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Home » Newsletter n. 180 - 25 settembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 180 – 25 settembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 180.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Gianfranco Aurisicchio
La città dell’acciaio e il G20 per uscire dalla crisi


Davide Biassoni
Germania 2009: determinante il voto ai partiti medio-piccoli


Valentina Pasquali
Obama alle Nazioni Unite


Simone Comi
Washington, Gerusalemme, Teheran: triangolo diplomatico per la pace in Medio Oriente


Luca Rossetti
Climate change: flessibili e pragmatici


Enrico Bellini
Missili in cambio di voti: Brown e la strategia di un leader sempre più in bilico


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 25 settembre 2009


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Gianfranco Aurisicchio
La città dell’acciaio e il G20 per uscire dalla crisi

Pittisburgh non è esattamente una città da jet-set, e una certa mancanza di glamour può essere notata dal club non più così esclusivo del G-20, che invece lo scorso aprile si era riunito nella fascinosa e sempre swinging Londra. A qualche amante dell’architettura contemporanea Pittisburgh può essere familiare poiché è uno dei centri dove ha lavorato Frank Lloyd Wright, il quale vi ha lasciato la famosa “Casa sulla Cascata”, prototipo di tutta l’architettura moderna e di tutti i futurismi, dove chi vi scrive è andato in religioso pellegrinaggio per ammirarne la quintessentially American Architecture. Ma Pittisburgh è oggi soprattutto il segno di nuovi tempi, di una nuova visione e di una capacità di riconversione, a dramatic turnaround come si direbbe da quelle parti, che perciò Obama ha scelto come metafora del cambiamento che intende veicolare, worldwide, e non solo a casa.  Ed è quindi oggi il posto più in linea con le speranze, i bisogni e le attese di questo G-20.
Dunque la città dell’acciaio, la Steel City, con questo suo nome rimastole appiccicatole da quando era uno dei cores industriali americani insieme a Chicago, è il microcosmo per le sfide che affrontano oggi gli Stati Uniti e il resto del mondo.  Come ha sottolineato il Ministro per l’Agricoltura statunitense Tom Vilsack, nativo proprio di Pittsburgh, “la città si è ricreata e reinventata da sola. Ed è questo che il presidente Obama chiede oggi all’economia”. Una sfida questa non altrettanto facile da vincere, considerate le relazioni e le interdipendenze di un mondo sempre più affollato di new players che cercano di spodestare gli incumbents.
Obama considera il Summit del G-20 a Pittsburgh sostanzialmente un’opportunità di fine-tuning delle politiche varate in aprile a Londra, in cui il goal principale rimane una crescita economica sostenibile. E crede molto che la città di questo G-20 possa fornire un esempio coraggioso di come creare nuovi posti di lavoro e nuovi settori industriali, in prospettiva di un nuovo modello economico, proprio come Pittsburgh da città dell’acciaio si è trasformata in un centro per l’innovazione hi-tech, incluse le tecnologie verdi, l’istruzione (e Pittsburgh insieme alla Pennsylvania ospita le più prestigiose università del Paese, dalla locale Carnegie Mellon alla ivy league UPenn), e la ricerca e sviluppo.  Forse oggi sembra remoto il timore di un anno fa di una seconda Grande Depressione, eppure è stato proprio grazie al Recovery Act americano e alle analoghe politiche economiche europee concertate anche al G-20 di Londra, i cosiddetti stimulus, che l’economia mondiale si è rimessa in moto. Obama vorrà ora concertare a Pittsburgh con i suoi colleghi del G-20 quali altri steps è necessario intraprendere, nell’ottica di una salvaguardia ambientale del pianeta, novità questa di Pittsburgh, e anticipata al discorso di qualche giorno fa davanti alle Nazioni Unite.
Lo scopo dichiarato di questo G-20 è creare le fondamenta per un pattern di crescita economica più bilanciato e sostenibile, che per gli USA significa ridurre il deficit pubblico e il proprio tasso di indebitamento nei confronti del resto del mondo. In questa prospettiva, e Obama è stato molto esplicito su questo, gli USA non intendono essere più il motore del mondo, e non solo in campo economico. In pratica si vogliono innescare politiche di crescita della domanda interna in quei paesi che finora sono stati dipendenti dalle esportazioni verso gli USA, e tra questi vi è anche l’Europa.
Collegato e interdipendente da una politica economica concertata a livello planetario, sull’agenda del G-20 rimane l’urgenza per una riforma finanziaria, tema questo già affrontato anche a Londra in aprile. Su questo gli USA insistono particolarmente, come ha anticipato Geithner all’incontro dei Ministri delle Finanze agli inizi di settembre, in preparazione del Summit di giovedì 24 e venerdì 25. Si tratta in sostanza di rendere più stringenti le regole del gioco esistenti e di creare nuovi standards di protezione del consumatore/investitore, per un sistema finanziario più resistente ad eventuali shock futuri. In tale campo gli USA insistono molto sulla collaborazione di altri paesi, a cominciare da una maggiore disciplina e sorveglianza dei cosiddetti paradisi fiscali off-shore.  Si vuole pertanto prevenire la possibilità di un accrescersi pericoloso dell’effetto di leva finanziaria e di rischio lungo la filiera del sistema bancario e al suo interno.  In questo contesto, la strategia di regolamentazione finanziaria americana è di mettere in azione limiti più stringenti in tutto il sistema finanziario sull’assunzione di rischio, di creare una sorveglianza più estesa delle istituzioni finanziarie e di mercati critici, come quello dei derivatives, di riformare i mercati dei titoli e di realizzare barriere di sicurezza per quelle imprese che falliscono.  Un’impresa insomma non da poco, una riforma estesa tanto quanto quella degli anni ’30 che ha poi portato a Bretton Woods e all’abbandono del Gold Standard.
Ma l’agenda americana entra questa volta anche in più dettaglio sugli steps da intraprendere collegialmente insieme agli altri Paesi, in modo da evitare una adverse selection e fuga di capitali verso quei sistemi finanziari con regole meno severe. Il goal è di raggiungere per la fine dell’anno un accordo su un nuovo standard worldwide con requisiti di capitali e di liquidità più elevati in modo da sgonfiare piuttosto che amplificare future bolle finanziarie.  È cruciale per Obama in questa prospettiva di riforma del sistema finanziario cambiare le practices di compensazione (cioè ridurre o eliminare i famosi bonus stratosferici di fine anno, che incentivano i managers finanziari a lanciarsi in attività al limite dell’illecito).
Rimane sull’agenda di questo G-20 la riforma del Fondo Monetario Internazionale e la creazione di agenzie sovranazionali di sorveglianza e di sviluppo, nell’ottica queste di una lotta alla povertà e di supporto a un’agricoltura più produttiva ed a un’economia verde. Vedremo quante di queste istituzioni saranno create, e quante ancora di queste parole a favore dello sviluppo dei Paesi più svantaggiati rimarranno sulla carta.

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Davide Biassoni
Germania 2009: determinante il voto ai partiti medio-piccoli

Sono state dipinte come elezioni incapaci di scaldare gli animi dei cittadini tedeschi. Eppure quando si vota in un paese come la Germania, decisivo per gli equilibri anche extra-Europei, l’attenzione non può che essere massima. L’interrogativo comprensibilmente più dibattuto riguarda il futuro Cancelliere: ancora Angela Merkel (CDU), oppure il suo attuale vice Frank-Walter Steinmeier (SPD)? Dal punto di vista strettamente politologico, vorrei però richiamare l’attenzione su un aspetto che è solo formalmente secondario (ma potrebbe non esserlo più alla chiusura delle urne), ossia il sistema elettorale in vigore. Molto ammirato (e anche frainteso) in modo bipartisan in Italia, la ripartizione dei seggi è di fatto nettamente proporzionale e la sola barriera efficace contro la proliferazione partitica è data dalla soglia di sbarramento del 5% a livello di Bund. Tuttavia, con l’affermazione dei Verdi, a partire dagli anni Ottanta, e soprattutto con l’emergere della sinistra radicale del Die Linke, alla fine del secolo scorso, il sistema partito tedesco è passato da tre partiti rilevanti (Democristiani, Socialdemocratici e Liberali) a cinque. E questo con implicazioni serie sull'aritmetica parlamentare poiché è proprio il “quinto elemento” a scardinarne la consueta dinamica di funzionamento, ossia la formazione di maggioranze e governi.  Data l’assenza di meccanismi “maggioritari-distorsivi” nel riparto dei seggi, è scontato che nessun partito possa governare da solo, tanto che fin dal secondo dopoguerra tutti i governi sono stati esecutivi di coalizione. Bene, almeno in passato. Ora, il nodo cruciale è dato dalla presenza nel Bundestag del partito di Lafontaine, con il quale nessuno vuole stringere un accordo programmatico. Il Die Linke è quindi un partito “fuori dai giochi”, confinato all’opposizione. A dispetto di ciò, i sondaggi accreditano la Sinistra di un solido dieci-dodici per cento, ragion per cui la riedizione di un governo bipartitico rosso-verde (SPD-Grünen) sul modello Schröder è decisamente improbabile: essendo i Verdi intorno al dieci per cento, i Socialdemocratici dovrebbero toccare circa il quaranta per cento, mentre gli ultimi surveys li danno appena sopra il venti. Se, come appare ormai assodato, saranno i Democristiani a conquistare la maggioranza relativa, lo spartiacque sarà lo score dei Liberali di Westerwelle per rendere praticabile un'alleanza nero-gialla autosufficiente. Ciò non fosse possibile, si aprirebbe la via a un esecutivo tripartito (inedito) con l’ingresso eventuale dei Verdi, anche se lo scenario più prevedibile sarebbe una riedizione della Grosse Coalition attuale. Già, ma la grande coalizione dovrebbe essere un’eccezione e un rimedio a una situazione di stallo e frammentazione, non la regola su cui un sistema s’impernia per uscire dalle secche. L'architettura partitica a “due-più-due” è perciò diventata a “due-più-due-più-uno” e così s'inceppa. Allora, potrebbe non essere inverosimile l’idea di riformare il sistema elettorale, se questo non fosse più in grado di garantire un’effettiva alternanza e rotazione al potere, bensì sancisse l’inevitabile collaborazione fra i due principali partiti antagonisti.

biassoni_davide@yahoo.it




Valentina Pasquali
Obama alle Nazioni Unite

C’è stato sorprendentemente poco Afghanistan nel primo discorso di Barack Obama all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mercoledì. Del resto, si sapeva che il tema sarebbe stato difficile da trattare per gli americani. Solo qualche mese dopo aver pubblicizzato una nuova strategia militare per l’Afghanistan, (la quale prevedeva un aumento cospicuo delle truppe impegnate al fronte, sul modello di counter-insurgency messo in pratica in Iraq dopo il 2006), il Presidente Obama ha annunciato che tale strategia è nuovamente sotto esame e potrebbe essere modificata ulteriormente.
L’aumento della violenza registrato nel paese nelle ultime settimane e la vittoria dubbia del Presidente afgano Hamid Karzai nelle elezioni di agosto, segnata da malcelate frodi elettorali, hanno dato nuova voce agli scettici, negli Stati Uniti così come all’estero. Dopo l’attentato di Kabul della settimana scorsa, che ha ucciso sei paracadutisti della Folgore, l’Italia è senza dubbio tra i paesi che più stanno mettendo in dubbio il proprio impegno in Afghanistan. Anche negli Stati Uniti un coro di voci dissonanti si sta facendo sentire. Obama ha promesso di ripensare alla proposta del vice-Presidente Joe Biden, il quale sostiene già da tempo che il Pakistan più che l’Afghanistan debba essere il bersaglio principale nella lotta al terrorismo internazionale. Gli Stati Uniti spendono 1 dollaro in Pakistan per ogni 30 dollari che mandano in Afghanistan. Il presidente americano dovrà anche valutare la richiesta del Generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe americane e NATO in Afghanistan, che invece vuole 40.000 nuovi soldati.
Si tratta di decidere se in Afghanistan si vogliono combattere i Talebani, oppure solamente Al Qaeda. Il Segretario di Stato Hillary Clinton non ha dubbi che se i Talebani dovessero rimpossessarsi del paese, anche Al Qaeda farebbe comodamente ritorno a Kabul. Biden, invece, pensa di poter separare le due entità e vuole concentrarsi su una strategia di puro anti-terrorismo che metta il Pakistan al centro del mirino. E’ chiaro ormai a tutti che, fin che il Pakistan offre rifugio ai combattenti di Al Qaeda, qualsiasi progresso in Afghanistan non sarà che parziale.
Il discorso di Obama, comunque, non ha tradito le aspettative e ha ripetuto alcuni temi chiave ai quali il presidente americano ama ritornare. Obama ha parlato della necessità di guardare alle sfide future senza trascinarsi dietro i fantasmi del passato. Il presidente ha promesso un approccio multilaterale da parte degli Stati Uniti, ponendo però l’accento sul fatto che questo significa anche responsabilità per tutti quelli che si sono sempre mostrati incerti nell’agire. Obama ha poi richiamato l’Assemblea dell’ONU all’unità: “In questa sala veniamo da tanti posti diversi, ma condividiamo un futuro comune. Non possiamo più prenderci il lusso di crogiolarci nelle nostre differenze, dimenticandoci del lavoro che dobbiamo svolgere assieme”, ha dichiarato a New York.
Obama si è presentato all’Assemblea delle Nazioni Unite marcando immediatamente le differenze tra l’Amministrazione Bush e la propria. Il nuovo presidente americano ha ricordato la decisione, presa ad inizio anno, di proibire che qualsiasi forma di tortura venga praticata per mano degli Stati Uniti. Il presidente ha riaffermato l’impegno del proprio paese nella lotta contro il terrorismo internazionale. E ha promesso di proseguire con il ritiro dall’Iraq iniziato dal proprio governo e che si dovrebbe completare nel 2011, pur reiterando l’intenzione di prestare aiuti economici e strategici a Baghdad affinché il governo iracheno sia finalmente in grado di occuparsi della sicurezza del paese.
Obama ha così stabilito le proprie credenziali, prima di chiedere all’Assemblea Generale dell’ONU di lavorare insieme per superare le quattro grandi sfide della contemporaneità: arrestare la corsa agli armamenti nucleari (Obama ha citato direttamente le minacce rappresentate da Corea del Nord e Iran, davanti a un Ahmadinejad impassibile); portare la pace nel mondo combattendo gli estremismi, ma anche creando le condizioni economiche e sociali perché tali estremismi non abbiano più ragione di esistere (e qui Obama ha dedicato le proprie parole quasi esclusivamente al conflitto israeliano-palestinese, promettendo il proprio impegno affinché si arrivi finalmente alla creazione di due stati, uno israeliano e uno palestinese, indipendenti, territorialmente integri, e sicuri); combattere il riscaldamento globale con politiche energetiche innovative che ci aiutino a proteggere l’equilibrio naturale del nostro pianeta; traghettare l’economia mondiale fuori dall’attuale crisi in maniera da offrire opportunità economiche e giustizia sociale a tutti.
Purtroppo, al di là delle buone intenzioni professate da Obama, quelli elencati rimangono problemi giganteschi, forse addirittura insormontabili.
Gli Stati Uniti stanno, forse, uscendo lentamente dalla crisi economica. Ed è già evidente che sarà difficile far approvare la riforma delle regolamentazioni del sistema finanziario internazionale, voluta da Obama e fondamentale a garantire maggiore giustizia economica, ma certamente malvista dalla potente lobby dell’alta finanza. Se è vero che Obama è riuscito a convincere la Camera a passare una legge storica, il luglio scorso, che distribuisce incentivi economici in favore dell’utilizzo di risorse energetiche “pulite” e che promette di ridurre le emissioni di gas inquinanti, pare impossibile che, travolti dal dibattito interno sulla riforma del sistema sanitario, i Senatori americani seguano l’esempio dei colleghi deputati entro dicembre, quando il mondo si riunirà a Copenhagen per pensare al dopo-Kyoto. Per quanto il ritiro americano dall’Iraq stia procedendo secondo la tabella di marcia voluta dal presidente, la situazione nel paese è tutt’altro che tranquilla. Un accordo con Iran e Corea del Nord sulla questione nucleare pare lontano. E il conflitto tra Israeliani e Palestinesi continua a offrire ben poche speranze per una soluzione. Il governo di Netanyahu non ha intenzione di finirla con l’espansione degli insediamenti nei territori occupati e sembra impermeabile a qualsiasi pressione americana. E il mondo arabo continua a rimanere su posizioni piuttosto provocatorie quanto all’esistenza stessa dello stato d’Israele.
La Presidenza Obama è senz’altro giovane. In soli nove mesi di vita, ha certamente già approvato alcune misure che, durante il governo del predecessore Bush, sarebbero state assolutamente inimmaginabili. Per trovare una soluzione ai problemi elencati nel proprio discorso alle Nazioni Unite però, Barack Obama avrà bisogno di molti altri anni e di molta fortuna.

 

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Washington, Gerusalemme, Teheran: triangolo diplomatico per la pace in Medio Oriente

Interessanti indicazioni sono giunte negli ultimi giorni riguardo ad uno dei temi più scottanti in ambito internazionale: il processo di pace in Medio Oriente. L’incontro voluto dal presidente statunitense Barack Obama, a cui hanno partecipato il leader israeliano Benjamin Nethanyahu e quello palestinese Abu Mazen, si è risolto in un nulla di fatto e ha alimentato qualche critica date le dichiarazioni rilasciate al termine dei lavori. La volontà della Casa Bianca è apparsa chiara: imprimere una forte accelerazione ai negoziati, e di conseguenza al processo di pace, in modo da poter stabilire una road map che possa portare entro breve ad una conclusione, seppur temporanea, della disputa sugli insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Il problema fondamentale sembra però essere diventato l’approccio degli Stati Uniti alla questione e agli attori interessati, mutato profondamente in pochi mesi e probabilmente ancora in fase di definizione.
La dichiarazione di New York sembra essere un passo diplomatico importante se messo a confronto con le posizioni intransigenti tenute dall’amministrazione Democratica nel periodo immediatamente successivo all’insediamento. La Casa Bianca sosteneva infatti la necessità di un “congelamento totale delle colonie”, formula fortemente limitativa ed esplicativa di quella che sarebbe stata la volontà statunitense riguardo alla questione. Le parole pronunciate da Barack Obama durante il vertice di New York sono apparse invece un primo passo verso il possibile riposizionamento diplomatico nei confronti di Gerusalemme: una concessione ad Israele, che avrebbe quindi ulteriori possibilità di manovra nei territori occupati. Il senso d’urgenza sulla possibile chiusura della questione degli insediamenti a Gerusalemme est, invocato da Barack Obama nelle dichiarazioni finali, potrebbe, allo stato attuale delle cose, andare a discapito del popolo palestinese e dell’Anp di Abu Mazen, che si era detto fiducioso rispetto al cambio di strategia del nuovo presidente rispetto al Repubblicano George W.Bush. La decisione della Casa Bianca potrebbe quindi portare gli Stati Uniti ad un parziale riallineamento con quanto deciso in passato dalle precedenti amministrazioni.
Lo stesso Abu Mazen ha inoltre fatto sapere che non tornerà al tavolo dei negoziati a causa delle divergenze fondamentali con Israele ma, viene da pensare, aspetterà probabilmente di capire con chiarezza quali sono le intenzioni di Washington prima di negoziare nuovamente con la controparte.
Il possibile riposizionamento diplomatico statunitense potrebbe servire alla Casa Bianca nel caso in cui uno dei membri del gruppo dei “5+1” decidesse di porre il veto alle sanzioni contro Teheran.
Al momento Pechino sembra voler bloccare ulteriori iniziative in questo senso e Barack Obama potrebbe valutare la possibilità di utilizzare l’intransigenza israeliana sulla questione del programma nucleare iraniano come una sorta di minaccia, neanche troppo velata, diretta contro il governo guidato da Mahmud Ahmadinejad. Da tempo, infatti, le Forze Armate israeliane sarebbero pronte ad attaccare i siti nucleari iraniani, missioni finora bloccate dalla volontà statunitense di procedere per vie diplomatiche. L’intervento pianificato a Gerusalemme potrebbe realizzarsi solo con il consenso, e il tacito supporto logistico, di Washington: per colpire i siti iraniani gli aerei israeliani dovrebbero sorvolare i cieli irakeni o rifornirsi sui mari in cui staziona la flotta navale statunitense. A Teheran questa situazione è nota e le dichiarazioni di Obama potrebbero quindi essere lette come un avvertimento all’Iran. Restano da verificare gli effetti del riposizionamento di Washington rispetto alla questione israelo-palestinese: la Casa Bianca potrebbe essere infatti costretta ad una precipitosa rilettura della situazione nel caso di un successo diplomatico dei negoziatori impegnati a discutere con Teheran.
A supporto delle intenzioni degli Stati Uniti sembra esser giunto inoltre il voto favorevole e l’approvazione della risoluzione sul disarmo e la proliferazione nucleare, che esorta tutti i paesi possessori di testate atomiche a firmare il trattato redatto nel 1970. Nel testo non sono menzionati paesi come Israele, l’India o il Pakistan ma il riferimento sembra essere chiaro. La risoluzione sottolinea inoltre che esistono ancora grandi sfide al regime di non proliferazione nucleare, passo determinante per poter coinvolgere nel processo anche stati come la Corea del Nord e l’Iran. Entrambi questi attori, pur senza essere chiamati direttamente in causa, saranno quindi invitati nel prossimo futuro a tenere presente la volontà dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, tra cui ci sono quelle leadership cinese e russa che spesso hanno espresso parere negativo riguardo ad eventuali sanzioni o interventi volti ad ostacolare lo sviluppo dei programmi nucleari, di tipo civile e militare, pianificati dai governi dei due paesi.


simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Luca Rossetti
Climate change: flessibili e pragmatici

Definire obiettivi realistici e condivisi per porre rimedio alla situazione. Tra ottimisti e pessimisti sembra essere questa l’opportunità che si presenta in vista della prossima conferenza internazionale sul climate change di Copenaghen perchè non è più tempo di convergenze sui principi. L’amministrazione Obama da qui a dicembre intende scommettere sulla creazione e sullo sfruttamento di margini di negoziazione facendo del pragmatismo il cardine del proprio orientamento, sia nell’arena politica interna che in quella internazionale.
In questo quadro martedì 22 settembre durante il Forum del clima convocato alle Nazioni Unite per la prima volta un Presidente americano ha scelto di dedicare un intervento accorato al tema dei cambiamenti climatici. Una scelta simbolica mossa dalla volontà di sancire inequivocabilmente la centralità di questa sfida per gli anni a venire testimoniata da questa affermazione: "la risposta della nostra generazione alla sfida climatica sarà giudicata dalla storia perché, se falliamo, rischiamo di consegnare le generazioni future a una catastrofe irreversibile. Nessun Paese, grande o piccolo, ricco o povero, può sfuggire all’impatto del cambiamento climatico".
L'appello di Obama evocando il rischio di “catastrofe” è fuori dalla logica del gioco a somma zero nei rapporti con i paesi del sud e in quelli con i cosiddetti paesi emergenti. Su questo punto Obama ha concluso: "possiamo affrontare la sfida climatica solo se i Paesi che più inquinano agiscono insieme. Non ci sono altre strade".
Per questo la consapevolezza dell'amministrazione americana è quella di tradurre i principi in traguardi concreti evitando di declamare obiettivi impalpabili nella convinzione che sia meglio raggiungere un compromesso interno e internazionale piuttosto che restare al palo.
Il primo banco di prova del realismo politico che ispira le dichiarazioni di Obama che ha parlato della necessità di essere “flessibili e pragmatici” è rappresentato dal fatto che i Trattati e gli Accordi internazionali dovranno avere una ratifica da parte del potere legislativo (Senato e Congresso) e che questo percorso è, e sarà,  tutt'altro che facile e lineare. A dimostrarlo è la risicata approvazione nel giugno scorso del cosiddetto Climate Change bill da parte del Congresso con 219 voti favorevoli e 212 contrari. Ciò significa perseguire un compromesso con i senatori, soprattutto democratici, che rappresentano interessi territoriali delle industrie a forte impatto ambientale. Per questo la priorità sul fronte interno sarà quella di rendere disponibili investimenti per creare nuovi posti di lavoro nella cosiddetta green economy: dall'efficienza energetica per i settori dell'edilizia pubblica e privata, ai supporti per i trasporti pubblici, alla riconversione dell'industria automobilistica tradizionale in una logica incentrata più sull’incentivazione, mediante sgravi e finanziamenti, che su proibizioni e divieti.
A questa criticità dell'agenda politica è necessario poi assommare, sia  a livello interno che internazionale, il tema del ruolo degli stati e delle aziende senza dimenticare che essa si intreccia anche con quello delle comunità e dei governi locali.
La sfida dei cambiamenti climatici rende chiara, più e meglio di altre, l'estrema complessità del campo delle politiche pubbliche e quindi evidente la necessità di esercitare la weberiana “etica della responsabilità” basata sull'attenta valutazione delle conseguenze prodotte dalle azioni poste in essere. In questo senso Obama ha richiamato l'esigenza di essere "flessibili e pragmatici" come condizione per giocare la partita del climate change.

rossetti70@gmail.com


 


Enrico Bellini
Missili in cambio di voti: Brown e la strategia di un leader sempre più in bilico

LONDRA - Con una mossa a sorpresa, il Primo Ministro inglese Gordon Brown ha anticipato mercoledì 23 settembre che il Regno Unito sarebbe pronto a ridurre l’arsenale nucleare britannico, passando da quattro a tre sottomarini Trident nel medio periodo (entro il 2024). Ufficialmente la scelta sarebbe determinata dalla volontà di favorire le trattative per un disarmo nucleare multilaterale internazionale (e il destinatario indiretto della proposta sarebbe in primis l’Iran e il suo progetto nucleare border line tra uso civile e militare). Sebbene questo annuncio abbia tutti i connotati per essere analizzato principalmente, se non totalmente, dal punto di vista delle relazioni internazionali, a Londra si è diffusa anche un’altra lettura, ben più a livello di low politics e ben più maligna. Qualcosa come “Gordon Brown non sa più che pesci pigliare in vista delle elezioni 2010!”, ma soprattutto in vista della conferenza annuale dei Labour (a Brighton, dal 27 settembre al 1° ottobre) dove i principali “nemici” non saranno né Tories /Lib Dem, né elettori frustrati o sfiduciati, bensì i compagni di partito.
Secondo alcuni commentatori, infatti, la mossa del premier britannico sarebbe da inquadrare in una strategia di recupero di quell’elettorato che sta sempre di più abbandonando il Labour Party: la middle-class. Ecco allora la sua mossa sulla riduzione nucleare, per spostare su una posizione più pacifista il suo Governo (che ancora paga la deriva “militare” e pro Bush Jr. dell’ultimo Tony Blair), ecco allora il suo intervento su Prospect. Nell’ultimo numero del magazine politico inglese ha annunciato che al centro dell’agenda del suo Governo ci saranno le “squeezed middle classes” visto che “è proprio perché tengo a questa classe media, sempre di più ‘spremuta’, che ho promosso il supporto per i mutui, i sussidi per l’infanzia e i rimborsi fiscali, facendo della maggioranza degli inglesi – e dei loro valori di correttezza, responsabilità e accountability – la priorità numero 1 dei Labour”.
Di fronte a Gordon Brown, però, si stanno sempre di più spalancando acque burrascose e minacciose. Se i sondaggi danno impietosamente il partito al Governo sotto di 17 punti rispetto ai Tories, tanto che uno delle voci più autorevoli dei Labour, Peter Mandelson, parla apertamente di un partito attualmente da considerare “underdog”, ovvero come perdente in partenza, e che necessita di radicale cambio di rotta per poter puntare alla vittoria, una aiuto al Primo Ministro non arriva nemmeno dai suoi alleati. È notizia di oggi (ieri, ndr) che Shriti Vadera, Business Minister, membro del Cabinet Office, ma anche strenue alleata del Premier, ha annunciato la volontà di lasciare il Governo per poter così tornare a lavorare in ambito privato dall’anno prossimo (passando prima attraverso un incarico in seno al G20). E se questa è la musica di chi è del team o comunque sostiene Brown, ancora più cupe sono le note che risuonano negli ambienti a lui più apertamente ostili. L’ex Home Secretary Charles Clarke ha spiegato, senza mezzi termini, come auspichi che Brown faccia “con dignità” un passo indietro per il bene del partito, per dargli almeno una possibilità di vittoria, visto che della siderale distanza che separa i Labour dalla riconferma ben un terzo (ossia circa 5 punti percentuali) sarebbe direttamente attribuibili all’attuale segretario. Non è ben chiaro se questa sia una mossa per liberarsi davvero di Gordon Brown o se sia solo un tentativo di dipingere sempre più chiaramente un bersaglio sulla sua schiena, così da avere pronto il capro espiatorio in caso di sconfitta nel 2010. Quello che è certo è che il fronte interno della critica è presente e forte.
Per Gordon Brown, dunque, l’annuale conferenza del Partito che è ormai alle porte si prospetta come la più difficile sfida politica della sua carriera: in difficoltà nei sondaggi, osteggiato dall’opinione pubblica, abbandonato dal suo team, attaccato dai membri autorevoli del partito. Chissà allora che non stia meditando di tenere per sé, come extrema ratio, proprio quel sottomarino nucleare che ha intenzione di eliminare dalla flotta di Sua Maestà.

E.Bellini1@lse.ac.uk


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 25 settembre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
L’11 settembre si é riunito il primo Cda di Expo dopo la pausa estiva e per la prima volta in un’ala ristrutturata del Palazzo Reale di Milano che sarà d’ora in avanti la sede di rappresentanza della Società oltre ad ospitare anche gli uffici della Direzione per i rapporti internazionali e istituzionali oltre a parte della struttura di comunicazione. Le due delibere approvate dal CdA riguardano il codice etico sui comportamenti che devono essere tenuti da ogni componente della struttura della Società e la costituzione di un “ufficio del Piano” per sviluppare l’idea del concept del sito dove si svilupperà l’Expo 2015.
Il codice prevede sia una serie di norme di comportamento che dovranno tenere dipendenti e collaboratori della Società (ad. es. i dipendenti non potranno né ricevere alcuna forma di regalo che possa anche solo essere interpretata come eccedente le normali pratiche commerciali o di cortesia, o comunque rivolta ad acquisire trattamenti di favore nè navigare su siti Internet con contenuti indecorosi e offensivi e neppure discutere argomenti riservati in luoghi pubblici e al cellulare) e sia un’ampia parte sulla responsabilità nei confronti degli azionisti, con molte indicazioni sui metodi per evitare eventuali conflitti d’interesse. Numerose anche le regole sulla selezione del personale, da effettuare su base esclusivamente meritocratica, e le norme a tutela dei dipendenti. Attenzione anche alla privacy, a partire dal fatto che sarà proibita qualsiasi indagine sulle opinioni e, in generale, sulla vita privata di dipendenti e collaboratori. L’ ”ufficio del Piano”, con sede alla Bovisa, metterà invece a punto le linee guida dei progetti che saranno poi assegnati con gara sia per la progettazione e sia per l’esecuzione dei lavori. Sarà composto da 5 professionisti e da 15 neolaureati in Ingegneria e Architettura (3 giovani architetti e/o ingegneri con esperienza laureati dal almeno 3 anni e 12 neolaureati tra architetti, ingegneri edili e civili) scelti con selezione interna dal Politecnico di Milano tramite bando messo on line.

Avremmo potuto fare un bando internazionale – ha spiegato Stanca al termine del Cda - ma abbiamo preferito puntare sullo sviluppo interno, per avere maggiore controllo dei costi, dei tempi e anche dell’organicità dell’idea originaria”.
Bisognerà invece aspettare il prossimo CdA, in agenda il 16 ottobre, per l'approvazione del «regolamento per le parti correlate», cioè le norme per i rapporti da tenere con i soci. “È una questione delicata – ha detto Stanca - per potenziali conflitti di interesse: sarà un regolamento simile a quello delle società quotate in Borsa, anche se non siamo quotati”. E proprio nel giorno in cui il Cda di Expo 2015 Spa si è riunito per la prima volta nella nuova sede di Palazzo Reale, il Comune di Milano ha presentato alla Società un conto di 25 mila euro per il mese di occupazione degli uffici in Piazza Duomo precedente alla stipula della concessione gratuita degli spazi. Il contributo è stato approvato oggi dalla Giunta Moratti come indennità forfettaria per i 38 giorni di usufrutto dei locali di Palazzo Reale senza titolo. Il 29 giugno scorso, infatti, il direttore generale di Palazzo Marino, Giuseppe Sala, aveva concesso alla Società di gestione le chiavi dei locali di Piazza Duomo, anche se ancora il Consiglio comunale non aveva approvato la modifica al regolamento necessaria per permettere a Palazzo Marino di affidare gratuitamente propri immobili a soggetti con finalità di lucro. Il via libera dell’aula è arrivato infatti solo il 16 luglio e la successiva stipula della convenzione per il comodato d’uso gratuito degli spazi fu stilata il 5 agosto. Nel frattempo la Società da 38 giorni aveva preso possesso degli uffici di Palazzo Reale e da qui il conto da pagare.

Il 14 settembre si è tenuto un incontro tra la Società e il Comitato ristretto del Progetto speciale Expo 2015 di Confindustria presieduto da Diana Bracco, su incarico della presidente Emma Marcegaglia. I coordinatori dei sette gruppi di lavoro confindustriali, tutti rappresentanti di spicco del mondo delle imprese, hanno aggiornato l’AD Stanca sull'attività svolta nei mesi scorsi sui seguenti temi: nutrizione, innovazione e sviluppo ecosostenibile, promozione internazionale, turismo culturale-attrattività e ricettività, cooperazione allo sviluppo, mobilità e reti, expo-generation e nuove professionalità.
Il 17 settembre si è riunita per la prima volta la Commissione Expo del Comune di Milano, presieduta dall’europarlamentare Carlo Fidanza, che è stata istituita nell’aprile scorso ed è formata da 37 consiglieri. All’ordine del giorno i temi dello sviluppo urbanistico dell’Area Expo. Stanca, davanti ai consiglieri di Palazzo Marino, ha traccia un breve bilancio del suo lavoro dichiarandosi favorevole alla creazione di una Commissione di alto profilo, presieduta dal prefetto Gian Valerio Lombardi, con compiti di controllo e garanzia, su eventuali infiltrazioni di criminalità organizzata a tutela delle gare di appalto.

Ha confermato inoltre che i primi cantieri nell’area dell’evento partiranno nell'autunno del 2011. Per quanto concerne il suo doppio incarico (AD e parlamentare), di fronte alla richiesta di chiarimenti, Stanca ha risposto: “A voler considerare il piano giuridico, non c'è nessuna incompatibilità tra il ruolo di parlamentare e quello di AD di una società pubblica come Expo 2015 spa, e io voglio innanzitutto rispettare le leggi italiane”. Vinicio Peluffo, parlamentare PD, insiste però su un punto: “Stanca rinunci almeno al doppio stipendio, come peraltro prescrive una legge del ’65”.
All’indomani di una dichiarazione del Viceministro Roberto Castelli che lamentava il fatto che finora solo il Governo abbia dato garanzie sugli stanziamenti per Expo 2015, così ha risposto il 19 settembre Formigoni: “Nessuna polemica ne' ieri nè ora nel rispondere a Castelli, perché la collaborazione col Governo è fluida, continua e ha raggiunto un livello di intesa di cui sono assolutamente soddisfatto. Tuttavia non vorrei che si creasse l'impressione di una Lombardia che aspetta gli interventi dello Stato per poter operare o addirittura di una Lombardia che, come altre regioni, se lo Stato non si muove, resta immobile pure lei e non si attiva per risolvere i problemi dei cittadini"; aggiungendo inoltre che “in Lombardia e' vero piuttosto il contrario e questi anni lo dimostrano: anche nel campo delle infrastrutture, che pure comportano investimenti ingentissimi e che sono primariamente di competenza nazionale, ebbene in questi anni la Lombardia si è mossa, lo ha fatto per prima, abbiamo stimolato noi l'azione del Governo e in molti casi siamo intervenuti con risorse nostre. Tutto questo vale anche per le grandi opere che la Lombardia ha progettato in questi anni, molte delle quali sono ricomprese nel dossier Expo”. Come segnalato in rassegna stampa, Il Sole 24 ore ha pubblicato il 16 settembre un articolo nel quale si dà conto di alcune indiscrezioni secondo le quali a Palazzo Marino si attende entro la fine dell’anno un bel regalo natalizio; cioè a dire la possibilità di andare in deroga al Patto di Stabilità, opzione questa che consentirebbe all’Amministrazione di avere a disposizione per altre necessità quelle risorse già destinate alle linee 4 e 5 della metropolitane. Se ciò fosse, sarebbe tra l’altro il primo e tangibile segno di attenzione rispetto ad istanze del Nord (sebbene Expo 2015 giova ricordarlo sia anche e soprattutto un evento nazionale) da parte di un Governo che, per ora, ha elargito invece – perpetuando tra l’altro una pratica perversa in vigore da decenni e di cui oggi si pagano le conseguenze – ingenti risorse ad altre zone del Paese (si ricordi la ripianatura di alcuni mesi fa dei debiti delle amministrazioni di Catania, Roma ecc ecc.).

Altri eventi:
 
-          Formigoni ha ricevuto il 22 settembre il nuovo Console generale del Belgio a Milano Francois Cornet d’Elzius con il quale ha affrontato anche temi legati all’Expo
-          Fino al 28 settembre è in corso di svolgimento in contemporanea nelle città di Milano e Roma la seconda edizione del Festival Internazionale dell’Ambiente; il programma è consultabile all’indirizzo: http://festivaldellambiente.com/
-          Sabato 26 settembre, presso la libreria Feltrinelli di Via Manzoni a Milano, si terrà l’incontro dal titolo: “La Grande Occasione dell’Expo 2015 possiamo ancora non sprecarla?”; per informazioni: http://www.expoholic.it/wp-content/uploads/2009/09/programma-feltrinelli.pdf

Alla prossima.
s.florio@libero.it

Ps. “sentiti ringraziamenti” al Ministro Tremonti per aver autorizzato l’ampliamento dello scudo fiscale garantendo protezione ad una serie di reati tributari tra cui il falso in bilancio giustificando la scelta perché coerente con analoghe misure degli altri paesi europei (la nota di Nens all’indirizo: http://www.nens.it/_public-file/Scudo.%20Nota%2023.9.pdf smentisce questa affermazione); ….evidentemente non ha poi avuto modo di leggere – impegnato com’è a dispensare pillole di saggezza e a litigare con eminenti economisti sulla genesi della crisi economica - gli ultimi dati del Fisco relativi alle dichiarazioni Irpef presentate nel 2008 .
E poi suggerisco caldamente all’ex ministro socialista Gianni De Michelis di riflettere bene e a lungo prima di dichiarare sui giornali, in ordine al suo nuovo incarico di consulente del Ministro Brunetta, che il suo compenso di quarantamila euro lordi annui sono “…. praticamente volontariato…”



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