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Home » Newsletter n. 181 - 2 ottobre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 181 – 2 ottobre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 181.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Davide Biassoni
Sinistra XXI secolo: frantumazione e disorientamento


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Una presa di coscienza per il centro-sinistra (europeo) a margine del voto tedesco?


Simone Comi
Stati Uniti ed Iran, primo incontro ufficiale tra i due paesi preludio all’intervento militare?


Valentina Pasquali
L’aborto diventa un ostacolo alla riforma sanitaria


Gianfranco Aurisicchio
La grande amazzone del web


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Davide Biassoni
Sinistra XXI secolo: frantumazione e disorientamento

L'impiego del termine “sinistra” risale ai tempi della Rivoluzione Francese per indicare i rappresentanti del Terzo Stato, sostenitori di riforme democratiche che garantissero maggiore uguaglianza e diritti per il popolo. Un secondo passaggio cruciale avvenne poi alla fine del XIX secolo quando la sinistra, sotto l'influenza marxista, assunse quei connotati che hanno segnato il suo sviluppo per lungo tempo: il legame con il mondo dei lavoratori – in particolare quello operaio – e la costituzione dei partiti socialisti, prima, e comunisti, poi, la cui divergenza verteva essenzialmente sulla gradualità vs. radicalità del cambiamento per abbattere lo stato inteso come “comitato d'affari” della borghesia capitalistica. Il punto che si vuole evidenziare è che la sinistra è, come molti altri, un fenomeno contingente-storico: non esiste da sempre, né forse esisterà per sempre, almeno nelle forme che noi oggi possiamo immaginare. Questo perché, dopo la disfatta della SPD tedesca, parecchi s'interrogano sul possibile crepuscolo della socialdemocrazia, quand'anche in Francia, Italia e Regno Unito il consenso appare egualmente declinante. Inoltre, come hanno rivelato le urne in Germania e in Portogallo, la sinistra radicale è in grado di raccogliere una percentuale che supera ormai il 10 per cento, cui si deve aggiungere l'apporto della componente ambientalista. Siamo di fronte quindi a un quadro tripartito con il campo non-conservatore diviso in tre filoni: riformisti moderati, ecologisti post-materialisti, neocomunisti anti-capitalisti. Le ragioni che hanno portato a questa tri-forcazione sono numerose e complesse: fra tutte, il collasso del blocco sovietico e del socialismo reale, con la conseguente crisi profonda dei partiti comunisti occidentali; inoltre, il fiorire delle domande sociali rivolte a un aumento della qualità della vita e dell'auto-espressività: non più un benessere materiale, bensì post-materiale e legato allo sviluppo completo della personalità umana; e, infine, il riformismo della “Terza Via” alla ricerca di un proficuo compromesso fra socialismo e liberalismo, fra stato e mercato, fra protezione sociale e diritti individuali, fra ridistribuzione e crescita. La collocazione strategica di quest'ultima variante è certamente la più pericolosa e difficile da gestire, stretta spazialmente, da un lato, a destra dal centro cattolico, liberaldemocratico e conservatore, che ha saputo ben difendere la sua immagine di approdo sicuro per la classe media-moderata e, dall'altro, a sinistra, tallonata dagli anti-capitalisti ed ecologisti protesi a catturare quella parte dell'elettorato progressista che non si riconosce nel moderatismo politico. Tuttavia, con la fine del secolo scorso, un nuovo fenomeno ha scosso l'Occidente e l'intero pianeta: la globalizzazione e, con essa, inter alia, l'immigrazione in Europa anche per quei paesi che non l'avevano sperimentata nel periodo post-coloniale. Di fronte alla porosità delle frontiere, al confronto fra culture e religioni differenti, alla dimensione “locale” posta sotto minaccia dalla spinta del “globale”, alla crescita della competitività, all'interconnessione planetaria, come ha reagito la sinistra, specialmente la sua parte riformista? Ci si dovrebbe chiedere se quest'ultima abbia aggiornato i propri strumenti cognitivi rispetto al mutamento rapidissimo operato nella digit society. Ad esempio, sarebbe opportuno prendere coscienza del fatto che molti lavoratori a bassa qualificazione siano passati a votare l'estrema destra, reputata una barriera efficace contro l'ondata d'urto global. Se essere di sinistra significa difendere la bandiera dell'uguaglianza, della solidarietà verso i più deboli e della laicità, è necessario ridefinire i riferimenti empirici di questi concetti alla luce dell'attualità storico-sociale.

biassoni_davide@yahoo.it




Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Una presa di coscienza per il centro-sinistra (europeo) a margine del voto tedesco?

Il post voto tedesco si sta caratterizzando per l’emergere di alcune riflessioni politiche significative in quantointeressanti, al contempo, il livello nazionale ed il livello europeo. È stato messo da più parti in rilievo lo spostamento verso il “centro-destra” - o, come dicono in tanti, verso posizioni “moderate” - delle preferenze degli Europei, tanto a livello europeo quanto a livello nazionale. Spostamento confermato dal voto tedesco dello scorso 27 settembre, che ha visto, da un lato, l’affermazione dei liberali dell’FDP, seguiti dalla CDU di Angela Merkel e dal suo “sister party”, la CSU; dall’altro la disfatta dei Socialdemocratici della SPD. Buona anche la performance della sinistra radicale, (Die Linke).
Lasciando da parte quest’ultimo caso (dai caratteri molto tedeschi), è sulla disfatta della SPD che ci si vuole soffermare. O meglio su alcune delle riflessioni proposte a margine di essa. Al di là del (ripetitivo) richiamo alla “profezia” del sociologo Ralf Darhendorf - che a metà degli anni 80, previde la crisi della socialdemocrazia - sempre più politici di sinistra sembra si stiano accorgendo della necessità per gli eredi della socialdemocrazia di reinventarsi, rinascendo in una dimensione europea.
Si leggeva sul Corriere della Sera di qualche giorno fa Piero Fassino dire, a proposito dei centro-sinistra europei, che essi “devono parlarsi, ragionano troppo in termini nazionali e devono pensare in modo europeo”.
Sulle pagine de “La Stampa” Massimo D’Alema ha sottolineato come, a differenza di ciò che accade nel resto del mondo (Stati Uniti d’America, India, Brasile, Africa del Sud, Giappone), il [nota bene…] socialismo è più in difficoltà proprio in Europa: “il problema è che il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito di fronte alla globalizzazione, ad andare oltre l’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare – questa è la mia opinione” – dice D’Alema – “la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccola parte”.
Paolo Franchi, ancora dalle colonne del Corriere della Sera, ha scritto: “se è il futuro del socialismo in Europa che ormai appare radicalmente in discussione, è del socialismo europeo del futuro che bisognerebbe cominciare a discutere. Possibilmente subito, in ogni caso senza attendere passivamente il prossimo disastro annunciato”.
Il socialista europeo Poul Nyroup Rasmussen in un’intervista a “La Stampa”, alla domanda sulla avvenuta (o meno) morte della terza via socialista di Blair e Schroeder, ha risposto: “Temo di sì. Credo però che esista ancora la possibilità di aprire una nuova era ragionando in chiave europea. La creazione del lavoro richiede dinamiche dinamiche transfrontaliere. Noi siamo l’unica forza che può spingere in questa direzione, mentre gli euroscettici vogliono chiudere le porte e il centrodestra è tentato dal nazionalismo”.
Walter Veltroni, intervistato sul risultato tedesco sul “Sole 24 Ore”, tra le altre cose ha messo in luce come non sia “più tempo di partiti ancora espressione della storia del Novecento. […] Non si può più pensare che il mondo si globalizza e l’Europa rimane al Novecento. […] Il riformismo europeo non può star più fermo sulle sponde del Novecento”.
Un riformismo che non rimanga al Novecento deve accorgersi innanzitutto di come la sua vocazione sia europea. Di come il suo spazio politico futuro sia europeo. È nelle mani di un riformismo “auto-cosciente” la possibilità di cogliere una sfida storica: quella dell’aprire, da protagonista, la via alla costruzione, finalmente, di una spazio politico europeo.

mariodiciommo@yahoo.it


Simone Comi
Stati Uniti ed Iran, primo incontro ufficiale tra i due paesi preludio all’intervento militare?

Si è svolto ieri a margine della conferenza del gruppo dei “5+1” il primo colloquio ufficiale e bilaterale ad alto livello tra negoziatori statunitensi ed iraniani sulla questione nucleare. William Burns e Said Salili si sono ritrovati faccia a faccia a discutere di una delle questioni più calde e delicate degli ultimi mesi, mentre a Washington il Ministro degli Esteri iraniano, in visita ufficiale, avrebbe consegnato alle autorità statunitensi alcune proposte volte a favorire la riapertura dei negoziati e delle discussioni ufficiali, riguardanti quindi la possibilità di proseguire i programmi di arricchimento dell’uranio. Voci non confermate ufficialmente e provenienti da paesi arabi indicano che il governo di Teheran potrebbe proporre al gruppo dei “5+1” di spostare fuori dal confine del paese il programma di arricchimento dell’uranio. Washington ha ufficialmente richiesto al Ministro degli Esteri iraniano di impegnarsi a compiere passi concreti per dimostrare che Teheran non intende produrre armi nucleari, ma le passate reticenze nell’informare l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle nuove installazioni potrebbero rivelarsi un ostacolo rilevante in questo senso. Da quanto si è appreso nelle ultime ore, gli ispettori internazionali avranno accesso al sito nucleare di Qom: resta da verificare se eventuali ispezioni serviranno a convincere il gruppo dei “5+1”, ma soprattutto Gerusalemme, delle reali intenzioni di Teheran. La ripresa dei negoziati alla fine di ottobre sarà preceduta da un incontro preparatorio e Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, si è mostrato attendista e guardingo nelle dichiarazioni rilasciate ai mezzi di informazione, confermando che il clima dei prossimi negoziati dipenderà da quanto l’Iran farà nel prossimo mese. Dal Parlamento di Teheran sono giunti comunque segnali poco rassicuranti: negli ultimi giorni è infatti stata approvata a larga maggioranza una dichiarazione in cui si chiede alla comunità internazionale di non ripetere gli errori del passato. Il Parlamento iraniano sarebbe quindi pronto ad adottare nuove decisioni nel caso in cui non si riuscisse ad uscire dall’attuale situazione di impasse. Questo potrebbe portare ad ulteriori attriti diplomatici nel caso di eccessiva rigidità da parte dei negoziatori internazionali e, come conseguenza diretta, ad una successiva riduzione della collaborazione di Teheran con l’AIEA.
La situazione appare quindi ingessata da richieste perentorie e dalla poca volontà di cercare posizioni condivise, utili se non altro per far procedere negoziati che sembrano destinati a concludersi senza portare miglioramenti rilevanti o novità di qualche interesse.
La credibilità dell’esecutivo iraniano sulla questione nucleare sembra avvicinarsi sempre più ai minimi termini e la comunità internazionale potrebbe presto trovarsi di fronte ad un bivio quanto meno rischioso. La strada delle sanzioni economiche, già ampiamente battuta negli ultimi mesi, non ha portato i risultati sperati e anzi sembra aver alimentato tensioni ed attriti crescenti. Il possibile allineamento delle maggiori potenze mondiali rispetto alla questione iraniana, come già accaduto nel corso delle votazioni per l’approvazione della risoluzione sul disarmo nucleare, potrebbe portare infine al tanto discusso intervento militare contro il paese degli ayatollah. Secondo molti analisti la Casa Bianca potrebbe tentare di isolare ulteriormente il paese degli ayatollah proponendo nuove sanzioni e lasciando comunque sullo sfondo l’opzione militare, forse unica reale novità delle ultime settimane. Washington è stata finora per Gerusalemme un ostacolo insormontabile sulla via della soluzione militare per la questione del nucleare iraniano. La situazione potrebbe presto cambiare ed evolversi, resterà probabilmente in mano iraniana l’ultima mossa sulla questione del nucleare. Davanti ad una scelta che non prevede come opzione il ritorno alla diplomazia in molti si pongono la stessa domanda: davanti alla minaccia reale di un intervento armato, riusciranno le leadership internazionali ad evitare uno scontro che si preannuncia essere sempre più prossimo e potenzialmente letale per i già traballanti equilibri diplomatici regionali?


simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Valentina Pasquali
L’aborto diventa un ostacolo alla riforma sanitaria

Continua tra mille difficoltà il dibattito sulla riforma sanitaria in America. Martedì, la Commissione Servizi Finanziari del Senato ha bocciato due emendamenti che erano stati aggiunti al testo di legge rispettivamente dai Senatori Jay Rockfeller della West Virginia e Chuck Schumer di New York. In maniere diverse, i due emendamenti avevano il fine di far sopravvivere la “public option”, ovvero una qualche forma di assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo e offerta a coloro che, da un lato, non presentano i requisiti necessari a ricevere i sussidi statali versati ai più poveri, e, dall’altro, non possono però permettersi i costi delle polizze private, nemmeno quelli calmierati che dovrebbero risultare dalla riforma.
Nonostante ci sia in commissione una maggioranza democratica di tredici senatori contro dieci, l’hanno spuntata i repubblicani dopo che cinque esponenti del partito dell’asinello si sono aggiunti a loro nel votare contro gli emendamenti. Tra costoro anche il presidente della commissione, il Senatore del Montana Max Baucus. Baucus sostiene che l’opzione pubblica sia troppo rischiosa, e che una proposta di legge che la comprenda non riuscirebbe mai a passare il voto del Senato, mandando così all’aria i mesi di trattative che sono stati necessari a raggiungere un qualche, seppur limitato, compromesso.
In effetti, anche se, in teoria, i democratici hanno al Senato i sessanta voti sufficienti a approvare qualsiasi provvedimento, si prevede che alcuni tra i cosiddetti “Blue Dog Democrats”, ovvero gli esponenti più moderati del partito, sceglierebbero di bocciare l’opzione pubblica.
La fine infelice degli emendamenti voluti da Rockfeller e Schumer ha rappresentato sicuramente un duro colpo per i sostenitori della riforma sanitaria e dell’opzione pubblica. In realtà,
come scrive Derek Thompson sull’Atlantic, questo significa che la proposta di legge “è quasi morta, ma non è già morta”. Infatti, qualsiasi testo verrà approvato dalla Commissione Finanza dovrà poi, comunque, essere integrato alle proposte di legge che usciranno dalle altre commissioni competenti, fra cui quella della Commissione Sanità. Inoltre, i sostenitori dell’opzione pubblica confidano che la Camera, in cui la delegazione democratica capeggiata dalla Presidente Nancy Pelosi è decisamente più progressista, passi un testo di legge favorevole all’opzione pubblica. Se Camera e Senato approvassero davvero due proposte di legge molto diverse, queste dovranno comunque confluire in un unico testo di legge, da mandare al Presidente Obama per la firma finale. Starà alla leadership delle due Camere trovare un compromesso accettabile.

Intanto, comincia a diventare sempre più problematica la questione dell’aborto. Da sempre un tema polarizzante in America, l’aborto ha fatto capolino anche nel dibattito sulla riforma sanitaria, grazie all’impegno degli instancabili attivisti “pro-life”, ovvero anti-aborto.

Una legge vecchia di trent’anni stabilisce che il denaro dei contribuenti non può essere utilizzato per finanziare gli aborti volontari, ovvero quelli che risultano dalla scelta personale di una donna e non da indipendenti condizioni mediche. In America, di conseguenza, bisogna fare riferimento a un network di cliniche private per poter abortire. Molte polizze assicurative private coprono, però, i costi di questo tipo di intervento.
Il Presidente Obama, determinato a far passare una riforma della sanità ambiziosa, ma non disposto a rischiare sull’aborto, ha promesso, ad esempio durante il discorso fatto di fronte alla sessione plenaria del Congresso a inizio settembre, che non permetterà che si usino dollari federali per finanziare l’interruzione di gravidanza.
Gli anti-abortisti, però, non si fidano. Sono convinti che le proposte di legge fin qui prodotte non contengano un linguaggio sufficientemente chiaro riguardo a questa questione. Temono, in sostanza, che la riforma proibirà il finanziamento diretto di un’interruzione di gravidanza, ma non la sovvenzione di polizze assicurative offerte da società private che, separatamente, coprano i costi di un aborto.
I progressisti, naturalmente, temono l’opposto. Innanzitutto, si sentono delusi dall’atteggiamento conciliante di Obama verso gli antiabortisti. Inoltre, sostengono che il passaggio di una legge con clausole speciali che vietano l’utilizzo di fondi federali per sovvenzionare l’aborto farebbe aumentare a tal punto i prezzi delle polizze che normalmente ne coprirebbero il costo da renderle sostanzialmente impraticabili a livello economico.
Si tratta di una questione di definizione. Progressisti e conservatori sono d’accordo nel trovare un compromesso in modo che i soldi ricavati dalle tasse federali non sovvenzionino le interruzioni di gravidanza. Ma non sono per nulla d’accordo su cosa questo significhi.
Per i sostenitori del diritto all’aborto, i dollari federali devono poter sovvenzionare tutti i tipi di polizza assicurativa di tutte le compagnie private, a patto che le società di assicurazione non usino queste sovvenzioni pubbliche per pagare direttamente i costi di un aborto. Gli attivisti contrari all’aborto danno a questo problema una lettura più rigida. I contributi federali non possono in alcun modo finanziare nessuna polizza gestita da una compagnia di assicurazione che copra le interruzioni di gravidanza, anche se con una polizza diversa da quella che verrebbe sovvenzionata.
Come scrive William Saletan su Slate, “per ottenere quello che considerano un accordo neutrale, gli attivisti pro-aborto devono assicurarsi che coloro che sono contrari paghino, seppur indirettamente, per le interruzioni di gravidanza. Gli antiabortisti, invece, per difendere le proprie convinzioni devono far sì che la copertura assicurativa di un aborto non possa essere in nessun modo sovvenzionata dallo stato, rendendo così l’interruzione di gravidanza, in un sistema che diventerebbe dipendente dai contributi pubblici, una procedura insostenibile a livello economico”.
Come se il dibattito sulla riforma sanitaria non fosse già abbastanza complicato, interviene ora la questione dell’aborto a renderlo ancora più ingestibile. In ogni modo, il Senato potrebbe votare su un provvedimento già la settimana prossima.

valentina.pasquali@gmail.com


 


Gianfranco Aurisicchio
La grande amazzone del web

Erano in molti a scommettere contro Amazon, quindici anni fa’, quando Jeff Bezos aprì sul web un rivenditore di libri: uno dei primi esperimenti di e-commerce, destinato a diventare metafora della new-economy che si stava affermando, paradigma di tutti i marketplace online e vincitore, a numeri e a fatturato, della sfida del web. Ha superato brillantemente l’esplosione della bolla internet, con la crisi economica del 2001-2002, ed ha superato brillantemente anche quest’ultima crisi. Una crescita che pare inarrestabile.
Nel MBA che frequentavo si studiava il modello della mass-customization inventato dopo pochi anni da Amazon, una contraddizioni in termini, ovvero una “customizzazione” di massa, per cui ogni singolo cliente aveva un’interfaccia web creata apposta per lui. E i clienti erano milioni già allora. Gli analisti di Wall Street andavano pazzi per questo business model, anche se all’inizio continuava a macinare debiti senza produrre margini soddisfacenti. La mass-customization costava all’epoca, erano i primi esperimenti del web. Poi Amazon ha vinto la sfida, e oggi il business non-core del gruppo, cioè tutto quello che non sono libri, film e musica, ha sorpassato per la prima volta a livello mondiale le vendite dei prodotti tradizionali con cui Bezos aveva iniziato.
In altre parole, in un’era sempre più digitale, Amazon sta rapidamente diventando il negozio virtuale del mondo intero, dove si vende di tutto e di più. Non solo libri, CD e DVD, ma pannolini, trapani, ricambi di auto e oggetti strani, allineati nei suoi mega-magazzini sparsi per tutto il mondo in maniera artatamente bizarra: pannolini accanto a televisori, accanto a trapani. Questo per evitare errori umani nel selezionare la merce da spedire al cliente. Ma i magazzini di Amazon (che occupano una superficie di qualche kilometro quadrato) sono anche governati da un software che stabilisce quale è la traiettoria più veloce e sicura per stoccare o prendere una certa merce e invia tali dati al ricevitore del magazziniere, pagato a 12 dollari/ora.
Amazon ha ormai perso la connotazione del libraio online, per diventare nell’immaginario collettivo (per lo meno quello americano e nord-europeo) un rivenditore generale online, anzi “il” retailer per eccellenza. E questa era proprio l’ambizione del fondatore Bezos, che già dall’inizio mirava a diventare il monopolista-generalista del web.  Secondo il sig. Wingo, amministratore delegato di ChannelAdivisor, una società del gruppo eBay che fornisce consulenza per l’e-commerce, il commercio online arriverà al 15% del commercio totale nel prossimo decennio, dal 7% odierno e se Amazon manterrà la proprio quota di mercato, diventerà praticamente inafferrabile. E gli altri rivenditori, anche quelli di nicchia, hanno paura di Amazon, che dal 2006 ha praticamente raddoppiato la propria market share, a scapito addirittura di eBay.  Ricordate il film “C’è posta per te” con Meg Ryan, la cui piccola libreria di quartiere chiudeva a causa della grande gruppo industriale? Ebbene, il fenomeno ora si sta replicando sul web. E tutti stanno cercando di copiare la strategia di vendita di Amazon, compresi anche giganti dell’off-line, del brick-and-mortar come si dice in gergo, come Wal-Mart per esempio, il più grande grocery store del mondo: pensate a Carrefour e Auchan messi assieme.
È certamente vero che i piccoli rivenditori, sia online che offline, non possono competere con una strategia di prezzo al ribasso basata su relazioni preferenziali e dirette con i fabbricanti e sull’enorme potere di acquisto di Amazon, ma esiste tuttavia uno spazio, anche sul web, per quei rivenditori dove il prezzo va invece mantenuto alto perché sinonimo di esclusività, i quali quindi possono sullo status e su altri bisogni dell’acquirente finale.  Mi riferisco per esempio al nostro Yoox.com, l’equivalente di Amazon per la moda, fondato da Federico Marchetti, che andava alla Columbia Business School quando io frequentavo la Kellogg School a Chicago. Qui lo sconto non viene neanche enfatizzato per non svilire il prodotto, che essendo fashion e luxury good deve avere un proprio posizionamento di mercato preciso e muoversi in strette oscillazioni di prezzo, pena la perdita del proprio appeal.

Ed esistono spazi di manovra nel mercato anche per quei rivenditori brick-and-mortar, cioè reali, non virtuali del web, dove il tatto, il gusto, il bisogno di toccare e vedere sono criteri importanti per l’acquisto. In effetti ci sono ambiti di mercato in cui Amazon è ben conscio di non poter entrare o si accontenta di quote marginali.

L’ambizione senza sosta di Amazon di vendere di più di qualsiasi cosa è comunque ben visibile sul sito americano, dove nei giorni scorsi ha introdotto links separati per altre categorie merceologiche, arrivando a proporre articoli sportivi da campeggio e piani telefonici wireless.  Ha poi comprato un rivenditore online di scarpe e abbigliamento con un deal di oltre 930 milioni di dollari in contanti e titoli a breve termine. Ed è stato il primo a permettere alle private labels di vendere attraverso il proprio sito, chiedendo in cambio il 15% dei proventi. A parte queste strategie più propriamente aziendali, Amazon ha costantemente allargato la sua massa di clienti fedeli offrendo spedizioni gratuite o consegne veloci per acquisti multipli e plurisettoriali – come dire: “te lo mando gratis o in un giorno se mi compri il libro e le scarpe assieme”. E intanto allarga i propri magazzini, dove riesce a gestire il turno delle scorte di merce con un tempo massimo di circa sessanta giorni, vendendo ai clienti prima ancora di pagare i fornitori. Miracoli dell’e-commerce, miracoli della Amazzone del web.

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com



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