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Home » Newsletter n. 184 - 23 ottobre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 184 – 23 ottobre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 184.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
PD/ Al di là delle primarie, quale credibilità?


Alessandro Fanfoni
PD/ Un passo indietro per andare avanti


Valentina Pasquali
Afghanistan o Pakistan


Simone Comi
Oppio e traffico di droga, il problema Afghanistan non è solo strategico-militare


Gianfranco Aurisicchio
Contra Bonus


Davide Biassoni
Identità nazionale e cittadinanza


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 ottobre 2009


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Nicola Pasini
PD/ Al di là delle primarie, quale credibilità?

Il CFP ha osservato la fase congressuale del PD con distacco, non per snobismo intellettuale, bensì per una ragione molto semplice e concreta. Il PD è nato dopo un travaglio molto lento, quasi fuori tempo massimo. In effetti, la lunga marcia era partita nel lontano ’95! Poi ebbe un’accelerazione nell’autunno del 2007, costringendo la ristrutturazione dell’offerta politica anche nello schieramento avversario (con la nascita fulminea del PdL) e favorendo una salutare semplificazione partitica. Tuttavia, dopo la cocente sconfitta elettorale del 2008, il PD ha dimostrato la propria inconsistenza, strategica e organizzativa.
In ogni caso, il PD - che fosse solo o in compagnia di qualche altro partito - è sempre stato minoranza sociale e politica. Questo dato, non proprio trascurabile, è stato sottovalutato dai dirigenti dell’attuale partito. E le vittorie - casuali - del ’96 e del 2006 hanno impedito di intraprendere una svolta culturale e politica di natura diversa rispetto all’alleanza stantia e impacciata tra ex e post comunisti e cattolici democratici di sinistra. Aver insistito ad alimentare speranze, riabilitando le famiglie politico-spirituali  del ‘900, ha creato una bieca illusione: l’idea di essere in grado di gestire una società ormai cambiata rispetto al passato, oscillante tra nostalgie pre-moderne e spinte post-moderne. Disprezzando l’unica innovazione riformista presente in Occidente dopo il collasso del mito socialdemocratico, la Terza Via di Clinton e Blair, l’Ulivo prima e il PD poi si sono trovati - in totale assenza di idee - ad agitare l’unica arma rimasta in loro possesso: l’anti-berlusconismo. Di qui l’insufficienza della proposta politica al fine di attrarre consenso elettorale per poi governare il Paese. Ora, che vinca l’uno o l’altro o l’altro ancora, il dato su cui riflettere è la marginalità del Pd nel sistema politico italiano. PdL e LN, pur continuando a litigare e pur non riformando il Paese, di questo passo domineranno ancora a lungo la scena politica italiana, permettendosi di fare della coalizione tanto la maggioranza quanto l’opposizione.

Infine, una semplice curiosità. I tre candidati alla segreteria del maggior partito dell’opposizione - dopo le primarie, i congressi, i nuovi organigrammi, le manifestazioni di piazza ecc. - si saranno posti almeno questa semplice domanda: gli elettori delusi dell’attuale maggioranza, perché mai dovrebbero votarci? E gli elettori delusi di noi stessi?

direzione@formazionepolitica.org


Alessandro Fanfoni
PD/ Un passo indietro per andare avanti

Domenica 25 ottobre si terranno le primarie per eleggere il nuovo segretario del Partito democratico. Non sono state primarie appassionanti. Sarà forse perché dello strumento, a sinistra, si è un po’ abusato. Non si può pretendere sempre stesso entusiasmo e attenzione se le primarie vengono ripetute ogni due anni – prima con Prodi nel 2005 nella variante Unione, poi con Veltroni nel 2007 nella versione Pd – e ora ancora, otto mesi dopo le dimissioni del primo segretario.

Sarà forse perché i candidati non sono di grande appeal. Bersani, Franceschini, Marino sembrano – fatte salve le meritate differenze, ci mancherebbe – uno la copia dell’altro, in una scala che varia il suo ordine a seconda del tema, copie senza che si sappia stabilire chi dei tre sia l’originale forse perché gli originali non siedono nemmeno nella rosa dei candidati. Eppure, limitarsi a dire che tra i tre non c’è differenza alcuna o dire che chiunque vinca non cambierà niente equivarebbe ad assecondare un cliché piuttosto sterile. Pertanto, cercheremo di sforzarci di immaginare cosa accadrà il 26 ottobre, il giorno dopo le primarie.
Se le previsioni della vigilia verranno rispettate e vincerà Bersani, il Partito democratico virerà decisamente a sinistra. Il sogno ormai maturo di una socialdemocrazia compiuta finalmente potrà prendere corpo. Quindi non solo le politiche, ma anche l’organizzazione e l’organigramma del partito, le alleanza strategiche  così come i tradizionali collatteralismi troveranno rinnovato vigore. Sarà allora un po’ come assistere a una palingenesi dei Ds sicuramente arricchiti di quella componente cattolica, ormai incorporata, che non lascerà mai il Pd, se non altro per horror vacui. E’ questa una prospettiva augurabile?

Se invece i gazebo si incaricassero di smentire i circoli e fosse Franceschini il vincitore, quali novità potremmo aspettarci? Franceschini, in fondo, lo si è già visto all’opera in questi mesi. Inoltre, il mandato che riceverebbe da un’eventuale vittoria non potrebbe mai essere pienissimo, sarebbe di misura o comunque su di esso graverebbe sempre, come un’ombra, il fatto che il corpaccione del partito, gli iscritti ai circoli o per lo meno quella metà di essi che si è recata a votare, non ha votato per lui. Quindi, e l’ha già dichiarato in pieno ma-anchismo veltroniano, Franceschini terrebbe tutti dentro, Bersani all’economia Marino all’etica, con l’effetto di una riedizione delle debolezze, delle ipoteche e dei veleni che hanno fatto cadere il primo segretario. E’ questa una prospettiva augurabile?
Se invece ci fosse l’exploit di Marino… Certo, il medico-politico non può ragionevolmente ambire alla poltrona di segretario,ma un suo risultato inatteso potrebbe renderlo un non trascurabile azionista del Pd dopo 25 ottobre. Tuttavia, la traiettoria di fondo non muterebbe di molto.
Comunque andrà, ci sembra che il Pd sia destinato a fare un passo indietro per andare avanti. Un ritorno alla socialdemocrazia, un ritorno all’Ulivo, un ritorno al modello Unione, nel caso di Bersani; il ritorno all’aperturismo, al novismo, al giovanilismo – cifre della stagione veltroniana, nel caso di Fraceschini. Comunque un passo indietro per andare avanti. Un po’ poco, non solo se si pensa alle ambizioni con cui è stato prima ideato e poi realizzato questo partito; ma poco anche rispetto alla necessità che l’intero sistema politico,  e il paese in generale, avrebbe di un Partito democratico pienamente risolto e proiettato nell’ideazione di una proposta politica tanto alternativa, quanto convincente e ancorata al reale. Il fatto che il Pd abbia finora mancato di interpretare questo ruolo naturale, ha scavato un vuoto pericoloso di rappresentanza e di proposta, ha creato una sproporzione nella dialettica tra maggioranza e opposizione: lasciando la prima libera di spadroneggiare lungo tutto l’arco ideologico che va dal liberismo allo statalismo, dallo Stato etico a quello liberale (cioè dall’eresia tremontiana all’eresia finiana del tardo berlusconismo); e la seconda divisa tra la perenne conta interna del Pd e le grida dell’Idv. Temiamo che anche dopo il 26 ottobre, questo ruolo di opposizione in grado di contendere al centrodestra la guida del Paese rimarrà ancora vacante.



Valentina Pasquali
Afghanistan o Pakistan

Non è solo il dibattito sulla riforma sanitaria a trascinarsi in questo tardo autunno americano: un’altra decisione, quella sulla strategia da perseguire in Afghanistan, questione che potrebbe avere un effetto ancor più duraturo sull’eredità politica del Presidente Barack Obama, pare sempre più problematica.
Durante la campagna elettorale dell’anno passato, e per i primi mesi della propria presidenza, Obama ha fatto della guerra in Afghanistan il fulcro della propria politica estera, insistendo che a questo conflitto, e non all’Iraq, fosse data priorità assoluta. Sull’onda del proprio successo elettorale, il Presidente ha autorizzato, in primavera, un dispiegamento aggiuntivo di 17.000 soldati americani in Afghanistan. Il numero totale di forze NATO è così salito a circa 100.000 unità.  In settembre, però, il Generale McChrystal, scelto proprio da Obama per prendere il comando delle truppe statunitensi, ha chiesto che gli vengano inviati altri 40.000 soldati.
Questa richiesta, sommata all’instabilità e alla violenza che continuano a pervadere il paese, ha convinto il presidente Americano a un momento di riflessione, se non di ripensamento. E, nell’indecisione, si sono venuti a creare due fronti all’interno del campo americano. Da un lato l’esercito, che vuole uno spiegamento maggiore di soldati. Dall’altro, il Vice-Presidente Joe Biden,  che invece sostiene la strategia fatta di bombardamenti “mirati”, condotti in Afghanistan e Pakistan da aerei senza pilota al fine di uccidere i capi di Al Qaeda.
Il Generale McChrystal ha un passato in Iraq. Dal Golfo, McChrystal spera di poter esportare alcune tattiche in Afghanistan. In particolare, il generale è un sostenitore della cosiddetta “surge”, ovvero dell’aumento delle truppe americane stanziate in Iraq a partire dal 2006. In Iraq, la “surge” ha effettivamente contribuito a un miglioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Secondo McChrystal, questa tattica va replicata in Afghanistan, cosicché le nuove truppe statunitensi si spargano a macchia d’olio per il paese, proteggano la popolazione afgana difendendola dai Talebani e, avendo garantito condizioni minime di sicurezza, possano anche cominciare a costruire un paese più robusto, e capace di gestire i propri affari in maniera indipendente.
Che sia, questo della ‘surge’, un approccio valido o meno,  si tratta di una tattica che ha bisogno, per avere successo, non solo di più soldati e di più soldi, ma anche di molto più tempo. Una richiesta difficile da presentare ai contribuenti americani, mai come ora desiderosi di chiudere con i conflitti d’oltre-oceano. Negli ultimi sondaggi condotti negli Stati Uniti, più di metà degli intervistati dichiara di non pensare che vada la pena di combattere in Afghanistan. Oltre una persona su tre è addirittura convinta che gli Stati Uniti stiano perdendo la guerra. A un anno delle elezioni mid-term del 2010, i democratici devono stare attenti a non buttare via il consenso accumulato nell’ultimo anno.
Viste le condizioni politiche interne all’America, e il peggioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, si sta rafforzando, negli Stati Uniti, un polo opposto a quello rappresentato dal Generale McChyrstal e capeggiato dal Vice Biden. Questa fazione ‘scettica’ sostiene che l’Afghanistan è un paese talmente malmesso che, per ottenere qualche miglioramento reale, ci vorrebbero decenni. Il che significa che, se riconfermato, l’impegno militare americano in Afghanistan si prospetta eccezionalmente lungo, sanguinoso e costoso. Il tutto per combattere un nemico che forse non è nemmeno quello giusto. È Al Qaeda e non i Talebani, pensa Biden, la vera minaccia per l’occidente e, dunque, l’unica ragione della presenza americana in Afghanistan. Visto che gli attacchi aerei hanno già ucciso parecchi nomi importanti del network di terrorismo internazionale, bisognerebbe concentrarsi su questi, lasciando perdere le operazioni militari di terra.
Il fatto, poi, che il governo afgano si sia mostrato profondamente corrotto e inefficiente, rafforza il punto di vista di chi, come il vice-presidente, vorrebbe venirsene via dal paese. Questa settimana, il governo in carica del Presidente Hamid Karzai è stato ufficialmente accusato di aver perpetrato frodi elettorali per tutto il paese nelle elezioni di agosto, al fine di garantirsi la rielezione. Il riconteggio delle schede elettorali ha mostrato che Karzai, in realtà, ha vinto meno del 50% dei voti necessari a governare. Un turno elettorale aggiuntivo, a mo’ di ballottaggio fra il Presidente Karzai e il suo più temuto concorrente, il Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, è ora previsto per il 7 novembre. È difficile immaginare che l’Amministrazione Obama prenda alcuna decisione sull’Afghanistan prima di capire con chi si troverà a lavorare.
Infine, bisogna mettere in conto il problema, sempre più inquietante, rappresentato dal Pakistan. Il governo pakistano è debole e fragile, e non pare capace, né disponibile, a combattere davvero i militanti islamici locali. Il Pakistan rimane così un rifugio sicuro per i combattenti che scappano dall’Afghanistan. Fino a che il Pakistan viene utilizzato a questo scopo, è difficile immaginare che si possano ottenere successi duraturi in Afghanistan. I Talebani continueranno a limitarsi a retrocedere dietro la frontiera pakistana per poi riorganizzarsi, proprio come hanno fatto dopo l’invasione americana del 2001. È sul Pakistan, dunque, che vanno dirottate le risorse americane.
Insomma, il Presidente Obama si trova di fronte a una lista di questioni davvero complesse. Da un lato, l’impegno americano in Afghanistan è destinato a diventare sempre più oneroso, senza alcuna garanzia di successo. Nelle menti degli americani, è ancor vivido il ricordo dell’inutile escalation di truppe portata avanti durante la guerra del Vietnam. D’altro canto, rimane, in casa a stelle e strisce, il timore che andarsene dall’Asia centrale equivalga a permettere una rigenerazione di Al Qaeda. E se poi i terroristi dovessero tornare a colpire con un nuovo undici settembre?

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Oppio e traffico di droga, il problema Afghanistan non è solo strategico-militare

La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine  (UNODC) riporta all’attenzione dell’intera comunità internazionale un problema che troppo spesso passa in secondo piano, schiacciato tra notizie di incremento delle truppe o nuove strategie per pacificare una regione lacerata da scontri e attentati. Il traffico di droga e la coltivazione dell’oppio sono tra i mali che affliggono l’Afghanistan da sempre, ma che sembrano essere diventati fenomeni in continua espansione nonostante le campagne lanciate dalle più svariate agenzie internazionali. Da quanto di apprende dal rapporto UNODC i signori della droga avrebbero infatti visto salire i loro guadagni dopo l’invasione delle Forze Armate statunitensi e delle missioni NATO. I talebani, infatti, guadagnano attualmente con la tassazione ed il traffico di droga una cifra che si avvicina ai 125 milioni di dollari all’anno. Un incremento notevole degli introiti se si pensa che dieci anni fa i capi talebani guadagnavano infatti tra i 75 e i 100 milioni di dollari imponendo illecitamente imposte sul commercio di droga.
I talebani avrebbero inoltre creato una sorta di tassa sulla lavorazione dell’eroina e sull’importazione di precursori chimici che servono per la preparazione della polvere, mentre un ulteriore fonte di entrate proviene direttamente dal mercato degli oppiacei in Pakistan. Delle 3500 tonnellate di oppio che vengono fatte uscire ogni anno dai confini afghani almeno due terzi sarebbero già trasformati in eroina, tagliata e preparata in laboratori illegali di fortuna sia nelle regioni interne del paese che nelle zone a ridosso dei confini pakistani. Il viaggio dell’eroina è lungo: se la polvere non si ferma in Pakistan o in Iran, che secondo le stime bloccano circa il 20 ed il 17% della droga che transita entro i confini nazionali, arriva sul mercato europeo e su quello statunitense. Le stime indicano che nel 2008 in Europa sarebbero state consumate circa 90 tonnellate, in Russia circa 70 tonnellate e in Nord America si sarebbe arrivati alle 25 tonnellate. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio mondiale, l’Europa ne consuma il 19% mentre la Russia e l’Iran il 15%. Il giro d’affari si aggirerebbe intorno ai 65 miliardi di dollari, per un mercato che conta almeno 15 milioni di tossicodipendenti da sostanze illegali a base oppiacea e che potrebbe crescente ulteriormente nel prossimo futuro.
Sebbene siano stati approntati i più svariati programmi per la lotta alla produzione di oppio e al traffico di eroina non sembrano esserci stati miglioramenti di sorta in passato e la situazione rischia anzi di divenire sempre più ingovernabile. I soldi legati al traffico di droga servono infatti a finanziare una miriade di gruppi combattenti, una sorta di esercito la cui struttura è sempre più complessa e le cui truppe sempre più sparse nella regione. Secondo lo studio UNODC i fondi raccolti con il narcotraffico servono a finanziare le forze ribelli del Baluchistan, regione del Pakistan, il Partito Islamico del Turkmenistan e il movimento indipendentista islamico dell’Uzbekistan. Il rafforzamento di cellule islamiche o movimenti estremisti nei paesi della zona potrebbero creare ulteriore instabilità, senza contare che gli stessi talebani riescono a finanziare le loro attività terroristiche in tutto il paese grazie agli introiti legati alla tassazione delle attività illegali. Hamid Karzai e Abdullah Abdullah andranno al ballottaggio il prossimo novembre e chi vincerà avrà il compito di avviare una rivoluzione che porti il paese verso cambiamenti profondi a tutti i livelli. L’Afghanistan rischia infatti di trasformarsi in un fallimento strategico-militare che potrebbe avere pesanti ripercussioni lontano dai confini regionali. I progetti di tipo militare da parte degli Stati Uniti e della NATO serviranno a poco se non si riuscirà a bloccare un fenomeno che ha risvolti politici, economici e culturali di gran lunga più importanti. L’intera regione rischia di trasformarsi in una polveriera alimentata dai soldi della droga e da scontri etnici, politici e religiosi che difficilmente giungeranno ad una conclusione. La comunità internazionale sarà quindi chiamata a supportare più attivamente il futuro esecutivo: quello dell’oppio è infatti un problema internazionale che potrebbe avere risvolti geopolitici delicati anche per i paesi lontani dai campi di papaveri afghani.

simonecomi@hotmail.com    

http://simonecomi.blogsome.com

 


Gianfranco Aurisicchio
Contra Bonus

In risposta al furore quasi popolare contro gli altissimi bonus degli executives delle società finanziarie salvate con il denaro pubblico, l’Amministrazione Obama è intervenuta con un forte giro di vite contro un andazzo che cercava di resistere, nonostante la crisi, la rabbia dei cittadini e la prospettiva del fallimento evitato appunto con i piani di salvataggio finanziati dalle tasse.
Gli eccessivi compensi e bonus di fine anno sono nell’immaginario collettivo (ma con un forte impatto anche sulla realtà) una delle cause della recessione mondiale, ed i banchieri sono accusati di assumere rischi impropri in vista di potenziali guadagni. Nel recente Summit del G-20 si era voluto legare le compensazioni degli executives finanziari alla performance a lungo termine delle loro società: tuttavia a Pittsburgh non si è raggiunto nessun accordo per porre limiti ai compensi che le banche possono pagare ai propri executives, cosa che invece alcuni governi europei chiedevano.
Secondo quindi il piano dell’Amministrazione Obama, le sette società che hanno ricevuto i maggiori aiuti dal Tesoro americano dovranno ridurre fino al 90% gli stipendi dei loro 25 impiegati più pagati. Saranno perciò ridotti di circa la metà le compensazioni pagate ai 125 maggiori executives di ogni società. E le sette società interessate da questo piano sono la Bank of America, AIG, Citigroup, General Motors, GMAC, Chrysler e Chrysler Financial. In questo contesto, sono stati posti inoltre limiti molto stringenti alle remunerazioni di alcuni executives, come i top traders di AIG, che si vedranno fortemente limitati anche i propri bonus di fine anno.
Cambierà anche la forma della compensazione, al fine di allineare i singoli gol finanziari degli executives con la performance a lungo termine delle loro società, come si è avanzato nel recente summit del G-20 a Pittsburgh. Per esempio, la parte in contanti della busta paga sarà tagliata in media del 90% ed il resto sarà costituito da titoli che non possono essere venduti nel breve termine.
Il piano sarà reso pubblico nei prossimi giorni ed è stato stilato da Kenneth Feinberg, il funzionario del Tesoro americano responsabile dei salvataggi finanziari delle società coinvolte dalla crisi. Prevede inoltre regole di governance per influenzare, piuttosto che imporre, le policy di remunerazione delle società, in coordinazione anche con la Federal Reserve, che dal suo canto sta preparando delle guidelines per allineare i compensi degli executives bancari ad un’appropriata assunzione di rischio. In questa direzione si inserisce anche la proposta, per esempio, di dare agli azionisti un voto non vincolante sulle remunerazioni dei top executives.
Con questa doppia politica di imporre limiti alle paghe e di influenzare le regole di governance, la Casa Bianca sembra voler rispondere sia al criticismo e alla rabbia dei media e della gente, indignata per i bonus stellari pagati col denaro dei contribuenti, sia agli attacchi dei conservatori (i Repubblicani cioè) che sostengono invece che il governo di Obama sta assumendo un ruolo troppo grande e intrusivo nell’economia. In effetti il piano pareggerebbe sostanzialmente le remunerazioni che gli executives più pagati riceverebbero in circostanze normali, ma permetterebbe comunque pacchetti remunerativi multimilionari. E la Casa Bianca ha ben specificato che non intende porre dei limiti globali sulle paghe degli executives.
Inoltre il piano di Obama non avrebbe nessun impatto diretto su quelle società che non sono state salvate dall’amministrazione o che hanno già ripagato i finanziamenti ricevuti da Washington, come per esempio Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Morgan Stanley. E con i mercati finanziari – e conseguentemente i loro profitti – in ripresa dopo l’enorme programma governativo di assistenza dell’anno scorso, le tre investment banks riporteranno enormi saldi positivi, anche se la disoccupazione continua a salire.
Perciò al momento non è ancora chiaro quale sarà l’effetto – se ci sarà un effetto – del piano dell’amministrazione americana sui temi più ampi che riguardano la remunerazione degli executives, come la disparità di reddito e la rabbia populista verso Wall Street e la corporate America.

 
http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Davide Biassoni
Identità nazionale e cittadinanza

E' nuovamente la corrente “progressista” finiana a scompaginare le carte e a creare un dissidio che trabocca i confini della maggioranza di governo. Questa volta a far discutere è la proposta -  tuttavia non inedita - che la Fondazione Farefuturo, tramite il Sottosegretario allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, ha avanzato riguardo la possibile introduzione di un'ora di religione musulmana nella scuola pubblica. Prevedibile la dura reazione del Carroccio che ha ribadito la sua netta contrarietà a una soluzione che è giudicata inattuabile, dannosa e provocatoria. E a questo netto diniego, ne sono seguiti altrettanti all'interno dello stesso PdL, mentre nella Chiesa Cattolica a una prima prudente apertura si sono succedute prese di posizione sfavorevoli al progetto. Il dossier immigrazione rappresenta certo una issue fondamentale e delicata, se non altro per l'esposizione geografica dell'Italia alle correnti migratorie provenienti, in larga misura, dai paesi nordafricani. E questo fenomeno massiccio, che caratterizza comunque tutta l'Europa da quasi un ventennio, solleva interrogativi sulle soluzioni da impiegare per armonizzare l'incontro (e per scongiurare lo scontro) fra culture e religioni distinte. Nondimeno, si dovrebbe svolgere a priori una riflessione sul concetto di integrazione, specialmente in un paese che ha prodotto molto emigrazione, ma che appare spiazzato di fronte all'immigrazione nell'era della globalizzazione planetaria. Il nodo che sta a monte riguarda il modello che s'intende seguire per gestire la società multietnica in fieri, e ciò richiede l'analisi di concetti quali assimilazione, integrazione, multiculturalismo. E non si possono certo trascurare alcuni dati strutturali fondamentali, in particolare tre fra questi: a livello sistemico, la persistente contrapposizione frontale fra blocchi partitici che impedisce le tante attese riforme (in vari campi) e alimenta un clima di perenne conflittualità; a livello politico-ideologico, i disaccordi trasversali sulle questioni eticamente sensibili riguardo la laicità delle istituzioni; sul piano culturale, infine, la debole, controversa e contesa identità nazionale. Se il paese stesso continua a stagnare nel disaccordo endemico, diventa ben più complessa la gestione dell'incontro con "l'Altro", specialmente di fronte a una religione come quella musulmana basata su principi e valori che paiono distanti dalla tradizione giudaico-cristiana europea. E proprio la latenza di un denominatore comune, che riunisca i contendenti della società civile e dell'arena politica italiana, rende più problematica e diffidente la lenta, ma inesorabile apertura, verso il multiculturalismo. Se ad esempio gettiamo lo sguardo al di là delle Alpi, appare più evidente come i transalpini possano far leva su un forte senso di indipendenza, laicità e imparzialità delle istituzioni della Quinta Repubblica, i cui valori devono essere condivisi da tutti coloro che vogliano diventare francesi (seppure non si possano dimenticare gli scontri del 2005-2006 nella banlieue parigina). L'Italia, al contrario, fatica a forgiare questo mastice unitario-unificante e teme, comprensibilmente, una deriva comunitaria dove ogni ghetto si richiuda su stesso, nella propria irriducibile specificità, con la conseguente deriva verso una società particolaristica e segmentata da muri invisibili che impediscano ai vari gruppi di parlarsi e comprendersi reciprocamente. E' probabile quindi che la proposta di cui sopra cada nel vuoto e la gestione concreta del fenomeno migratorio resti trincerata in una strategia di difesa, di respingimento, di arroccamento, a tutela di un'identità i cui contorni e contenuti restano tuttora sfuocati, mentre una buona soluzione potrebbe consistere nel rilanciare lo studio dell'Educazione civica e della Storia delle religioni, con l'obiettivo di accrescere la sensibilità e la conoscenza comune alla base del rispetto reciproco e della convivenza.

biassoni_davide@yahoo.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 ottobre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto l’8 ottobre è stato firmato un Protocollo d'intesa tra il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e il Commissario generale del Governo per l'Expo di Shangai 2010 Beniamino Quintieri in virtù del quale la Regione Lombardia sarà presente all'Expo 2010 di Shangai (incentrata sul tema "Better city, Better life") in un proprio spazio dedicato all'interno del Padiglione Italia dal 18 al 31 ottobre del 2010. Lo stand, di 190 metri quadri, sarà allestito da Fiera Milano.
E' previsto un nutrito programma di missioni commerciali di imprese lombarde a Shanghai e in Cina che si svilupperà nel corso dei sei mesi di durata dell'Expo (1 maggio - 31 ottobre 2010) e che culminerà nel periodo di presenza della Regione all'Esposizione. La scelta del periodo di presenza della Lombardia a Shangai non è stata casuale dal momento che le ultime due settimane della manifestazione ne rappresenteranno il culmine; e in più in questo periodo avverrà il passaggio di consegne tra l'Expo di Shangai 2010 e l'Expo di Milano 2015. "La nostra presenza a Shangai - ha aggiunto Formigoni - è una ulteriore tappa di avvicinamento a Expo 2015, uno dei modi in cui faremo conoscere al mondo intero il nostro modo di concepire e realizzare l'Esposizione Universale".
Sempre l’8 ottobre ancora il presidente Formigoni ha incontrato il presidente della Bei, la Banca europea per gli investimenti, Philippe Maystadt al Grattacielo Pirelli, alla presenza anche del vicepresidente di Bei responsabile per le operazioni in Italia, Dario Scannapieco, dando il via libera al perfezionamento di un Accordo quadro (di alcune centinaia di milioni di euro) che sarà sottoscritto nelle prossime settimane.
L'Accordo dovrà definire linee di finanziamento per le imprese che potranno essere utilizzate nei prossimi anni in relazione alle eventuali esigenze finanziarie di Regione Lombardia per investimenti soprattutto nel campo delle infrastrutture. Si rafforza inoltre la collaborazione tra Bei e Regione Lombardia come facilitatore dei rapporti tra sistema bancario e sistema delle imprese per la concessione di finanziamenti.
Il 13 ottobre è stato presentato dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, un emendamento al decreto legge salva-infrazioni, in base al quale sarà il prefetto a coordinare tutte le attività finalizzate alla prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata sugli appalti di Expo supportato in questo dal Comitato di coordinamento per l'alta sorveglianza delle grandi opere. Inoltre, l'emendamento istituisce presso il Dipartimento di pubblica sicurezza il Gruppo interforze centrale per l' Expo Milano 2015.
Il 14 ottobre il Premier Berlusconi ha dichiarato: “Dal governo c’è l’assicurazione che saranno garantite le infrastrutture di collegamento con gli aeroporti. Inoltre, c’è l’impegno per Milano affinché le infrastrutture siano pronte per il 2015, quando la città diventerà la vetrina dell’Italia in tutto il mondo”.
Si è quindi aperto un nuovo fronte di discussione e polemiche relative  alle aree espositive di Rho-Pero, cioè oltre un milione e 280mila metri su cui dovranno sorgere il villaggio Expo e tutte le strutture temporanee. Un’operazione da 800-900 milioni di plusvalenza su terreni che sono di proprietà di Fondazione Fiera Milano, della Camfin, di EuroMilano, della società Belgiosa (controllata dalla famiglia Cabassi), di Poste italiane e del Comune di Milano e che sono destinati a veder moltiplicato il loro valore diciotto mesi dopo la chiusura dell’Expo. Quando cioè i privati ne torneranno in possesso e saranno state trasformate, come con un tocco di bacchetta magica, da agricole a residenziali.
Che farne? Due le ipotesi: o il comodato d’uso o la vendita dei terreni. In base ad un accordo del 2007 i proprietari si sono impegnati a cedere gli spazi fino a 18 mesi dopo la fine dell’Expo per poi rientrarne in possesso appunto con valori immobiliari molto più alti. Fra i soci invece, in primis la Regione, parrebbe emergere l’intenzione che la Società di gestione acquisti lei i terreni accendendo un mutuo. Un’operazione questa che non piace invece alla Lega e che lascia piuttosto freddo anche Palazzo Marino, poco propenso a un pesante indebitamento con relativa accensione di mutui per farvi fronte soprattutto vista la congiuntura economico-finanziaria. Si rimanda alla nostra rassegna stampa per approfondimenti.
Il 16 ottobre si è riunito il Cda della Società e al termine della seduta è emerso che ai soci verrà chiesto un contributo aggiuntivo per un totale di 7,2 milioni di euro, necessario per evitare di intaccare il capitale sociale (di 10 milioni di euro) e coprire le spese che in questi primi mesi di attività e fino al 31 dicembre prossimo arriveranno a 11 milioni e 600 mila euro. I soci di Expo 2015 Spa con una quota del 10% (Provincia di Milano e Camera di commercio di Milano) dovranno stanziare 1,2 milioni di euro ciascuno, mentre i soci al 20% (Regione Lombardia e Comune di Milano) dovranno versare 2,4 milioni mentre non arriverà niente, dal Governo, che ha già stanziato in Finanziaria 5 milioni di euro destinati alla Società.
L’Ad Stanca ha precisato che la decisione e' imposta dal Codice civile: ''Se si erode oltre 1/3 il capitale sociale di una società, bisogna chiedere ai soci una quota da allocare a riserve straordinarie”, ha spiegato aggiungendo che tale misura è motivabile dato il particolare 'status' della Società, che accumulerà perdite fino al 2015 per poi incassare i ricavi tutti in una volta al momento della celebrazione dell'Expo. Ha concluso infatti: ''Questa e' la natura del progetto - ha detto Stanca - per ora abbiamo solo spese, i ricavi arriveranno nel 2015''. Cioè ora si spende, poi si vedrà...

Rinviata invece la definizione degli obiettivi cui è legata la parte variabile dello stipendio di Stanca, per l'assenza di due componenti del Cda. Da segnalare però come su questo argomento (cioè il capitolo degli emolumenti di Stanca – ricordiamo 300 mila euro di retribuzione fissa, ai quali se ne potrebbero aggiungere altri 150 mila variabili sulla base dei risultati ottenuti), l’Ad ne ha parlato nel corso del Cda presentando nove obiettivi per garantirsi la parte variabile. “Speriamo che a Stanca — ha attaccato Matteo Mauri, ex assessore della giunta Penati — non passi per la testa di prendere i 150 mila euro come compenso legato ai risultati a fronte di 11 milioni di passivo. Se i risultati sono questi, i soldi dovrebbe metterceli lui”. Le perplessità sono diffuse. Il Presidente della Commissione consiliare comunale Expo, Carlo Fidanza, ha ricevuto alcune sollecitazioni da consiglieri comunali. “Nella prima seduta di Commissione in cui è già prevista l’audizione di Stanca — annuncia dunque Fidanza — approfondiremo l’aspetto del conto economico”.

Al termine della riunione fiume, Stanca ha ammesso infine l'interessamento della società all' eventuale acquisto dei terreni che ospiteranno il sito di Expo: aree come detto poc’anzi oggi in comodato d' uso sulla base di un accordo di programma tra Comune e proprietari (Fiera e Cabassi).
L’indomani si è registrata la forte presa di posizione da parte del Presidente della Provincia Podestà che ha manifestato perplessità circa la possibilità che l’amministrazione provinciale possa garantire l’ulteriore contribuzione richiesta dalla Società di gestione in ragione delle difficoltà economiche in cui versa.
Immediata e piccata è stata la risposta dell’ex Presidente Penati il quale ha dichiarato: “I soldi per Expo, ci sono. Casomai, il problema è che manca una programmazione finanziaria e su questo Podestà ha manifestato i dubbi che sono condivisi da altre istituzioni” aggiungendo poi che “io, buchi di bilancio non ne ho lasciati. Come ha certificato la giunta, ci sono oltre 17 milioni di euro di attivo e 6 milioni di questi ancora disponibili”.
Continuano nel frattempo i rapporti fra i vertici della Società e il Bie: giovedì 22 ottobre (ieri per chi legge) Stanca è volato a Parigi in occasione del Comitato esecutivo del Bureau, mentre il 6 novembre toccherà al Segretario Generale Vincente Loscertales venire a Milano per una verifica aggiornata sul lavoro dell'Expo, ma la Società sarà ovviamente anche presente all'Expo 2015 di Shangai dove, ha chiarito Stanca, ''presenteremo un bel programma di grande visibilità''.

Altri eventi:

- Il 22 ottobre si è tenuta una serata di approfondimento e dibattito su architettura, urbanistica e riutilizzo dell'area Expo, a seguito della presentazione del Masterplan, dal titolo “EXPO dopo EXPO. Un orto per tutti” presso l’Unione del Commercio di Milano.

- All’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=vHseI0dhLxY è visibile una videointervista rilasciata su Youtube dal Sindaco Moratti su Expo 2015.

- E’ on line la nuova piattaforma di eProcuremente di Expo 2015 dove é possibile iscriversi all’Albo dei fornitori e consultare i Bandi con le relative informazioni. Per accedere alla piattaforma e partecipare alle gare telematiche espletate da Expo 2015 é necessario registrarsi sul seguente sito: https://www.procurement-expo2015.com/web/login.html .

Alla prossima.

s.florio@libero.it

Ps. segnalo a tutti i lettori che la Provincia di Milano, unico ente territoriale che meritoriamente ha una quotidiana rassegna stampa on line (e per questo finora è stata la principale fonte per la nostra rassegna stampa su Expo), dall’insediamento del neo Presidente Podestà ha fortemente ridotto la presenza degli articoli segnalati limitandosi soprattutto a quelli in cui si cita direttamente lo stesso Podestà a svantaggio di altri argomenti come ad es. Expo 2015; delle due l’una: o non interessa più l’argomento o succede talmente poco che i giornali non ne parlano….oppure tutte e due le cose.



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