali
La dura battaglia per regolare i mercati


Gianfranco Aurisicchio
Dall’America con furore


Simone Comi
Bloccato il progetto scudo spaziale europeo, continua la partita a scacchi tra Washington e Mosca


Mario Di Ciommo
“Novelle dall’Europa” – Barroso e la rielezione “a prova di trattato di Lisbona”


Davide Biassoni
What’s Centre?


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Alessandro Fanfoni
Un duro risveglio

Ancora una volta, solo una tragedia nazionale ha potuto placare (per quante ore?) il pauroso avvitamento della vita politica italiana su se stessa. Purtroppo, ancora morti. Questa volta dalla lontana missione Isaf, dalla lontana e, secondo alcuni, invincibile guerra contro i talebani e Al Qaeda in Afghanistan. Un attentato suicida, rivendicato dai talebani, ha ucciso sei connazionali e ferito gravemente quattro militari italiani nell’esercizio del proprio dovere, nello svolgimento di un lavoro difficilissimo – quello delle missioni di pace in teatri di guerra – che conferisce all’Italia la dignità, l’onore e la responsabilità di compiere, insieme ad altre potenze e sotto l'ombrello delle Nazioni Unite e della Nato, un’azione internazionale di contrasto del terrorismo a matrice fondamentalista.

Tutto ebbe inizio con l’11 settembre, da qui la pretesa di stanare tra le montagne dell’Afghanistan un nemico imprendibile, liquido, ineffabile; poi venne l’Iraq e l’appannamento ideologico degli obiettivi strategici militari e politici ad opera dell’amministrazione Bush.
Sembrava che l’ottavo anniversario dell’11 settembre fosse destinato a cadere in una pura celebrazione memorialistica, fino al drammatico risveglio dell’attentato di Kabul di ieri che ha rimesso in moto la cupa contabilità delle vittime di questo confronto con la dissennata metastasi del terrorismo internazionale di matrice islamica.

Dopo mesi di scandali al sole, l’Italia si è riscoperta un paese immerso nella realtà di una transizione politico-economica globale di carattere epocale che esige comportamenti massimamente responsabili da parte di tutto il ceto politico e della classe dirigente nazionale.


Valentina Pasquali
La dura battaglia per regolare i mercati

Un anno fa’, la crisi della finanza americana, in realtà in corso già da mesi, si rivelava in tutta la propria enormità con il fallimento del gigante d’investimenti Lehman Brothers. Tra la primavera e l’autunno del 2008, molte delle più importanti istituzioni finanziarie degli Stati Uniti sono fallite, sono state comprate per poche lire da una rivale, oppure ancora sono rimaste in vita solo grazie all’intervento diretto del governo. Tra le altre, questo è ciò che è successo a Merril Lynch, Washington Mutual, Wachovia, AIG, Fannie Mae e Freddi Mac e, naturalmente, Lehman Brothers.
Il costo del crollo dell’economia americana si aggira oggi,
secondo alcune stime indubbiamente ancora approssimative, sui millecinquecento miliardi di dollari. Seicento miliardi di questi sono andati direttamente al salvataggio del sistema finanziario a stelle e strisce. Altri mille miliardi di dollari circa, sono invece evaporati assieme ai posti di lavoro e allo scoppio della bolla immobiliare.
Un anno più tardi, l’intervento pro-attivo scelto dal governo americano per tamponare la crisi pare cominci a dare frutti. Per quanto l’economia statunitense sia ancora lontanissima dai picchi toccati  qualche anno fa’, molti sembrano pensare che, perlomeno, il crollo verticale del sistema si sia arrestato e che si cominci lentamente a registrare una ripresa, per quanto piccola. Il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha dichiarato martedì che l’economia americana è “molto probabilmente” uscita dalla crisi più grossa attraversata dai tempi della Grande Depressione.
Naturalmente, sono molti i problemi non risolti. Ad esempio, pare ormai chiaro che, se di ripresa si tratta, sarà comunque una ripresa che non porterà, almeno nell’immediato, a una crescita dell’occupazione. Una “jobless recovery”, la definiscono gli americani.
Fatto sta che, comunque, negli Stati Uniti la gente ha ritrovato un senso di “normalità” e il timore di una tragedia imminente si è in parte quietato. Ma, come ha sottolineato il Presidente Barack Obama nel discorso fatto a Wall Street lunedì, “normalità non può diventare compiacenza.” Rivolgendosi ai manager dell’alta finanza a un anno esatto dal fallimento di Lehman Brothers, Obama ha voluto ricordare a tutti che la propria amministrazione rimane intenzionata, anche in caso di ripresa economica, a rivedere completamente le regolamentazioni esistenti del sistema finanziario. “Non torneremo indietro ai giorni in cui andava bene comportarsi in maniera incosciente e in cui si tolleravano eccessi che poi sono stati al centro della crisi”, ha dichiarato il presidente. “Wall Street non può ricominciare a prendere gli stessi rischi del passato senza riflettere sulle conseguenze, per poi aspettarsi che, anche la prossima volta, i contribuenti americani saranno lì pronti a prendere chi cade”, ha continuato Obama, promettendo “la riforma più ambiziosa del sistema di regolamentazione finanziaria dai tempi della Grande Depressione”.
Nello specifico, il Presidente Obama ha espresso la volontà di costituire un’agenzia governativa incaricata della protezione finanziaria dei consumatori, la Consumer Financial Protection Agency, ovvero un ente che si occupi di garantire trasparenza nei contratti finanziari, quali mutui, prestiti e carte di credito. Obama ha anche parlato della necessità di creare meccanismi finanziari che proteggano gli individui, e il mercato, dal fallimento di un gruppo, quale Lehman Brothers e AIG, attivo in vari settori dell’economia, dalle assicurazioni all’alta finanza internazionale. Il governo americano offre ai cittadini un’assicurazione sui risparmi depositati in banca (la Federal Deposit Insurance Corporation) -- per evitare che una sola bancarotta, creando una crisi di sfiducia, faccia crollare l’intero sistema. Nulla di simile esiste per le società finanziarie complesse che sono sorte con l’espansione dei mercati d’investimenti negli ultimi venti anni. Infine, il presidente si è soffermato sulla necessità di coordinare più efficientemente gli sforzi delle decine e decine di agenzie incaricate di sorvegliare l’operato delle società finanziare. Concentrandosi troppo spesso sui dettagli più minuti, e non comunicando l’una con l’altra, queste agenzie governative finiscono per perdere di vista il complesso delle operazioni effettuate, lasciando massima libertà di azione alle società che sanno approfittare degli spazi non sorvegliati che si creano tra l’area di responsabilità di un’agenzia e quella di un’altra (all’epoca del fallimento, AIG era controllata da oltre 400 agenzie di sorveglianza in tutto il mondo, nessuna delle quali si è accorta di quello che stava realmente succedendo al gigante assicurativo).
Nel suo discorso di lunedì, Obama ha detto di volere dal Congresso una proposta di legge entro la fine dell’anno. Il presidente ha fatto anche intendere che i democratici Barney Frank e Cristopher Dodd, presidente uno della Commissione per i Servizi Finanziari della Camera e l’altro della Commissione per i Servizi Bancari del Senato, sono già al lavoro per preparare il testo di legge.
Non bisogna però lasciarsi prendere dall’ottimismo. La determinazione dell’amministrazione non deve far dimenticare che esiste una lobby finanziaria enormemente influente a Washington. Grazie alla seppur lenta ripresa economica, lo scandalo suscitato dal comportamento delle banche e delle società finanziarie l’anno scorso comincia a essere dimenticato dall’elettorato, preoccupato di altre faccende come, ad esempio, la mastodontica riforma del sistema sanitario. Possiamo immaginare che la lobby finanziaria, approfittando del momento positivo, non resterà con le mani in mano mentre il Congresso cerca di passare una legge che ne ridurrebbe i privilegi. Inoltre, grazie all’agenda ambiziosa, e al contempo polarizzante, portata avanti dall’Amministrazione Obama, il Congresso americano è sempre più diviso, con repubblicani e democratici poco disposti a lavorare assieme. Ä– già chiaro che, così come sta accadendo per la riforma della sanità, anche sulla questione della regolamentazione dei mercati finanziari, il Partito Repubblicano non ha intenzione di aiutare la controparte democratica e si sta schierando dalla parte di banche e società di investimenti che oppongono, ad esempio, l’idea di un’agenzia federale per la protezione finanziaria del consumatore. Il ritornello è sempre lo stesso: un controllo eccessivo esercitato dal governo finirebbe solamente con il soffocare l’attività del libero mercato e, di conseguenza, a limitare la crescita economica.
Cercando di prendere tempo, lo stesso Senatore Dodd ha dichiarato a proposito della riforma dei meccanismi di regolamentazione del sistema finanziario: “Ä– un’area complessa. Molto più complicata che la sanità o le politiche energetiche”. Insomma, molti temono che il momento più opportuno per portare avanti questa battaglia stia passando. Non a caso, una proposta di riforma presentata al Congresso dal Ministro del Tesoro Timothy Geithner a marzo scorso non è avanzata di un passo nell’iter legislativo. Bisognerà stare a vedere se il Presidente Obama, che si sta spendendo molto sulla riforma della sanità, avrà ancora capitale politico sufficiente a fine autunno per spingere anche una legislazione che cambi le regole della finanza.

 

 

valentina.pasquali@gmail.com


Gianfranco Aurisicchio
Dall’America con furore

Continuano le buone notizie sul fronte dell’economia: Bernanke, recentemente riconfermato da Obama presidente della banca centrale statunitense, è ritornato, dopo il discorso di agosto, a ripetere i dati positivi sulla ripresa del ciclo economico americano, pur evidenziando segnali di incertezza. Ha infatti annunciato enfaticamente che la recessione americana è molto probabilmente finita da una prospettiva tecnica (cioè la maggior parte degli indicatori di ciclo stanno riprendendo a salire), anche se l’economia rimarrà debole per qualche tempo - leggi: per gran parte del 2010 - a causa della alta disoccupazione e del conseguente basso potere d’acquisto dei consumatori, il vero motore dell’economia americana.  Insieme ad Obama si sta adoperando per l’introduzione di una regolamentazione stringente del sistema finanziario americano, che ha ripreso invece a funzionare come se la crisi appena passata non avesse insegnato nulla: i bonus stratosferici sono ritornati insieme ad una certa speculazione selvaggia. E giusto in questi giorni cade l’anniversario del fallimento della Lehman Brothers. Come dire: historia non docet…
Bernanke, ovvero l’uomo che è riuscito ad evitare un' altra Grande Depressione, per usare le parole di Obama alla sua riconferma, si trova ora di fronte a un dilemma. E' questo il momento di interrompere le misure eccezionali prese per evitare il collasso dei mercati, date le proiezioni sul deficit pubblico americano pesantemente peggiorate (da sette a novemila miliardi di dollari in un decennio), oppure è troppo presto per staccare la "flebo", e una correzione affrettata della politica monetaria provocherebbe una ricaduta nella crisi? Il prestigio di Bernanke è legato all'audacia con cui ha sperimentato misure d’urto quando “l'economia globale era sull'orlo del baratro”, per usare ancora le parole di Obama: a fine 2008 aveva tagliato i tassi praticamente fino allo zero per cento; aveva fornito aiuti alle banche per quasi 2.000 miliardi di dollari; più altre iniezioni di liquidità in forme innovative, come l'acquisto di titoli pubblici, di obbligazioni legate ai mutui; e si era spinto fino ai finanziamenti diretti alle imprese.  Sembrano operazioni da un superman della macroeconomia, eppure non sono mancate le critiche. Bernanke è stato accusato infatti di aver capito tardi i segnali della catastrofe finanziaria che si addensavano nella primavera del 2007. E ancora, ha sottovalutato la gravità della bancarotta di Lehman, che nel settembre 2008 paralizzò il sistema creditizio mondiale. E' stato invece fin troppo generoso di aiuti verso il colosso assicurativo AIG, che tuttora continua ad essere in perdita, e come si diceva sopra, continua a far parte del club delle scandalose gratifiche milionarie dei top manager.
Con Bernanke, Obama ha inaugurato una politica di nomine bipartisan, quello che invece non gli riesce di fare con la riforma sanitaria. Scegliendolo, ha infatti evitato una discontinuità rischiosa, riconfermando così un repubblicano che era anche il braccio destro di Greenspan, il precedente presidente della Fed, di cui Bernanke era complice intellettuale e braccio destro operativo all'epoca in cui la fede cieca nella capacità di autoregolazione dei mercati era un dogma più dogma delle verità di fede della religione cattolica. Bernanke si è però, fortunatamente, dimostrato un pragmatico, non un ideologo. E ha infatti cambiato velocemente strategia per fronteggiare la crisi più grave degli ultimi settanta anni. E per Obama contano i risultati.
Adesso però serve acume strategico e visione di lungo termine sui mercati: se Bernanke non opera velocemente un cambio di rotta, ritirando le misure eccezionali introdotte, l'avvitamento perverso tra deficit statali e inflazione può riportare ai disastri degli anni Settanta. Un segnale di conferma di questa ipotesi sembra infatti essere la recente eccessiva euforìa delle Borse e la ripresa poderosa della speculazione sul petrolio e le altre materie prime.  Ci si chiede nei mercati finanziari e nei circoli economici quale “exit strategy” adesso Bernanke adotterà, nel senso sia di strategia per superare definitivamente la crisi, che di via d'uscita per disimpegnarsi dal gigantesco dispiegamento attuale di risorse pubbliche, come spese statali, aiuti alle imprese, e liquidità monetaria fornita alle banche, intendendosi anche il momento quando la Fed rialzerà i tassi d'interesse, per evitare che il denaro a buon mercato alimenti nuove bolle speculative.  Per cui ora Bernanke dovrà mantenere la rotta lontana da due opposte derive: o una crisi tipo anni ’70, con alta inflazione e deficit statale fuori controllo, oppure una crisi tipo 1937, quando Roosevelt con il suo New Deal, credendo che la ripresa si stava consolidando, tagliò la spesa e aumentò le tasse.  Fu un errore drammatico, perché l’America precipitò nuovamente nella recessione, per uscirne solo alla fine della guerra.
E tuttavia il quadro odierno non è per niente chiaro. Da un lato è vero che il PIL americano dovrebbe tornare a crescere nel terzo trimestre del 2009 del 2,4%, e poi del 2% per l'intero 2010, e le costruzioni di nuove case e appartamenti sono aumentate del 1,5% in agosto, il più alto incremento in nove mesi. Altri dati positivi sono la crescita sostanziale dell’indice manifatturiero (valido per il distretto di Filadelfia, ma rappresentativo di tutta la nazione) per il secondo mese consecutivo. Dato questo importante perché il settore manifatturiero rappresenta il 12% del PIL USA e una sua ripresa è importante per il rilancio dell'economia americana. E poi finalmente stanno diminuendo in America le richieste dei sussidi di disoccupazione, segno che l’occupazione potrebbe riprendere a breve a crescere.
Dall’altro lato il pericolo dominante oggi potrebbe essere quel ciclo chiamato “W” dall'economista Nouriel Roubini, dove “W” è la forma geometrica di un ciclo recessione-ripresina-recessione in rapida successione.
Oppure bisognerebbe imparare dai forestali, che lasciano bruciare piccole aree di foreste, affinché si bruci parte del sottoforesta secco prima che si accumuli e scateni un grande incendio incontrollabile, visto che il fuoco sembra anche essere parte di un processo naturale di ringiovanimento delle foreste.  Quello che bisognerebbe capire oggi è se ogni reazione di politica monetaria ad ogni successivo stadio di squilibrio economico non porti in nuce le fondamenta per il prossimo stadio. Ovvero, l’incoraggiamento ad indebitarsi causato dai bassi tassi di interesse possa essere l’equivalente del sottoforesta secco che si accumula e poi scatena il grande incendio.
Suppongo che è molto più facile dare lezioni ex-post che prevedere ex-ante l’andamento di questo ciclo, viste le numerose teorie predette e mai verificate e l’entropia endogena dell’economia. Per il momento, credo che per quando riguarda l’Italia il peggio lo sperimenteremo prossimamente con l’aumento della disoccupazione, che continua a crescere nonostante la guerra di cifre tra OCSE e Commissione Europea che a turno ci danno in ripresa economica o in aggravamento della recessione, ricorreggendo scambievolmente le stime di crescita.

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Simone Comi
Bloccato il progetto scudo spaziale europeo, continua la partita a scacchi tra Washington e Mosca

Dalle dichiarazioni rilasciate da Barack Obama negli ultimi giorni, si è appreso che la Casa Bianca ed il Pentagono hanno deciso di abbandonare il sistema missilistico europeo messo in cantiere dalla precedente amministrazione Repubblicana. Il progetto di scudo spaziale voluto dall’ex presidente Bush, formato da un radar in Repubblica Ceca e un sistema missilistico intercettore in Polonia, sarà sostituito da uno schieramento di navi dotate di tecnologia “Aegis”, sistema integrato di radar ed intercettori, nel nord e nel sud del Vecchio Continente, primo passo verso un possibile futuro innalzamento della presenza navale statunitense intorno all’Europa. Secondo molti analisti proprio lo stesso sistema potrebbe poi essere schierato, alcuni dicono intorno al 2015, sulla terraferma, magari proprio nelle basi per cui la Casa Bianca aveva già ottenuto il placet da parte dei due governi dell’est Europa. Secondo le parole di Barack Obama, il nuovo approccio sarà più flessibile, più efficace e più efficiente dal punto di vista dei costi, rispondendo meglio del precedente alla minaccia posta dall’Iran.
Dalle fonti ufficiali, anche il presidente li ha citati nel corso dei suoi interventi, si apprende che i motivi principali di questo cambio di rotta nel dispiegamento di forze statunitensi sarebbero principalmente due: alcuni aggiornamenti forniti dai servizi di intelligence sulle capacità del sistema missilistico iraniano e il progresso tecnologico nello sviluppo degli armamenti statunitensi. Anche il Segretario alla Difesa Robert Gates ha fornito agli organi di stampa le medesime dichiarazioni, sottolineando esplicitamente che gli Stati Uniti non hanno comunque abbandonato l’idea di schierare sistemi missilistici difensivi su suolo europeo.
Le scelte della Casa Bianca potrebbero rivelarsi utili non solo in campo militare, ma ancor più in quello politico. Non bisogna dimenticare infatti che proprio il progetto voluto dalla precedente amministrazione scatenò un innalzamento della tensione tra Washington e Mosca, con il Cremlino che accusava la Casa Bianca di voler tenere sotto controllo lo spazio aereo russo e di cercare un modo per limitare l’eventuale capacità d’azione dell’esercito e dell’aeronautica. Con la decisione di avviare una revisione complessiva del sistema difesa in Europa, così ha spiegato Obama la scelta di accantonare il progetto precedente, l’amministrazione Democratica potrebbe tentare un lento riavvicinamento a quell’establishment russo con cui, negli ultimi anni di presidenza Repubblicana, si sono avuti screzi e dissapori capaci di incidere sulle scelte riguardanti la politica globale. L’ostruzionismo e i veti posti da Mosca sulla questione delle sanzioni per il nucleare iraniano e gli accordi commerciali per lo sviluppo del programma nucleare indiano hanno infastidito non poco la precedente amministrazione statunitense e potrebbero rivelarsi causa di nuovi attriti. Per questo è lecito pensare che la Casa Bianca stia tentando di proseguire verso l’obiettivo, la sicurezza europea, battendo strade diverse rispetto a quelle scelte dall’amministrazione Bush. Resta da vedere come Barack Obama gestirà questo piccolo vantaggio diplomatico nei confronti di Mosca. Senza il progetto scudo spaziale come scusa per contrapposizioni dure e critiche aperte, il Cremlino dovrà probabilmente ammorbidire alcune richieste ed aprirsi ad una collaborazione più proficua. Non sarebbero quindi da escludersi novità di rilievo nei rapporti tra i due paesi, con ricadute importanti anche su quei consessi internazionali, come il gruppo dei 5+1, chiamati a decidere di questioni rilevanti ed al contempo estremamente delicate.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Mario Di Ciommo
“Novelle dall’Europa” – Barroso e la rielezione “a prova di trattato di Lisbona”

Il presidente uscente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso, è stato riconfermato dall'Europarlamento con un risultato sorprendente: 382 sì, 219 no e 117 astenuti. Il superamento della maggioranza qualificata prevista dal Trattato di Lisbona gli dà una legittimazione forte al di là di ogni previsione. Una legittimazione “a prova di trattato di Lisbona”. Barroso, infatti, ha il sostegno di più della maggioranza assoluta degli eurodeputati (pari a 369 voti) richiesta dal trattato di Lisbona, la cui entrata in vigore si spera prossima (per il trattato di Nizza attualmente in vigore era sufficiente la maggioranza semplice dei votanti).
Questo voto è un’importante prova di forza per un’Europa che, in un momento complesso per la governance politico-economica mondiale – basti pensare soltanto al prossimo G20 di Pittsburgh ed alla Conferenza di Copenaghen sul clima -, ha bisogno di istituzioni con una forte legittimazione politica per presentarsi con posizioni autorevoli e il più possibile comuni.
Molto positiva è stata la centralità riservata al confronto di Barroso con i principali gruppi politici del Parlamento, che ha consentito al Presidente in pectore la preparazione di un programma sensibile alle diverse istanze e sensibilità politiche ivi rappresentate. Un programma che si è aperto a temi nuovi rispetto al mandato precedente, grazie alle analisi critiche dei principali gruppi del Parlamento: i temi degli effetti sociali della crisi, degli effetti sociali di tutte le proposte legislative, della regolamentazione dei mercati finanziari, della creazione di risorse proprie europee, dell’istituzione di un portafoglio specifico per i diritti fondamentali e le libertà civili, di uno sviluppo economico sostenibile, di un futuro ecologico. Per parafrasare il co-presidente del gruppo dei Verdi Cohn-Bendit: “oggi Barroso propone regolamentazioni alle quali non avrebbe mai pensato cinque anni fa. La situazione lo costringe ad evolvere”. E nella “situazione” rientra senz’altro l’evoluzione degli equilibri istituzionali in seno all’Unione nella direzione di una maggiore centralità del Parlamento. Il dibattito democratico continuerà ora con le audizioni dei commissari designati ed il voto da dare a tutta la Commissione.
Non mancano, in questa vicenda, le ombre. Non ci si vuole soffermare anche qui sulla personalità (politica) di Barroso, quanto piuttosto sulla condotta di chi si è detto per mesi strenuo oppositore della sua candidatura, senza riuscire mai a far materializzare un’alternativa. Parlo, soprattutto, del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) e dei Verdi.
Il giorno prima del voto sulle pagine de “Il Riformista” si leggeva in un interessante articolo a firma di due autorevolissimi esponenti del PD – Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo, e David Sassoli, capo della delegazione del PD al Parlamento –a proposito del voto del giorno successivo: “sarà un appuntamento importante per l’Europa, un momento in cui […] si esprimerà una valutazione politica di grande rilevanza per il futuro dell’Unione Europea.
La domanda è: sono stati questi gruppi politici di opposizione all’altezza del rilievo di questo appuntamento? Dall’articolo – che ripercorre i principali motivi della campagna anti-Barroso condotta dall’S&D – emerge, al di là di quanto detto sopra sul confronto programmatico, un’ottima capacità di analisi sull’operato di Barroso, descritto come “politica notarile”: “non ha offerto spunti per un cambiamento di rotta. […] I governi hanno trovato in Barroso un uomo fedele in un momento in cui l’Unione avrebbe bisogno di uno scatto d’orgoglio e di autonomia. […] Non si è investito sull’identità europea. […] Le risposte sono state timide e tardive. […] La risposta di Barroso è di lasciar fare ai governi nazionali”. Opinioni, queste, diffusamente condivise da moltissimi politici europei ed europarlamentari..
I due Autori sembrano, però, guidare al problema fondamentale di questa vicenda istituzionale in chiusura dell’articolo, quando scrivono: “l’Europa ha bisogno di una guida forte e determinata”. Se ciò è vero ci si chiede come sia possibile che non l’S&D, non i Verdi, non i Liberali (almeno i contrari alla riconferma di Barroso) siano stati capaci di presentare – al di là di qualche nome fatto circolare nei corridoi per qualche giorno – un candidato alternativo a Barroso. Addirittura i membri dell’S&D alla vigilia del voto erano ancora divisi sul come votare! Barroso non ha mancato di mettere in rilievo questo aspetto, criticando come alla sua candidatura venisse contrapposta quella di un “candidato ideale”…
Ci si chiede allora: che credibilità ha una linea del genere? È funzionale all’obiettivo di un’Europa più forte e più democratica? O forse complice di una percezione della vita politica europea come sterile e retorica? Non è espressione di un modo di fare politica ben presente anche al livello nazionale? Lascio aperta la domanda…
Barroso ha dichiarato di voler guidare una Commissione che contribuisca ad un’Europa “più forte”. Il voto del 16 settembre sembra consegnarci una Commissione con un mandato più forte del previsto e più democratico che mai. Ma anche un’Europa in cui gli attori sembrano ancora inconsapevoli della necessità di una politica di dimensione europea e delle sue potenzialità. Della necessità di una visione europea fatta di nuove proposte e di alternative reali, non solo di pessimistiche disamine.

mariodiciommo@yahoo.it


Davide Biassoni
What’s Centre?

L’idea spaziale di centro si presta intuitivamente a rappresentare il luogo di sintesi e moderazione fra opposti estremismi. Sovente, quando lo scontro politico si fa aspro, e specialmente quando degenera in un conflitto paralizzante tra forze in opposizione, s’invoca il centro come bilanciamento e sintesi proficua che consenta di uscire dallo stallo. A questa concezione, delineata per sommi capi, se ne può contrapporre una di segno opposto: il centro come zona a-politica, dove i connotati ideologici diventano sfuocati e instabili tanto che, all’epoca della Rivoluzione Francese, la parte centrale dell’emiciclo dell’Assemblea Nazionale era indicata come la “palude”. Con un balzo ai giorni nostri, all’epoca del bipolarismo “muscolare” con due blocchi frontalmente contrapposti, il progetto di un centro pacificatore torna in superficie. Uno dei motivi più comprensibili è legato all’eredità storico-politica del nostro paese imperniato per mezzo secolo sulla Democrazia Cristiana, ago della bilancia sul quale il sistema politico stesso si arroccava in difesa dagli opposti radicalismi, a sinistra (PCI) come a destra (MSI), con la conventio ad excludendum che impediva una completa rotazione e alternanza al potere, incentivando invece la politica “dei due forni”. In Italia, il sostantivo “centro” è quindi associato eo ispo all’aggettivo “cattolico” in una sorta di simul stabunt, simul cadent. Tuttavia, la politica non è un dominio unidimensionale e solo per ragioni semplificatorie il dibattito è spesso inquadrato nei soli termini di sinistra-destra (e centro). La realtà è ben più complessa come si può facilmente intuire considerando, a mo’ d’esempio, almeno due dimensioni: quella economica da un lato, e quella valoriale dall’altro. Nel primo contesto, i due poli sono l’interventismo statale (a sinistra) e il liberalismo economico (a destra), ossia la diatriba stato-mercato. Nel secondo caso, da una parte vi è il libertarismo individualista (a sinistra) e, dall’altro, il tradizionalismo paternalista (a destra), quindi su quest’asse si gioca la partita fra laicismo (visto da destra) e confessionalismo (visto da sinistra). Considerando perciò questo spazio bidimensionale, la DC si collocava davvero al centro? E chi oggi invoca il centro moderato, intende moderare le proprie istanze su tutte le dimensioni, o solo su alcune? E quali? Ecco un esempio significativo di come nel dibattito politico i concetti e richiami spaziali abbiano un ruolo cruciale e che solo il calcolo strategico lascia purtroppo indefiniti.

biassoni_davide@yahoo.it

 



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