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Home » Newsletter n. 185 - 30 ottobre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 185 – 30 ottobre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 185.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Davide Biassoni
Il Pd e il dilemma delle alleanze


Valentina Pasquali
Le mille facce del Pakistan


Simone Comi
Pakistan, il prossimo teatro di guerra per gli Stati Uniti?


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa –L’indifferenza verso l’Unione Europea e (lo sconforto per) la qualità della democrazia in Italia


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Davide Biassoni
Il Pd e il dilemma delle alleanze

Pierluigi Bersani è dunque il nuovo Segretario del Partito Democratico, un esito che prelude a ripercussioni molto significative sugli assetti dell’intero sistema politico. Il punto cruciale, come molti hanno segnalato, sta ora nel possibile spostamento (tardivo?) del PD verso sinistra in direzione del classico modello dei partiti socialdemocratici europei. E il probabile addio di Francesco Rutelli è un primo forte segnale di una nuova fase politica che si sta aprendo, la quale determinerà il futuro della Seconda Repubblica e del bipolarismo all'italiana. Il centro cattolico, incardinato attorno all'UDC, potrebbe giovarsi di uno spazio di manovra più consistente, slegandosi dalla tenaglia in cui si trova attualmente stretto dall'azione convergente dei due partiti maggiori (PD e PdL). In particolare, ha le potenzialità per diventare polo d’attrazione gravitazionale inizialmente per tutti i moderati in disaccordo con il nuovo corso dei Democratici, quanto – in un secondo momento –  per i delusi nel campo della maggioranza e per coloro che si trovino alla ricerca di una nuova collocazione in vista dell'era post-berlusconiana. Più volte si è giustamente sottolineato come proprio la figura del Cavaliere abbia nettamente stimolato la creazione di un sistema bipolare in un paese imperniato per diversi decenni sulla DC e con una mera alternanza periferica dei partiti minori nell'esecutivo. Le scelte future di Bersani acquisiscono quindi una portata straordinaria perché produrranno onde che andranno a infrangersi su lidi esterni al proprio partito. Innanzi tutto il legame con l'attuale alleato, l'IdV di Antonio di Pietro: questa scelta strategica è fondamentale poiché, da un lato, la volatilità elettorale infra-coalizionale è più consistente di quella inter-coalizionale, anche se bisogna investire su quest'ultima se si vuole arrivare a Palazzo Chigi; dall'altro, a livello ideologico il PD deve decidere se sfidare l'ex-PM sul terreno dell'antiberlusconismo riproponendo una dialettica tra maggioranza e opposizione ben nota. In secondo luogo, Bersani dovrà sciogliere il nodo riguardo alle (eventuali) alleanze future: con la futura Costituente di centro, con la sinistra radicale, o con entrambe. Rispetto a Casini, il dissenso sui temi etico-sensibili riprodurrebbe i medesimi contrasti già sperimentati con i Teodem, mentre con la sinistra radicale le divergenze in materia di politica economica ed estera resterebbero altrettanto profonde. La riedizione poi di un'alleanza per vincere (ma non per governare) sulla falsariga dell'Unione nel 2006 riporterebbe indietro le lancette del sistema partitico alla frammentazione e all'ingovernabilità: si rammenti come la notevole distanza ideologica fra i partiti agli antipodi nella coalizione prodiana avesse posto in stallo i riformisti. Nell'ultimo quindicennio, il bipolarismo frontale, pur con molte pecche, ha garantito il ricambio al potere di forze alternative, un fenomeno fisiologico nella gran parte delle democrazie europee, ma inedito nell’Italia della Prima Repubblica. Un argine al ritorno della “politica dei due forni” imperniata su un centro ago della bilancia post-elettorale è oggi dato dall'attuale legge elettorale che, pur con accentuati difetti, ha il pregio di garantire la formazione di una chiara maggioranza (di un partito o di una coalizione pre-costituita) con un premio in seggi. L'altro argine – politico e non istituzionale – fu posto dalla vocazione maggioritaria veltroniana, troppo frettolosamente accantonata seppure, inter alia, avesse accelerato la nascita nel campo opposto del PdL, favorendo al contempo una drastica riduzione dei partiti in Parlamento. Questa strategia,  rivelatasi (alle urne) perdente nel breve termine ma forse vincente nel lungo corso, potrà essere oggetto di rimpianto, specialmente se sarà proprio il PD a offrire un sistema elettorale alla tedesca – quindi proporzionale – all'UDC in cambio di un accordo programmatico. Nei prossimi anni, perciò, la posta in gioco non riguarderà solo il bipartitismo in fieri, ma la tenuta stessa del bipolarismo.

biassoni_davide@yahoo.it


Valentina Pasquali
Le mille facce del Pakistan

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton si trova in questi giorni in visita ufficiale in Pakistan, per trattare un aumento degli aiuti americani al governo di Islamabad e per promuovere una relazione bilaterale tra Pakistan e Stati Uniti con un orizzonte più ampio che la sola lotta al terrorismo, ponendo, ad esempio, un’enfasi maggiore sullo sviluppo sociale e economico di un paese oggi allo sbando.
E, proprio mentre Clinton discuteva mercoledì con il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi di un finanziamento da 125 milioni di dollari per il rinnovamento e l’ampliamento della rete energetica del Pakistan, oggi insufficiente rispetto alla domanda complessiva, una autobomba esplodeva nel bel mezzo di un affollato mercato di Peshawar, nel nord-ovest del paese, uccidendo oltre 100 persone. Si tratta del più sanguinario attacco terroristico che ha colpito il Pakistan negli ultimi due anni; un episodio drammatico che mostra le mille facce di questo paese in crisi e, di conseguenza, le difficoltà della comunità internazionale nel rapportarsi con Islamabad.
La visita di Clinton, la sua prima, è stata voluta dall’Amministrazione Obama al fine di calmare una nuova ondata anti-americana che sta attraversando il paese da quando, all’inizio di ottobre, l’esercito pakistano ha lanciato un’offensiva militare nel Waziristan del Sud, una regione chiave al confine con l’Afghanistan, in cui trovano rifugio i militanti di Al Qaeda e i Talebani afgani e pakistani, e che sfugge completamente al controllo del governo centrale.
Alla fine della settimana scorsa, i soldati pakistani avrebbero conquistato il piccolo paese di Koktai, un luogo ormai abbandonato dai suoi residenti, ma che ha un valore sia strategico che simbolico: lì si nasconderebbero, infatti, il capo dei Talebani pakistani, Hakimullah Mehsud, e uno dei loro comandanti più feroci, Qari Hussain. 
Scrive il New York Times, “la presa di Koktai è il primo segnale positivo in quella che molti analisti prevedono sarà una battaglia ardua per l’esercito pakistano, contro un nemico duro e determinato.”
L’offensiva in Waziristan del sud è arrivata naturalmente sotto pressione statunitense e, di conseguenza, sta rinvigorendo la causa estremista e anti-americana all’interno del Pakistan (basti considerare l’aumento degli attentati terroristici di matrice interna portati un po’ in tutto il paese), rafforzando la posizione di chi sostiene che l’attuale governo del Presidente Asif Ali Zardari non è che un burattino nelle mani di Washington.
In parte proprio per cercare di mitigare i sentimenti nazionalistici della popolazione locale, l’esercito e il governo insistono che l’operazione militare in Waziristan venga pubblicizzata come condotta esclusivamente dalle forze pakistane, senza alcun intervento straniero. Questo nonostante gli aiuti militari americani siano aumentati notevolmente proprio in vista dell’attacco (di nuovo il New York Times scrive giovedì che il Presidente Obama in persona avrebbe insistito in primavera affinché 10 nuovi elicotteri da trasporto Mi-17, e un numero imprecisato di pezzi di ricambio per gli elicotteri da attacco Cobra, venissero consegnati al Pakistan con urgenza, in preparazione alle operazioni prima nella Swat Valley e poi in Waziristan).
Da un lato, la volontà di esercito e governo è comprensibile; apparendo come semplici marionette americane, finirebbero per perdere ogni legittimità politica. Dall’altro, il gioco portato avanti dai governi pakistani che si sono succeduti dal 2001, dalle forze armate e dai servizi segreti, non è per nulla pulito. Si calcola che, in seguito agli attentati terroristici contro New York e Washington dell’11 settembre 2001, e dall’inizio dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, il governo americano abbia mandato oltre 12 miliardi di dollari in Pakistan, sotto forma soprattutto di aiuti militari. Questi finanziamenti avrebbero dovuto aiutare Islamabad e Rawalpindi (dove ha sede l’esercito) a combattere i Talebani, Al Qaeda e a condurre operazioni di counter-insurgency alla frontiera con l’Afghanistan. I risultati però sono, fin qui, molto deludenti, visto che il Pakistan è sempre più il rifugio prediletto dei combattenti afgani.
La strategia di segretezza perseguita da governo e esercito pakistano rende molto difficile capire dove siano finiti tutti questi soldi. In parte, il Pakistan continua a mantenere la maggior parte delle proprie truppe al confine con l’India (fino all’operazione in Waziristan si calcolava che circa l’80% delle forze militari pakistani si trovassero lì, e non al confine con l’Afghanistan dove le vorrebbe la comunità internazionale). Per Islamabad, infatti, l’India rimane il nemico numero uno. In secondo luogo, i servizi segreti pakistani, ISI, hanno a lungo tenuto contatti, e probabilmente finanziato direttamente, i Talebani pakistani e Al Qaeda, visti come uno strumento fondamentale nella lotta per l’influenza politica nell’Afghanistan post-americana, lotta condotta, naturalmente, proprio in contrapposizione al governo di Nuova Delhi.
Mentre l’occidente continua a inviare armi e aiuti militari in Pakistan, che poi ne fa chiaramente quello che vuole, la situazione socio-economica nel paese rimane disastrosa. Secondo alcune statistiche, il tasso di alfabetizzazione in Pakistan è solo del 26% (altri dati governativi più ottimisti lo danno ben al 46%), con il governo che spende appena il 2,5% del Prodotto Interno Lordo per i finanziamenti all’istruzione. E sono così le madrassa, ovvero le scuole islamiche, a educare i figli del Pakistan povero, trovando terreno fertile per i gruppi estremisti che desiderano reclutare nuovi seguaci.
In parte per cercare di rispondere a questa emergenza, il Presidente della Commissione Esteri del Senato americano John Kerry, assieme al Senatore repubblicano di più alto grado in commissione, ovvero Dick Lugar, ha preparato un testo di legge, conosciuto come l’Enhanced Partnership with Pakistan Act, per fornire 1,5 miliardi di dollari all’anno per cinque anni in aiuti non militari al Pakistan. La legge, però, ha suscitato clamore in Pakistan: il testo redatto da Kerry e Lugar contiene, infatti, una serie di meccanismi di controllo sull’uso che il Pakistan sceglierà di fare dei finanziamenti. Gli americani, nelle parole di Hillary Clinton, considerano questo sistema di controllo una garanzia interna volta a verificare l’efficienza della legge. In Pakistan, invece, i meccanismi di supervisione dei finanziamenti americani sono visti come un’inaccettabile interferenza nella sovranità del paese.
Rimane, però, difficile determinare quanto il Pakistan sia uno stato sovrano, in controllo del proprio territorio e della propria popolazione.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Pakistan, il prossimo teatro di guerra per gli Stati Uniti?

Negli ultimi mesi il Pakistan è diventato uno dei fronti più caldi dell’offensiva occidentale contro le cellule terroristiche e i gruppi talebani che hanno le loro basi operative nelle valli delle regioni di confine, nel nord del paese. Da tempo le Forze Armate statunitensi hanno intensificato le missioni aeree e quelle di terra, spingendosi spesso in territorio pakistano ed arrivando in qualche occasione a scontrarsi con reparti speciali dell’esercito di Islamabad. La situazione è andata esacerbandosi negli ultimi mesi, tanto che ora a Washington non si parla solo di afghanizzazione del conflitto ma si ventila l’ipotesi di alleggerire la pressione militare sulle regioni dell’Afghanistan, per aumentarla nelle zone di confine con il Pakistan. E’ stato lo stesso vicepresidente Joe Biden, profondo conoscitore di politica estera, a proporre una possibile nuova strategia per la regione. Nuovo corso strategico che non solo consentirebbe di bloccare l’incremento di truppe richiesto dal comandante McChrystal, ma che potrebbe consentire un sostanzioso ritiro degli effettivi schierati ed impegnati nelle azioni di terra. Aumentare le missioni delle squadriglie aeree potrebbe portare, secondo Biden e molti Congressmen Democratici, a migliori risultati nella caccia ai terroristi e ai capi talebani, evitando al contempo perdite di soldati, impegnati nella caccia su un terreno aspro e in cui gli agguati sono eventi ormai all’ordine del giorno.
Da parte pakistana non sono giunti commenti alla proposta di Biden e sul fronte politico interno sembra convivere un dualismo latente che potrebbe creare più di un problema nel prossimo futuro. Se da una parte il presidente Asif Ali Zardari sembrava accettare di buon grado eventuali interventi in territorio pakistano, di differente avviso è parso il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ashfaq Parvez Kayani. Quest’ultimo ha infatti risolutamente condannato i raid statunitensi entro i confini del paese, mostrando una certa riluttanza ad accettare eventuali interventi concordati preventivamente e costringendo il presidente a fare altrettanto, per evitare una spaccatura interna su un tema così delicato. Sulla questione l’atteggiamento pakistano rimane quindi avvolto da incertezza, situazione che non aiuta di certo il dialogo e la condivisione di obiettivi comuni con l’alleato statunitense. La dualità di posizioni e la fumosa distribuzione del potere tra Islamabad, sede del potere politico, e Rawalpindi, sede del quartier generale dell’esercito, potrebbe inoltre portare a tensioni e scontri all’interno dello stesso establishment pakistano.
Al momento la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento particolarmente attendista, probabilmente l’unico possibile in una partita in cui troppe pedine devono ancora trovare una posizione soddisfacente e stabile, su una scacchiera che appare oggi quanto mai pericolosa. Per  due motivi Barack Obama ha momentaneamente deciso di congelare le decisioni sull’aumento delle truppe schierate. Il 7 novembre il popolo afghano sarà chiamato ad esprimersi nuovamente per eleggere il futuro presidente. Difficilmente Karzai verrà sconfitto e, a meno di eventi inaspettati, continuerà a godere del sostegno della Casa Bianca. La situazione è comunque molto fluida e non si può escludere a priori che il risultato delle urne smentisca quanto finora sostenuto da molti analisti. In secondo luogo ottobre è stato un mese particolarmente duro per l’esercito, con un elevato numero di caduti in azioni di guerra e pattugliamento. La guerra in Afghanistan è già particolarmente invisa all’opinione pubblica: non sarebbe una mossa politica dettata dalla saggezza decidere di aumentare il numero di soldati dopo un mese di lutti e difficoltà. La Casa Bianca attenderà quindi il risultato delle elezioni prima di presentare la nuova strategia per il paese asiatico.
L’escalation militare non è la sola possibilità per Barack Obama e la migliore alternativa sembra averla fornita Joe Biden. Quella del vicepresidente è una strategia che di certo permetterà all’amministrazione di recuperare qualche punto percentuale nei sondaggi di gradimento, ma potrebbe costare un prezzo molto alto in termini di tensioni e crisi nella regione. Aumentare la pressione sul Pakistan, che come detto prima non vive già una situazione di perfetta stabilità interna, potrebbe infatti favorire il diffondersi di tensioni sempre più aperte e dure tra i due centri del potere, tra il Presidente Zardari e il Generale Kayani. Situazione che, per un paese avvezzo ai colpi di Stato da parte dei membri delle Forze Armate, potrebbe voler dire tornare a vivere in un passato abbastanza recente. O, scenario ancor peggiore, favorire una nuova offensiva dei talebani nelle regioni di confine e un possibile allargamento del fronte degli scontri fino ad Islamabad.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com




Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa –L’indifferenza verso l’Unione Europea e (lo sconforto per) la qualità della democrazia in Italia

In più articoli di questa rubrica abbiamo denunciato l’indifferenza italiana verso l’Unione Europea: indifferenza dei politici e dei media, la cui interazione genera ed alimenta l’indifferenza dei cittadini.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una notizia significativa. Tra il 14 ed il 16 ottobre si è tenuto in Svezia (nella cittadina di Umea) una riunione informale dei ministri della Competitività e dei ministri del Mercato Interno. All'ordine del giorno del vertice c’erano argomenti come il mercato unico alla luce della crisi finanziaria e le modalità per rendere l'Europa un'economia più eco-efficiente. Pare che fosse atteso a quell’incontro Andrea Ronchi, Ministro per le Politiche Europee. E pare che abbia disertato l'appuntamento, spiazzando tanto gli altri colleghi della UE quanto gli ambienti diplomatici italiani in Scandinavia. I motivi di questa decisione pare siano rimasti ignoti. A meno di non considerare valida la motivazione ufficiale che pare sia stata data: sopraggiunti improrogabili impegni.
Si legge nell’unico articolo reperito sulla questione (di qui tutti i “pare” di cui sopra) - pubblicato il 15 ottobre su ItaliaOggi –, che molti, negli ambienti diplomatici, avrebbero collegato l’assenza di Ronchi al fatto che l'evento non è stato seguito dai media e quindi la missione del ministro sarebbe passata inosservata all'opinione pubblica. Negli stessi ambienti tale comportamento è stato da alcuni considerato come un affronto alla Svezia, presidente di turno della UE. Insomma, non proprio bazzecole.
In effetti l’evento non è stato seguito dai media in Italia. E neanche dalle opposizioni parlamentari. Di qui la mancanza di articoli, dichiarazioni, comunicati sulla vicenda, nonostante la gravità della stessa. Eppure quanti delle opposizioni e dei media quotidianamente si dicono preoccupati per lo stato di salute della nostra democrazia.
Gli stessi dovrebbero forse riflettere su di un elemento: lo stato di salute della democrazia di un Paese si misura soprattutto dal livello del dibattito politico dello stesso. In Italia i contenuti principali sono rappresentati, oggi, da scandali sessuali. Questo dovrebbe indurre ad una riflessione: la democrazia italiana – la sua qualità - è in pericolo quando manca di contenuti e di soggetti che chiedano democraticamente conto ai responsabili politici del Paese del loro operato.
La nostra democrazia sembra incapace di occuparsi di contenuti veri. Come quello di rispettare gli impegni istituzionali in sede europea, di andare in quella sede a portare il contributo italiano.
Ciò che più colpisce di questa vicenda sono le inadempienze di media e politici delle opposizioni rispetto agli obblighi che derivano loro dalla professione che esercitano e dal ruolo istituzionale di cui sono investiti, nel momento in cui non hanno dato alcun rilievo alla vicenda appena richiamata. Un’inadempienza questa che dà alle loro “preoccupazioni” per lo stato della nostra democrazia due sgradevoli sapori: quello dell’incompetenza e quello di un ipocrisia.

mariodiciommo@yahoo.it



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