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Home » Newsletter n. 182 - 9 ottobre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 182 – 9 ottobre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 182.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni, Nicola Pasini
Punto e a capo?


Davide Biassoni
Se è giunto il tempo di un armistizio


Davide Galliani
Siamo sicuri che il vero problema sia il Lodo?


Francesco Piacente
Il lodo Alfano e le lodi alla memoria


Simone Comi
Barack Obama di fronte ad un bivio, saprà guidare gli Stati Uniti fuori dall’ Afghanistan?


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Il sì irlandese: vicenda significativa per la democrazia europea


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 9 ottobre 2009


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Alessandro Fanfoni, Nicola Pasini
Punto e a capo?

Le conseguenze più gravi della bocciatura della Consulta non sono misurabili solo in termini giudiziari. Il danno profondo è politico, di credibilità e di reputazione e le sue conseguenze si manifesteranno a partire dalle prossime settimane. Tuttavia, chi confida(va) nell’automatismo “bocciatura lodo Alfano = crisi di governo, nuova maggioranza o voto anticipato”, si dovrà ricredere. Può darsi che lo shock per la sentenza costituzionale potrebbe innescare una riforma globale della giustizia che il premier e il Guardasigilli hanno già da tempo nel loro cassetto. Una riforma profonda destinata a produrre una resa dei conti dell’infinito corto circuito che lega Berlusconi e magistratura, ma ancora di più politica e magistratura, a partire almeno dal lontano 1993. Se è vero che il premier esce “azzoppato” (Stefano Folli) dal Palazzo della Consulta, occorrerà vedere come egli reagirà a questa delegittimazione. Delle due l’una: o saprà trovare pieno appagamento in una rinvigorita azione di governo, oppure cercherà di ricorrere ad una minaccia che è la sua vera forza, vale a dire l’ampio consenso degli italiani. E chi tenterà di violare questo legame diretto tra premier ed elettori sarà sempre considerato, dall’attuale premier, un attentatore alla democrazia.

Sono in molti ad evocare la fine di un’epoca, la fine del berlusconismo. E’ innegabile che l’età dell’oro del berlusconismo sia tramontata da un pezzo, così come le migliori promesse per riformare profondamente il Paese. Ed è vero che con la sentenza della Corte Costituzionale qualcosa sembra essersi irrimediabilmente rotto. La prospettiva di una normalizzazione dei rapporti istituzionali e di un rasserenamento del clima politico generale sembra rinviata sine die.  Berlusconi continuerà ad essere considerato una febbre per la politica (solo dalle opposizioni?), la causa di un’anomalia in un regime democratico. Pertanto, se siamo sicuramente sul crinale di un “finire”, possiamo pensare alla parola “fine”?
Troppe sono ancora le variabili, troppi gli attori vecchi e nuovi (sarà il think tank-movimento, Italia Futura, il trampolino di lancio per Luca Cordero di Montezemolo, da molti accreditato come nuovo leader politico?), troppe possibilità combinatorie per prevedere come si uscirà da questa infinita transizione. Che ne sarà del PdL senza Berlusconi? Dove andrà la Lega? E l’incognita centro? Rutelli uscirà del Pd e quanto sarà grave, culturalmente, questa eventuale perdita per i democratici? Cosa ne sarà dell’Idv senza Berlusconi? E, ancora più importante, cosa sarà del bipolarismo senza Berlusconi? Tutte variabili però che dipendono da un unico fattore: come e quando Silvio Berlusconi uscirà di scena?


Davide Biassoni
Se è giunto il tempo di un armistizio

Il rivotismo è un bizzarro neologismo che, oltretutto, segnala una situazione patologica in un regime democratico, ossia, il ricorso continuo (quasi compulsivo) alle urne. Rivotare spesso, per non cambiare numericamente nulla: questo è ciò che potrebbe accadere qualora, ormai bocciato il lodo Alfano, l’attuale maggioranza si squagliasse e gli italiani fossero chiamati nuovamente a scegliere rappresentanti e governo. Ma l’esito di una nuova consultazione, dopo quelle recenti del 2006 e 2008, potrebbe riprodurre lo stesso risultato di poco più di un anno fa, per giunta con uno strascico di effetti negativi quali la crescita della disaffezione e del malcontento verso una classe politica in continua fibrillazione. Non solo: l’appello populista e plebiscitario sarebbe un’ulteriore contropartita dannosa per l’equilibrio stesso delle istituzioni, con il popolo periodicamente mobilitato a sanare la posizione traballante di un Presidente del Consiglio che si sente sotto assedio. Insomma, l’ennesimo referendum pro-contro il Cavaliere: di questo, sicuramente, il nostro paese non sente il bisogno. Le elezioni restano ovviamente uno degli aspetti cruciali di ogni democrazia, ma un sovradosaggio di questo strumento produce effetti collaterali ben più dannosi del problema cui dovrebbe porre rimedio. Parrebbe quindi nell’interesse generale la tenuta dell’attuale esecutivo, nonostante un Premier ora fortemente indebolito e di fronte al quale si aprono due scenari: rimanere a Palazzo Chigi, pur dovendo recarsi sovente nelle aule dei Tribunali per difendere la propria innocenza, oppure farsi da parte e aprire la strada alla propria successione. Ebbene, questa seconda opzione pare assai poco probabile; al contrario, è possibile immaginare un Presidente del Consiglio che, ferito sul piano interno e internazionale, aumenti il tasso di aggressività e di scontro non solo contro la Magistratura, ma anche verso il Capo dello Stato e l’opposizione. Beninteso, scatenando un ritorno altrettanto aspro di strali e invettive. Con rammarico, è sempre più desolante osservare il travaglio della Seconda Repubblica, oberata da un’agonia senza fine, aggrovigliata attorno a un sistema conflittuale che permane al di fuori della “normalità” politica e scossa dagli urti fra opposte barricate e piazze. Le accuse reciproche hanno talmente superato il segno da rendere ormai impraticabile un’analisi pacata e razionale della realtà, al di fuori dello scontro al calor bianco. E in definitiva, è lo stesso Berlusconi a restare al centro della scena: perno del bipolarismo, con la sua figura amata e rigettata da sostenitori e rivali ha diviso il campo fra opposte fazioni. Lui ha creato questo scenario, e solo lui con un passo indietro può mettere la parola fine a un duello sfibrante, ormai istituzionalizzatosi da tre lustri.

biassoni_davide@yahoo.it


Davide Galliani
Siamo sicuri che il vero problema sia il Lodo?

1. Il vero problema è forse la concezione che si ha della sovranità popolare.

Riepiloghiamo a grandi linee gli eventi: nel 2003 il Parlamento approva il Lodo Schifani e nel 2004 la Corte lo boccia; nel 2008 il Parlamento approva il Lodo Alfano e nel 2009 la Corte lo boccia; l’uno e l’altro Lodo non furono rinviati al Parlamento né da Ciampi né da Napolitano; nel 2004 la Corte boccia il Lodo Schifani per contrasto con l’art. 3 Cost. e l’art. 24 Cost., nel 2009 la Corte boccia il Lodo Alfano per contrasto con l’art. 3 Cost. e l’art. 138 Cost.
C’è chi dice: abbiamo modificato il Lodo Schifani del 2003 in Lodo Alfano del 2008 seguendo la sentenza del 2004 della Corte e quindi la sentenza del 2009 della Corte è “politica”. E perché è “politica”? Non certo per quello che dice, perché chi ha detto quelle frasi di certo non può avere ancora letto la decisione della Corte, ma perché la Corte è fatta da persone in prevalenza di sinistra. Si conceda tutto, alla fine, le persone non sono dei robot artificiali di ultimissima generazione. Alla fine, come scrive Savater, in democrazia siamo tutti politici. Si conceda, quindi, che la maggioranza dei giudici della Corte è di sinistra. Di più: si conceda pure che dal 1994 ad oggi la maggioranza della Corte è sempre stata di sinistra.
Poste queste premesse, chi le condivide, deve dimostrare che durante i Governi di sinistra la Corte costituzionale non ha mai dichiarato incostituzionali le leggi approvate, appunto, dalla sinistra…

2. Il vero problema, pertanto, non è la Corte o il Lodo, perché forse il vero problema (e si sottolinea forse: e quanto è importante l’etica del dubbio ce lo ha insegnato a meraviglia Norberto Bobbio) è la concezione che ciascuno ha della sovranità popolare.
Chi scrive non ne ha, a dire la verità, una preferita, di solito si fa bastare (e assicuro che avanza e di molto) quello che dice la nostra Costituzione, non in qualche articolo sotterraneo, ma in apertura, all’articolo 1, che è immodificabile per espressa previsione costituzionale di cui all’art. 139.
La Repubblica di cui parla l’art. 139, per dire che non è modificabile nemmeno con revisione costituzionale, è la stessa Repubblica di cui parla l’art. 1, ossia, la Repubblica democratica, fondata sul lavoro, nella quale la sovranità appartiene al popolo, popolo che esercita la sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione.
E si dirà di più: chi ha deciso che la Repubblica non modificabile nemmeno con revisione costituzionale debba essere quella democratica fondata sul lavoro nella quale la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione? Sono stati certo i nostri 556 membri dell’Assemblea Costituente, ma è stato anche lo stesso popolo che assieme al voto per i membri della Costituente, il 2 giugno del 1946, scelse anche la forma repubblicana.E non era in gioco solo la forma repubblicana rispetto a quella monarchica, perché quello che era in gioco era l’uscita da un regime autoritario che aveva fatto della forza del numero una vera e propria forma di violenza legale…almeno fino a quando ci sono state le elezioni e forse (anzi senza forse) accompagnata sin dal suo inizio da una forma di violenza tutt’altro che legale.

3. Il vero problema di tutta la vicenda dei Lodi, forse, non sono né la Corte, né il Capo dello Stato e né i Lodi: è l’incapacità di comprendere che il costituzionalismo nasce e vive tuttora per mettere al di sopra di tutti appunto la Costituzione, al di sopra anche del popolo sovrano, che è di certo sovrano, il popolo, ma nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Si revisionino anche la maggior parte delle disposizioni della Costituzione, prego, si inizi l’opera demolitoria, ma si arriverà ben presto a capire che la concentrazione del potere politico è proprio quello che si deve evitare per evitare che la nostra Costituzione perda qualunque validità giuridica: lo si vada a chiedere a Barack Obama se la concentrazione del potere politico nelle sue soli mani è quello che veramente vuole…

4. Adesso si muoveranno le ambasciate di tutti i nostri organi costituzionali per cercare di restituire un clima decente in questo Paese: e questa opera sarà di sicuro opportuna. Chi mantiene ancora un briciolo di razionalità ha tuttavia anche il dovere di riflettere oltre i casi che avvengono tutti i giorni, perché è la matrice ispiratrice che necessita di essere evidenziata, per essere discussa, criticata, appoggiata e quanto altro.
Non sono nuove le accuse alla stampa, al Quirinale, alla Corte, alla minoranza dei giudici (senza dimenticarci le Università…), quindi, non devono meravigliare, preoccupare sempre di più sì, ma non meravigliare.
Quello che invece sembra essersi radicalizzato è un’altra questione, ossia, quella di non riuscire più a comprendere che nella nostra Costituzione vi è scritto che il popolo è sovrano certo ma nei limiti e nelle forme della Costituzione proprio perché prima di quella Costituzione i tempi erano stati più che mai bui…con il popolo nella sua maggioranza per buona parte di quei tempi di certo non apertamente contrario al Capo.
I paragoni storici non reggono, sono assolutamente inopportuni: ma tutti sappiamo che dietro ad ogni singola parola scritta nella Costituzione vi è la volontà che quello che era accaduto prima non si ripetesse più.

Capo dello Stato, Corte, giudici e compagnia bella vengono dopo, perché se ci si convince che con il voto legale del popolo tutto è permesso e che solo al popolo si deve rispondere, allora, perché mai non si potrebbe decidere, con il consenso del popolo, di abrogare il Capo dello Stato, la Corte, i giudici e le Università…appunto.
Riflettano i teorici e i pratici della democrazia maggioritaria: è solo una questione di persone, nel senso che a noi in Italia in un modo o nell’altro ci va sempre male, oppure, vi è anche qualcosa in questa benedetta democrazia maggioritaria che forse non funziona…

Ricercatore in Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Milano

 


Francesco Piacente
Il lodo Alfano e le lodi alla memoria

Sta per chiudersi una settimana politica molto tesa, tutta vissuta sul toto-lodo e dalla portata non ancora definita per i riflessi politici e istituzionali che determinerà. C’è da dire, infatti, che la corsa alle interpretazioni è in pieno svolgimento, con versioni anche opposte, di commentatori e politici che si affannano in previsioni più o meno azzardate, più o meno faziose. Tra i tanti commenti, in maggioranza smaniosi di sapere “come andrà a finire ora ?”, si fa fatica  a rintracciare valutazioni ad ampio respiro di tutta la vicenda che sappiano promuovere una riflessione sul valore dell’equilibrio istituzionale, sui rapporti di forza tra  potere e regole, sulla mediazione necessaria tra consenso elettorale e rispetto della Costituzione. Eppure questo genere di riflessione sarebbe opportuna per tentare di scuotere la cultura civile e politica del nostro Paese, vera vittima di una transizione tanto lunga e tanto tormentata da questo infinito scontro tra poteri dello Stato. E in che modo potremmo allora tentare di introdurre un valore aggiunto di senso politico, culturale e istituzionale al dibattito in corso?
Nei giorni passati, precisamente il 5 ottobre scorso, abbiamo fatto memoria di un personaggio, figlio della migliore generazione politica che il nostro Paese ha potuto conoscere: il Prof. Leopoldo Elia. Insigne accademico e uomo delle istituzioni, prima che uomo politico. Ha dedicato la sua vita all’attività politica e accademica impegnandosi per un’autentica applicazione del dettato costituzionale e meritando per questo il titolo di “guardiano della Costituzione”. Gli interventi, sempre equilibrati, che rappresentano punti di riferimento imprescindibili, danno conto dell’attenzione rivolta ai processi complessi e fragili del sistema democratico, in cui la delegittimazione istituzionale è un pericolo costante e il primo nemico da combattere. Il suo impegno è stato fino all’ultimo profuso su questi temi ed è la personalità a cui più adeguatamente tributare un ricordo in questo momento, senza dimenticare che uno dei suoi ultimi interventi ha riguardato proprio il c.d. Lodo Alfano: “Nessuna democrazia conosce il sistema di blindatura introdotto dal c.d. lodo Alfano, che dunque ci pone nell’universo democratico in un misero isolamento, degno, si sarebbe detto una volta, di un paese in via di sviluppo”. La sospensione dei processi (in cui si risolveva, per una legislatura, il diniego della vecchia autorizzazione a procedere per i parlamentari) cambia natura, costituzionalmente parlando, se la sospensione è ex lege (o ad automatismo generalizzato) o è caso per caso giustificata con interventi ad hoc. Chi lamenta “l’aggressività” dei magistrati italiani contro la serenità del Premier, non conosce quella dei giudici statunitensi nel caso Nixon o nel caso Clinton v. Jones. Il legislatore italiano ha dunque scelto la strada peggiore, accettandola come un minor male rispetto alla minaccia della clausola blocca-processi per una moltitudine di procedimenti: ma il deliberare sotto ricatto è un modo ben triste di inaugurare la nuova legislatura”.*
Può essere questo un punto di vista privilegiato per rileggere le vicende del presente attraverso le lezioni viventi di uomini che ci hanno lasciato. Un patrimonio di memoria, di esempio umano, di coerenza e altissima devozione alle istituzioni, di fronte ai quali le vicende del momento sembrano adombrarsi, ma ad un tempo ci interpellano perché la memoria non diventi oblio e gli insegnamenti siano messi in pratica.

*Audizione informale presso le Commissioni riunite (Affari costituzionali e Giustizia) del Senato della Repubblica mercoledì 16 luglio 2008.

 

 


Simone Comi
Barack Obama di fronte ad un bivio, saprà guidare gli Stati Uniti fuori dall’ Afghanistan?

Nel giorno dell’ottavo anniversario dall’inizio dell’intervento statunitense in Afghanistan, Barack Obama ha ufficialmente confermato che non verrà ridotto il numero degli effettivi impegnati nelle regioni del paese asiatico. Le parole del presidente statunitense sono giunte dopo la proposta avanzata dal vice presidente Joe Biden, che aveva chiesto durante un incontro pubblico di concentrare gli sforzi delle operazioni contro le cellule di Al Qaeda nelle regioni tribali sul confine con il Pakistan. Non sembra essere stata ancora definita una strategia d’intervento per i prossimi mesi, gli screzi tra la Casa Bianca e l’establishment militare rispetto alle possibili opzioni in questo senso potrebbero far slittare ancora una decisione definitiva.
Ci sarebbe infatti già stato un duro confronto tra il presidente Barack Obama e il generale Stanley McChrystal, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da quest’ ultimo durante una visita a Londra nei giorni scorsi. In un discorso pronunciato nella capitale inglese il generale avrebbe precisato di essere assolutamente contrario all’opzione proposta da Biden, facendo infuriare Barack Obama, che secondo indiscrezioni avrebbe preferito una risposta più equilibrata da parte del comandante responsabile delle forze impegnate in Afghanistan. Le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale James Jones lasciano inoltre pensare che tra i due ci siano stati quindi attriti di una certa rilevanza. Forse per non apparire troppo accondiscendente rispetto alle richieste avanzate dal generale McChrystal, Barack Obama avrebbe consultato più volte nell’ultima settimana il generale David Petraeus, comandante, dal febbraio 2007 al settembre 2008, delle Forze Armate statunitensi in Iraq e successivamente nominato comandante dell’U.S. Central Command, posizione che prevede la responsabilità strategica di tutta la zona del Medio Oriente allargato. Petraeus è stato inoltre comandante dell’U.S. Combined Arms Center, centro incaricato dell’elaborazione della dottrina militare ufficiale statunitense. Ha compilato il manuale per le attività controinsurrezionali delle Forze Armate ed ha poi applicato con un certo successo le sue teorie in uno scenario difficile come quello iracheno.
L’aumento delle truppe statunitensi impegnate in Afghanistan, come richiesto dal generale McChrystal, potrebbe quindi non essere così scontato in caso di un cambiamento della strategia militare nel paese. Al possibile tramontare dell’ipotesi di un incremento del numero degli effettivi va in effetti contrapposta la possibilità che Petraeus abbia invece deciso di sostenere le richieste di McChrystal davanti al presidente ed allo staff della Casa Bianca. In questo caso il generale comandante dell’U.S. Central Command potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel ribaltare una situazione che sembra andare sempre più a sfavore delle richieste avanzate dal comandante delle forze in Afghanistan. Dalle ultime indiscrezioni Petraeus si sarebbe schierato a fianco di quanti chiedono ulteriori rinforzi per gli effettivi impegnati, come il Joint Chiefs of Staff Mike Mullen. La sua influenza sulla Casa Bianca potrebbe quindi favorire un cambiamento importante per quelle che sembrano essere decisioni ormai già prese. La questione rimane comunque quanto mai aperta e un ulteriore appoggio alle richieste di McChrystal potrebbe giungere dal Pentagono. Il Segretario alla Difesa Robert Gates, che ha rilasciato dichiarazioni in cui è stata sottolineata chiaramente la sua preoccupazione per le sorti del contingente statunitense stanziato in Afghanistan, non ha infatti espresso con la stessa chiarezza la sua posizione in merito alle richieste del comando militare nella regione. L’appoggio di Gates potrebbe rivelarsi ulteriore fonte di pressione sullo staff presidenziale, creando potenzialmente eventuali screzi anche all’interno del gruppo dirigente dell’amministrazione Democratica. Barack Obama non ha ancora sciolto le sue riserve su un nuovo invio di truppe. A questo punto la decisione sembrerà apparire comunque come il tentativo disperato da parte di un presidente neoeletto di chiudere, nel più breve tempo e cercando di preservare la credibilità statunitense rimasta rispetto alla questione, una situazione che diventa sempre più insostenibile. Scenario preoccupante per gli spin doctors della Casa Bianca, a meno che il presidente non dimostri chiaramente le sue doti di leadership prendendo una posizione definita, rischiando ancora di perdere l’appoggio dell’elettorato e dimenticandosi, anche solo per un momento, che il 2010 negli Stati Uniti sarà anno di elezioni per il rinnovo del Congresso.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Il sì irlandese: vicenda significativa per la democrazia europea

Con un’affluenza del 58%, il 67,1% degli elettori irlandesi ha detto sì al Trattato di Lisbona (contrario il 32,9%). La straordinaria affermazione del sì è una significativa iniezione di fiducia per il futuro istituzionale prossimo dell’Europa. Del resto, l’obiettivo di un’Europa più efficinete, meglio organizzata e con una voce più forte sul panorama politico mondiale è finalmente a portata di mano.
Basta vedere la determinazione con cui il Presidente della Commissione Barroso, il Presidente del Consiglio europeo lo svedese Reinfeldt e i principali gruppi politici europei stiano esercitando un pressing compatto sui Paesi che ancora devono completare il processo di ratifica del trattato:Polonia e Repubblica Ceca. Se per la Polonia si è in dirittura d’arrivo (il Presidente Kaczyinski dovrebbe firmare la ratifica entro domenica prossima), per la Repubblica Ceca la situazione è più complessa: si è in attesa che prima la Corte costituzionale si pronunci su di un ricorso presentato da 17 Senatori cechi e che poi l’euro-scettico Presidente della Repubblica, Klaus, firmi la ratifica. Tante le preoccupazioni sui tempi che la conclusione di questo iter richiederà: secondo il Primo Ministro ceco, Fischer, esso possa concludersi già entro la fine dell’anno. Intanto non manca chi in Repubblica ceca teme che questo braccio di ferro con la UE possa tradursi in un indebolimento politico dello stesso Paese in seno alla casa europea (con la perdita magari del commissario ceco nella formazione della prossima Commissione, ove si dovesse procedere sulla base del Trattato di Nizza, che prevede appunto una riduzione del numero dei Commissari).
Il voto irlandese sta avendo interessanti ripercussioni non solonelle dinamiche istituzionali strettamente europee. Ma anche a livello nazionale. Addirittura in seno al partito conservatore inglese di David Cameron ! Oggetto della diatriba che va montando è l’opportunità o meno di indire un referendum sul Trattato una volta che i Conservatori avranno vinto le elezioni nella prossima primavera (vittoria data per certa da mesi). Se la linea ufficiale del partito è quella per cui il referendum dovrebbe tenersi solo se il Trattato non sarà stato ancora ratificato da tutti gli Stati membri della UE nel giorno della conquista di Downing Street da parte dei Tories, i più euro-fobici tra questi vorrebbero che il referendum si tenesse in ogni caso. Una frattura sui temi europei potrebbe togliere consensi importanti ai Conservatori; Cameron lo sa e, per ora, ha evitato di pronunciarsi sulla questione. Dunque, anche il successo dei più accaniti tra gli euroscettici sembra doverso confrontare con l’Europa!
Tornando all’Irlanda, è stato da più parti sottolineato come il successo dei sì sia fortemente legato alla fase attuale di crisi economica internazionale; crisi che sull’Irlanda ha avuto un impatto durissimo. Gli Irlandesi hanno evidentemente detto no all’isolamento del loro Paese, riponendo fiducia nelle capacità dell’Europa di guidare il Paese fuori dalle difficoltà in cui si è arenato.
C’è un aspetto che invece è stato letto solo in negativo: è stato, addirittura, utilizzato come motivo di protesta da parte degli euroscettici. Si è detto da più parti che il fatto che si sia tornati a votare una seconda volta in Irlanda, nonostante il già espresso “no” al Trattato nel giugno 2008, sia stato un non rispettare la volontà degli elettori irlandesi; un modo per i governanti di imporre la loro volontà agli elettori. Questa critica sembra non tenere in debito conto il fatto che, tra il giugno 2008 e l’ottobre 2009, si è aperto un gran dibattito politico e civile in Irlanda ed in Europa sui “motivi” del no irlandese. Un dibattito che è stato verifica costruttiva, ascolto fecondo del malcontento dei cittadini irlandesi rispetto al Trattato di Lisbona. Sulla base degli esiti di questo ascolto il Governo Irlandese ha chiesto agli altri leaders europei garanzie giuridiche su questioni politiche particolarmente a cuore agli Irlandesi (attinenti alle aree del diritto alla vita, famiglia ed educazione, tassazione, sicurezza e difesa). In risposta a queste richieste il Consiglio europeo ha deciso nel giugno 2009 di garantire giuridicamente che l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona non sarebbe andata ad inficiare la normativa irlandese nella suddette materie “sensibili”.
Cosa significa questo? Che l’Europa ha ascoltato le preoccupazioni emerse dalla consultazione referendaria – le preoccupazioni di suoi cittadini –, le ha prese in considerazione ed ha risposto partendo da esse. Sorprende come non si riescano ad apprezzare i profili di alta ed effettiva democrazia di questa vicenda.
Nel prossimo numero della nostra rubrica vedremo come i cambiamenti istituzionali più significativi introdotti dal Trattato di Lisbona aprano gli orizzonti europei, sulla scena internazionale, a nuove, significative potenzialità.

mariodiciommo@yahoo.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 9 ottobre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto il 25 settembre Stanca ha vinto il primo round per quanto concerne l’incompatibilità o meno dei due ruoli che attualmente ricopre, cioè quello di Ad della Società di gestione e di parlamentare. Il comitato Incompatibilità della Giunta per le Elezioni della Camera ha deciso infatti a maggioranza – si segnala che la Lega si è però astenuta al momento del voto - che la carica di deputato di Stanca è compatibile con quella di Amministratore Delegato dell’Expo 2015. Ora però sulla questione dovrà esprimersi definitivamente la Giunta al completo. Il deputato del Pd Vinicio Peluffo ha così commentato la scelta del Carroccio: “È solo un primo segnale ma evidentemente, come sosteniamo da tempo, esiste un problema di incompatibilità tra la carica di deputato e di Ad. Vedremo cosa accadrà nei successivi passaggi parlamentari”. Il capogruppo dell’Udc Enrico Marcora ha chiesto invece ufficialmente al Presidente della Provincia Guido Podestà di “sollecitare Stanca a dimettersi da deputato o a proseguire gratis l’incarico di Ad”.
La squadra di dirigenti della Società si è quindi arricchita di una nuova figura: la dott.ssa Laura Lamarra è stata nominata responsabile Internal Audit di Expo 2015 S.p.A. Laura Lamarra, 37 anni, è laureata in Economia e Commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha già ricoperto la posizione di Responsabile dell’Internal Audit presso la Banca Italease e il Gruppo Unicredito. E’ stata inoltre Senior Consultant presso la società di consulenza Arthur D. Little e Internal Auditor presso la Banca di Desio e della Brianza e PriceWaterhouseCoopers S.p.A.
Il 28 settembre si è appreso che una proposta di legge per il finanziamento dell'Expo 2015 è stata presentata alla Camera dei Deputati il 3 settembre scorso dai deputati leghisti Reguzzoni, Crosio, Desiderati, Grimoldi e che potrebbe, se approvata, portare all' istituzione di nuovi giochi e concorsi per il finanziamento della realizzazione delle infrastrutture connesse all'esposizione universale.
Per chi volesse all’indirizzo http://www.gioconews.it/generale/nuovi-giochi-per-finanziare-lexpo-2015-ecco-la-proposta-di-legge-2421.html è disponibile il testo integrale della proposta.
Lunedì 28 settembre, nel corso di un’intervista rilasciata a Il Tempo, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha sottolineato l’importanza di Expo 2015 quale occasione di uscita dalla crisi anche per Roma. Così ha infatti dichiarato “Grazie all’accordo siglato il 15 gennaio scorso tra le due città, Roma intende incentivare il turismo attraverso il potenziamento dell’alta velocità e mira ad un coinvolgimento delle imprese romane”.
Il 1° ottobre il Commissario di Governo per l'Expo 2010 Beniamino Quintieri, intervistato dall'Adnkronos, riferendosi a Expo Shangai 2010 ha dichiarato: "Stiamo predisponendo con Expo 2015 un programma speciale: è la prima grande occasione di comunicazione per Milano, con tutti gli interlocutori presenti, paesi, ministri e commissari", concludendo che l’Esposizione del 2010 di Shangai è "una occasione unica, l'evento espositivo più importante mai organizzato".
Come segnalato in rassegna stampa, il 7 ottobre è approdato all’ordine del giorno della giunta di Regione Lombardia un progetto di legge – poi approvato ufficialmente lo stesso giorno - in base al quale le procedure legate alla valutazione di impatto ambientale di tutte le opere essenziali dell’Expo 2015 saranno di competenza non del Consiglio regionale ma del Presidente e della sua giunta.
Il prossimo CdA di Expo 2015 Spa si riunirà venerdì 16 ottobre e in quell’occasione Stanca illustrerà ai membri del CdA le numerose iniziative che la Società di gestione intende attuare nel padiglione italiano di Expo Shanghai 2010 al fine di promuovere l’Expo del 2015.

Altri eventi:
Il 1° ottobre è stato siglato il Protocollo di tutela e sicurezza della salute sul lavoro in vista dei lavori per il sito di Expo 2015. A siglare l'intesa l'Ad Stanca e i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil milanesi. L'accordo segue il Memorandum d'intenti firmato nel luglio del 2007, parte integrante del dossier di candidatura di Milano all'Expo.

Il 6 ottobre Stanca ha partecipato all’incontro promosso dall’Istituto Nazionale di Urbanistica Sezione Lombardia presso la Triennale di Milano sul tema “Expo 2015 e il suo Territorio. Opportunità e prospettive alla luce del concept plan”.

Il 7 ottobre il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini e il sindaco di Milano Letizia Moratti hanno firmato un Protocollo d'intesa che prevede l'adesione di Cosenza ai progetti di realizzazione dell'Expo Milano 2015. Il protocollo prevede, tra l'altro, la creazione di un tavolo di coordinamento tra Expo Milano 2015 e Comune, finalizzato alla progettazione di iniziative dedicate alla valorizzazione delle eccellenze, dei principali eventi ed iniziative offerti da Cosenza.

Sempre il 7 l’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma ha ospitato Diana Bracco e Lucio Stanca nell’ambito di un incontro nel corso del quale sono state presentate le linee progettuali del programma di attività degli industriali romani per l'Expo 2015 - Progetto ''Roma per l'Expo 2015''.

Alla prossima.

s.florio@libero.it

ps. è notizia di ieri 8 ottobre che gli organizzatori del Giro d’Italia hanno deciso che la corsa rosa nel 2010 non partirà, non arriverà né farà neppure tappa a Milano, cosa mai accaduta negli ultimi 20 anni…..invece di discutere di sanatorie sull’ecopass e altre amenità, sarà il caso che gli amministratori milanesi e non si diano una svegliata perché a questo territorio non vengano sottratti propri asset di straordinaria importanza (il cinema, la moda, il gran premio di Monza ecc. eec.) a tutto beneficio di altre zone del paese…..sempre che considerino una loro priorità la rappresentanza degli interessi di chi li ha votati…



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Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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