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Home » Newsletter n. 183 - 16 ottobre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 183 – 16 ottobre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 183.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Tutto rinviato


Davide Biassoni
Etica e sensibilità contrapposte


Valentina Pasquali
Usa/ Forse un passo decisivo verso la riforma sanitaria


Simone Comi
Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?


Enrico Bellini
Gran Bretagna/ Scandalo rimborsi a Westminster: come una tempesta morale diventa politica


Gianfranco Aurisicchio
L’autunno della Regulation


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Il futuro dell’Europa come attore globale e la tessitura di una capacità di volontà politica


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Tutto rinviato

La settimana politica che, per CFP NEWS, si era conclusa venerdì scorso con lo scontro al calor bianco tra Palazzo Chigi, Consulta e Quirinale innescato dalla sentenza di incostituzionalità del “lodo Alfano”, è stata sicuramente contrassegnata dalla risposta tonica di un Berlusconi che, per nulla rassegnato al ruolo di vittima e di perseguitato, ha fatto sua l’opzione strategica di una risposta vigorosa, imperniata su una decisa azione di governo, per scacciare lo spettro di “una fine prematura”.
Dei due Berlusconi, quello pugnace e al fine autodistruttivo o quello realista e costruttivo, di cui parlava Stefano Folli a inizio settimana, si può dire senza dubbio che abbia prevalso il secondo, quello del Berlusconi del fare. Ed ecco allora che la settimana di un premier, dato per “azzoppato”, si è caratterizzata per un rilancio che va dal varo della Banca del Mezzogiorno al via libera per il ponte sullo Stretto con tanto di data d’inizio lavori. Tutto risolto allora? Certamente no. Diciamo che abbiamo vissuto dei giorni da convalescenza post-traumatica, nei quali tutto sembra come sospeso: il conflitto istituzionale è solo congelato e rinviato; il potenziale di crisi nella maggioranza si è nuovamente carsicamente ridotto a ipotesi di scuola, senza tuttavia scomparire; la distanza con l’opposizione rimane incommensurabile, nonostante l’incontro bilaterale Berlusconi-D’Alema legittimi nuovi scenari. Sullo sfondo, come in un mondo parallelo, il Partito democratico ha proseguito il suo iter di investitura del segretario. La Convenzione del Pd di domenica scorsa ha messo in luce come l’alternativa tra il favorito Bersani e l’uscente Franceschini si giochi in realtà tra i limiti angusti di un movimento all’indietro di tre passi per il primo – ritorno alla socialdemocrazia, ritorno all’Ulivo, ritorno alle ampie alleanze in stile Unione – e quelli di un movimento sur place del secondo che, viziato da aperturismo, novismo, giovanilismo resta privo di leadership&ideology, ovvero di carisma e di contenuti. Nel mezzo, l’unico punto di scontro/incontro tra maggioranza e opposizione, si è verificato nei pressi di quel  “confine interno” – il “confine etico” – che nel tracciare l’invisibile mappatura di una nuova possibile geografia politica, questa volta è emerso in occasione della cosiddetta “legge anti-omofobia” che, se da una parte ha confermato la presenza di un’area dissidente finiana all’interno del Pdl; dall’altra parte ha palesato, col “caso Binetti” che non è per caso, banalmente, la crepa stessa che sta all’origine della nascita del Pd; il peccato originale fondativo, la natura doppia e irrisolta del magnificato – ma forse impossibile - matrimonio tra riformismi che stenta a decollare. Una crepa – quella tra laici e cattolici – che, se non governata da menti illuminate e innovatrici (ce ne sono?), finisce col risucchiare nel vuoto qualsiasi compromesso o posizione comune, non appena se ne presenti l’occasione.
Dunque, per ora, i conti sono solo rinviati, sia tra Palazzo Chigi e il Quirinale, che all’interno della maggioranza e all’interno del Pd. Tuttavia, se per quest’ultimo l’appuntamento è già fissato con le primarie dei gazebo del 25 ottobre, per i primi due non esiste ancora una scadenza precisa che finirà inevitabilmente per coincidere con una brusca presa d’atto della realtà.




Davide Biassoni
Etica e sensibilità contrapposte

La querelle seguita all’affondamento della legge anti-omofobia alla Camera dei Deputati è solo l’ultimo concreto esempio di un nuovo asse di conflitto ormai ben evidente nell’arena politica, specialmente quella italiana. Infatti, prescindendo dal ruolo e dalla missione che si pensa la Chiesa Cattolica abbia il diritto-dovere di svolgere – soprattutto con riferimento al suo Magistero in termini di etica e morale ­– la presenza della Santa Sede fa del nostro paese un caso speciale, ossia diverso dal quadro europeo. Si può anche iniziare ad avvertire come la congruenza degli attuali assetti politici possa diventare sempre meno solida nel corso del tempo: la piccola fronda filo-finiana nel PdL e il caso (non certo inedito) di Paola Binetti o, in termini più generali, dei Teodem nel PD, accendono i riflettori su divergenze anche all’interno dei grandi partiti. La lacerazione si è già palesata su numerosi temi sensibili: diritti degli omosessuali e coppie di fatto, testamento biologico e cura della persona, procreazione assistita e progresso medico-scientifico. Per identificare le due parti nella contesa, si è spesso impiegato il tradizionale dualismo fra laici e cattolici, una dicotomia che tuttavia non è più in grado d’inquadrare così perfettamente gli sviluppi dell’ultimo decennio. La modernità impetuosa delle attuali società dell’informazione ha infatti fornito straordinari canali espressivi al singolo individuo, aumentando esponenzialmente il pluralismo sociale e culturale.  In nuce, lo steccato sui temi sopra citati si sviluppa proprio sul crinale della libertà, dell’autonomia e del potenziale auto-realizzativo del singolo individuo. Così, da una parte si schierano coloro che ritengono la singola persona come ultima titolare di scelte conclusive che riguardino la propria esistenza, il proprio corpo, i propri affetti, con lo Stato tenuto a riconoscere e a creare il contesto effettivo per la completa realizzazione empirica di tali opzioni. Dall’altro, invece, stanno coloro che, pur riconoscendo naturalmente le libertà personali, rivendicano l’esistenza di un argine morale come limite invalicabile ai diritti che possano essere rivendicati, in special modo allorché questi minaccino di sovvertire l’ordine sociale tradizionale. Il disaccordo, se sviluppato nelle sue estreme conseguenze, conduce alla battaglia fra il relativismo personale e l’assolutismo dei principi, con una distanza difficile da ricomporre. Di lì, PD e PdL si muovono con molta circospezione lungo questa sottile linea di confine: da un lato, il nuovo Segretario dei Democratici sarà certamente chiamato a fornire una definitiva soluzione al problema identitario che dagli albori scuote il partito, con il rischio di provocare scissioni verso il centro dello spettro politico. Dall’altro, si potrà testare se la nuova linea moderatamente libertaria ispirata dal Presidente della Camera abbia fondamenta solide, o sia invece strumentale alla ricerca di un’alternativa volta a favorire il superamento del berlusconismo nell’alveo del PdL stesso.

biassoni_davide@yahoo.it


Valentina Pasquali
Usa/ Forse un passo decisivo verso la riforma sanitaria

Washington - Finalmente, anche la Commissione Finanza del Senato ha approvato martedì una propria proposta di legge sulla riforma sanitaria, riuscendo a portare a casa anche un unico voto repubblicano, quello, atteso ma pur sempre imprevedibile, della Senatrice del Maine Olympia J. Snowe.
Il Presidente Barack Obama, che ha cercato a lungo di ottenere un qualche sostegno da parte repubblicana al fine di poter etichettare la riforma sanitaria come bipartisan, ha naturalmente applaudito il successo della Comissione Finanza, dichiarando: “Siamo ora più vicini che mai al passaggio della riforma”. Obama ha, però, immediatamente riportato l’attenzione sulle difficoltà che devono ancora essere affrontate; “Non è questo il momento di festeggiare. È invece il momento di lavorare ancora più duramente per riuscire nella nostra impresa”, ha giustamente commentato il Presidente.
Non ci sono dubbi, infatti, che il lungo percorso che potrebbe, forse, portare gli Stati Uniti verso la riforma sanitaria sia solo agli inizi. La proposta di legge approvata dalla Commissione Finanza del Senato è la quinta, e ultima, preparata da altrettante commissioni parlamentari. Queste cinque proposte dovranno ora, grazie al lavoro delle leadership di Camera e Senato, confluire in un unico testo di legge su cui poi voterà il Congresso.
Questo significa che la vera lotta comincia ora, con la preparazione del testo di legge finale. Innanzitutto c’è da attendersi che un numero crescente di politici vorrà intervenire su un processo legislativo fin qui limitato a un gruppo ristretto di Senatori e Deputati. In secondo luogo, la repubblicana Snowe, pur votando con i democratici in questa occasione, ha assicurato i propri compagni di partito che potrà comunque cambiare idea con l’avanzare del processo legislativo. Il che significa che Snowe mira a collocarsi al centro del dibattito, tenendo in mano le redini delle discussioni parlamentari con la minaccia che, se non soddisfatta dei lavori del Congresso, potrebbe finire con il votare no. Nel partito di Snowe, intanto, si sono ormai tutti schierati apertamente contro la riforma, sostenendo che si tratta, in sostanza, solo del tentativo di Obama di istituire una qualche forma di socialismo negli Stati Uniti. Questo significa che, in tutta probabilità, qualsiasi legge verrà approvata, sarà sostenuta esclusivamente dal Partito Democratico, privandola così dell’influenza e della credibilità che le sarebbe derivata da un voto misto.
Inoltre, si prevede che la pressione esercitata dalle lobby interessate, in particolare quella delle società d’assicurazione, crescerà a dismisura ora che si ha un’idea più chiara del testo di legge.
E, infatti, il gioco sporco delle lobby ha già preso quota. In uno studio condotto da PricewaterhouseCoopers, pubblicato domenica scorsa per conto di America’s Health Insurance Plans (il più grosso consorzio aziendale del settore sanitario), si sostiene che il passaggio della riforma sanitaria voluta dal Presidente Obama farebbe innalzare a dismisura i costi delle assicurazioni mediche, ottenendo l’effetto contrario di quello desiderato. Su richiesta del gruppo democratico al Senato, un economista del Massachussetts Institute of Technology specializzato in economia della sanità, Jon Gruber, ha analizzato il rapporto di PricewaterhouseCoopers trovandovi gravi difetti metodologici. In sostanza America’s Health Insurance Plans ha scelto di guardare solo a quegli aspetti della proposta di legge che, in effetti, farebbero aumentare i costi del sistema, ignorando invece tutte le misure che verrebbero messe in pratica per ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza. Secondo Jon Gruber del MIT, la riforma di legge voluta dai democratici contribuirebbe a una riduzione generale dei costi delle assicurazioni sanitarie, anche se, sostiene l’economista, è praticamente impossibile, a questo punto, fare previsioni esatte su quello che potrebbe venire a costare una riforma di queste proporzioni. Sono troppi i fattori economici indipendenti dalla riforma che, negli anni, contribuiranno, però, a definirne i costi reali.
Naturalmente, l’ostacolo più difficile da superare rimane quello della “public option”, ovvero una forma di assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo e venduta sullo stesso mercato di quelle private, ma, naturalmente, a prezzi calmierati. Il Presidente Obama continua a insistere che la riforma sanitaria comprenda questa alternativa, voluta perché, attraverso un meccanismo tradizionale di competizione, l’opzione pubblica costringerebbe le assicurazioni private a offrire servizi e prezzi onesti. Il Congresso, però, è sempre più diviso, anche all’interno del Partito Democratico.
Il Senato spera di arrivare alla redazione di un testo di legge unico in breve tempo, su cui cominciare a votare già entro la fine di questo mese. Dopo l’approvazione della proposta di legge sulla riforma sanitaria in sede di Commissione Finanza, di cui è presidente, il Senatore Max Baucus del Montana, tra gli artefici del compromesso vincente, ha dichiarato: “È chiaro che la riforma sanitaria vedrà la luce entro la fine dell’anno”. Baucus potrebbe anche avere ragione. Rimane un dubbio, però, su quale riforma sanitaria verrà approvata dal Congresso e firmata dal Presidente, e se avrà o meno la forza e l’appoggio politico necessari per resuscitare un sistema sanitario americano ormai al tracollo.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?

Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino nei giorni scorsi, il gigante cinese corre in soccorso di un’economia russa che attraversa, ormai da alcuni mesi, una crisi produttiva profonda. Le previsioni degli economisti e le dichiarazioni dello stesso primo ministro russo Dmitri Medvedev indicano che nell’ultimo anno il paese ha prodotto il 7,5% in meno rispetto ai passati dodici mesi mentre la Cina crescerà di una percentuale variabile tra l’8,3 ed il 9%, un differenza sostanziale che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici nell’area asiatica nel prossimo futuro e in prospettiva nel medio e lungo periodo.
Mosca fornirà a Pechino ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari, i tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito quella apertasi nei giorni scorsi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi.
Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Se nei prossimi quindici o venti anni il mondo assumerà sempre più una dimensione “Pacifico-centrica” non potranno essere che Pechino e Mosca a decidere di voler spostare a proprio favore gli equilibri regionali, a probabile detrimento di una posizione statunitense che sembra farsi sempre più debole nell’area asiatica.
Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per la regione, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare.
Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che in questo caso non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno quindi chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com

 


Enrico Bellini
Gran Bretagna/ Scandalo rimborsi a Westminster: come una tempesta morale diventa politica

LONDRA - Il caso dei rimborsi gonfiati da parte dei parlamentari inglesi sembrava essersi chiuso mesi fa. La tempesta che si era abbattuta su Westminster nella primavera 2009, nata dall’indagine del Daily Telegraph, aveva incarnato tutte le caratteristiche del perfetto scoop politico/giornalistico in salsa anglosassone: aveva scandalizzato l’opinione pubblica; mietuto vittime illustri; costretto ministri e notabili di partito a scusarsi. Il tutto con qualche contorno piccante e pruriginoso (il ministro Jaqui Smith costretta a chiedere scusa per i film hard che il marito noleggiò a spese del contribuente) in puro stile “Page 3 – The Sun”. Una tempesta morale, con gli elettori scandalizzati per le furberie dei loro eletti, ma con quest’ultimi vincitori (almeno agli occhi di osservatori esterni, come i cittadini italiani) per la celerità nello scusarsi e restituire le somme indebitamente ricevute. Ma come nei migliori thriller, proprio quando tutto sembra concludersi e il protagonista riprendere fiato, all’improvviso ricominciano i guai. Così nel Regno Unito, proprio nelle settimane successive alle convention programmatiche di tutti e tre i principali partiti, l’incendio divampa nuovamente, questa volta andando oltre alla questione morale e trasformandosi in problema politico.
Negli ultimi giorni il tema è infatti ritornato alla ribalta, quando Sir Thomas Legg (
presidente della commissione di indagine sulle richieste di rimborso del periodo 2004/08) ha concluso le sue lunghe indagini stilando il verdetto. Come conseguenza, gli MPs, di rientro dopo la pausa estiva, hanno trovato lettere di richieste di restituzione dei rimborsi o di chiarimento. Sir Thomas, che al momento è considerato dai quotidiani quasi un paladino degli elettori, ha infatti applicato le norme introdotte dopo l’esplosione dello scandalo (ovviamente molto più restrittive che in passato) in maniera retroattiva. Questo sta facendo sì che la schiera dei parlamentari iscritti nella blacklist aumenti notevolmente, coinvolgendo gli stessi leader dei tre principali partiti: Gordon Brown dovrà restituire più di 12mila sterline (eccessive spese di pulizia e giardinaggio) delle oltre 70mila richieste nel periodo 2004/08; David Cameron dovrà fornire documentazione in merito al suo mutuo; il leader liberal-democratico Nick Clegg dovrà restituire 910£ (spese di giardinaggio). Quest’ultimi hanno già annunciato una pronta restituzione della cifra richiesta e hanno invitato gli altri MPs a fare lo stesso se gli verrà richiesto dalla Commissione. I leader conservatore Cameron, ad esempio, ha detto chiaramente che i membri del partito che si rifiuteranno di pagare si dovranno anche preparare a non essere ricandidati nel 2010. Il primo ministro Brown ha fatto lo stesso, sebbene in precedenza avesse sostenuto l’opposto in un meeting con i parlamentari Labour (generando di conseguenza confusione). Non è detto, però, che la compattezza e assertività dei leader sarà presa a modello anche da tutti i parlamentari, soprattutto dai backbenchers, ovvero da coloro che non sono membri del Governo (sia esso ufficiale o ombra) e quindi meno in vista. Si mormora infatti che molti di essi stiano meditando la costituzione di un fondo comune per sostenere le spese legali per ricusare le richieste di restituzione, sottolineando la scorrettezza della retroattività che vi sta alla base. In altre parole, i segretari dei principali partiti si trovano di fronte ad una grana che sta ormai definitivamente valicando i confini del problema morale.
Da un lato, infatti, non possono permettersi altro che mantenere fermezza, costretti dalle necessità strategiche elettorali piuttosto che da un improvviso impeto morale. Indugiare sulla possibilità di una difesa di classe (o casta?) in stile italiano, un discorso sulla falsa riga del “chi è senza peccato scagli la prima pietra” equivarrebbe ad un suicidio elettorale. Inoltre, non è ancora chiaro quale partito uscirà più colpito dalla vicenda, visto che, al contrario delle previsioni, sembra che i maggiori scandali potrebbero uscire in seno all’opposizione (notizia dell’ultima ora è che un parlamentare Tory dovrebbe restituire qualcosa come 100mila sterline).
Dall’altro, Gordon Brown e David Cameron rischiano di vedere la propria strategia rovinata da decine di parlamentari riluttanti ad allinearsi proprio perché alla fine della propria carriera e quindi insensibili alle minacce di non ricandidatura. Se la parlamentare Tory Eleanor Laing ha annunciato addirittura di voler restituire anche altri rimborsi (sebbene approvati dalla stessa commissione Legg) pur di non mettere a rischio la propria ricandidatura, questo comportamento potrebbe non diventare di moda.
Con la fine delle lunghe vacanze estive, si può dire quindi che la vicenda dei rimborsi parlamentari sancisce l’avvio di una lunghissima campagna elettorale dai temi molteplici e cruciali (dalla guerra in Afghanistan, alle necessità di cambiamento all’interno dei Labour, dalla lotta al “big government” annunciata dai Tories, alle sfide per rilanciare l’economia e la finanza). A questi, poi, si potrà aggiungere anche la possibilità di stravolgimenti negli equilibri interni dei partiti, conseguenza del turnover che lo scandalo rimborsi genererà (come suggerisce la columnist Rachel Sylvester). Sarà quindi una campagna elettorale tutta politica. La moralità e il moralismo sono questioni che vengono lasciate ad altri. Ad altri Paesi, ad altri politici.

E.Bellini1@lse.ac.uk


Gianfranco Aurisicchio
L’autunno della Regulation

A un anno dalla crisi del sistema finanziario internazionale, sembra che l’impegno politico a riformare e ri-regolare la finanza sia svaporato, quasi come le paure che ne avevano accompagnato la parabola.

Si era affermato, un anno fa e in seguito quando la paura non era ancora passata, come al G-20 di Londra, che le banche non dovevano diventare troppo grandi per doverle necessariamente salvare e che i banchieri non dovevano essere remunerati per assumere rischi che poi causavano la rovina delle loro istituzioni. A tal fine, al G-20 i ministri delle finanze si erano accordati per un framework di riferimento entro cui operare le singole scelte di policy regolamentativa.  Sembrava una nuova primavera per la regulation, la fine del laissez-faire.
Ma in seguito, dopo circa un anno, mentre l’economia mondiale riemerge dalla pesante recessione ed il sistema finanziario si sta riprendendo dalla crisi di default, alcune banche di grosse dimensione hanno di nuovo riportato larghi profitti e sembra ora che la volontà politica di riformare il sistema finanziario non sia più così ferma e determinata: appena finito il G-20 di Pittsburgh che doveva rimettere mano alla questione, e già è venuta meno la volontà (o l’interesse?) ad agire da parte di quelle stesse forze politiche che invece premevano per una riforma.
Così per esempio negli Stati Uniti il sistema bancario ha già rialzato la testa ed è riuscito a battere modeste iniziative volte a ribaltare le regole e permettere ai proprietari in bancarotta di rimanere nelle loro case, mentre sta facendo lobby contro una nuova agenzia per la protezione dei consumatori/investitori, e sta cercando di sovvertire gli sforzi dell’amministrazione Obama di far negoziare i titoli OTC attraverso delle clearing houses per limitare i rischi della controparte.
Se nell’ambito delle negoziazioni del G-20 Francia e Germania cercavano di far introdurre limiti sui bonus dei banchieri, di fatto queste erano misure che né gli USA né il Regno Unito potevano appoggiare: gli USA per esempio avevano già fallito una decina di anni prima a imporre limiti alle superpaghe dei manager finanziari.
Nel suo sforzo titanico nel cercare di regolamentare più strettamente la finanza, Geithener si era spinto nell’avanzare richieste per una nuovo “Basilea 3” da far sottoscrivere a tutte le istituzioni finanziarie. Ma anche se si arrivasse a tanto, è improbabile che un nuovo framework regolamentativo possa venire implementato, in primis a causa proprio del mancato appoggio dei Congressmen americani che ricevono sostanziali contributi alle loro campagne politiche dall’industria finanziaria.
Dall’altra parte dell’oceano le cose non vanno diversamente: nel Regno Unito per esempio si avanzano “ricatti” sull’erogazione del credito alle imprese nel caso sia implementato un regime regolamentativo più stretto.
In breve, una generale revisione degli standard internazionali sulla regulation bancaria rimane una meta chiara ma altamente incerta: un miraggio cioè.


http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Il futuro dell’Europa come attore globale e la tessitura di una capacità di volontà politica

Il completamento del processo di ratifica del Trattato di Lisbona - per cui si attende ormai solo la firma dell’ostruzionista Presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Klaus – introdurrà, tra le altre cose, novità importanti riguardanti l’azione dell’Unione sulla scena internazionale. Faccio riferimento in modo particolare all’istituzione della figura dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza e a quella del Servizio europeo per l’azione esterna; ed all’introduzione della figura del Presidente stabile – per 2 anni e mezzo- del Consiglio europeo (Consiglio che riunisce i capi di Stato o di Governo dei 27 Stati membri, e che oggi è presieduto dal capo di Stato o di governo del Paese membro che esercita la presidenza cosiddetta “di turno” dell’Unione, per la durata di un semestre).
Per questa seconda carica circola con insistenza ormai da mesi il nome di Tony Blair. In effetti, però, non mancano i contrari all’ex Premier inglese, criticato per la sua incapacità di convincere a suo tempo i suoi concittadini ad adottare l’euro e ad aderire completamente al Trattato di Schengen, ma anche per la sua alleanza con gli Stati Uniti nel promuovere, decidere e condurre la guerra in Iraq.
Le succitate novità istituzionali consentiranno all’Unione di parlare finalmente nei consessi internazionali con un’unica voce: consentiranno, quindi, maggiore coordinazione ed efficacia, migliore corenza, accresciuta credibilità. Ma anche nuove chances. Come emerge dal dibattito che si è (ri)acceso in queste ultime settimane a proposito dei seggi nei consessi internazionali che potrebbero, in futuro, venire attribuiti all’Unione Europea.
La proposta, in primis, di attribuire alla UE un seggio in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Proposta che non è stata avanzata formalmente dai rappresentanti dei Paesi europei alle Nazioni Unite, rimanendo così sullo sfondo nelle trattative del Gruppo di lavoro incaricato della riforma del Consiglio di Sicurezza. Motivi? Giuridici, dato che a norma dell’articolo 4 della Carta delle Nazioni Unite, solo gli Stati possono divenire membri dell’organizzazione. Situazione questa in astratto modificabile. Cosa ci vorrebbe, dunque, per modificare questo status quo? La volontà politica di una riforma. E qui si frappongono gli ostacoli veri. Si dovrebbe aggiungere un seggio UE in seno al Consiglio di Sicurezza o Francia e Regno Unito dovrebbero rinunciare al loro seggio permanente? Va tenuto conto, nello svolgere questa valutazione, di come, solitamente, ai due membri permanenti europei, si aggiungano nel Consiglio due membri non permanenti. Cosa significherebbe ciò? Una sovra-rappresentazione europea in seno al Consiglio, inaccettabile per gli altri Paesi non europei in caso di riforma.
L’eventualità in questione, in realtà, non sembra poi tanto campata in aria, se si pensa che, secondo il tedesco “Der Spiegel”, il programma del nuovo governo tedesco potrebbe prevedere un impegno della Germania per un’assegnazione di un seggio permanente europeo.
Altra prospettiva che si sta discutendo è quella di istituire una rappresentanza unica europea nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale. Prospettiva questa che, traducendosi in un ridimensionamento della (sovra)rappresentanza di Paesi membri dell’Unione Europea (si pensi a come nel FMI essi detengano complessivamente la quota più alta di voti), andrebbe incontro anche alla sempre più diffusa – e fondata – volontà di dar maggior spazio in questi fori alle potenze economico-finanziarie emergenti. Al contempo una voce unica europea avrebbe un “peso” politico di gran lunga maggiore (anche in termini di ponderazione dei voti e quindi di capacità di esercitare un potere di veto “temibile”). Anche la realizzazione di questa riforma sembra di là da venire. E anche qui per l’incapacità di superare la logica degli interessi nazionali a favore della tessitura di un interesse europeo. Interesse che garantirebbe peso (e risultati) a tutti i Paesi europei in termini di capacità di incidere sulla scena politica internazionale.
Sia chiaro: la capacità di agire come attore globale dell’Unione Europea presuppone la capacità di imparare a costruire posizioni comuni. Imparare, perché sinora, soprattutto in politica estera, l’Europa spesso si è rivelata incapace di ciò. E non perché mancasse questa o quella figura istituzionale: ma perché mancava una visione comune europea. Tutte queste difficoltà non devono far dimenticare il ruolo molto importante che l’Unione è riuscita a giocare negli ultimi G20 di Londra e Pittsburgh (basta confrontare il testo comune europeo preparato per ciascuno dei due incontri con i testi finali licenziati dal G20 a chiusura dei due incontri). E queste vicende - come altre – dovrebbero alimentare la coscienza europea delle potenzialità dell’Unione quale global player.
Dinanzi a queste prospettive va richiamata l’iniziativa dei Paesi del Benelux che hanno, nei giorni scorsi, diramato un testo comune in cui invocano il rispetto di ciò che sino ad oggi ha caratterizzato il procedere dell’integrazione europea: il “metodo comunitario”. Per evitare che siano solo i grandi stati membri a condurre i giochi con i titolari dei nuovi incarichi. E per far sì che i progressi dell’Unione continuino ad essere piuttosto espressione di una concertazione davvero europea.

mariodiciommo@yahoo.it

 



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