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Home » Newsletter n. 186 - 6 novembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 186 – 6 novembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni
Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 186.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini
Vista lunga...


Alessandro Fanfoni
Le ragioni della formazione


Gianfranco Aurisicchio
Eureka Europa


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – L’Unione europea sulla soglia di una nuova era


Davide Biassoni
Valori cattolici: lo special status italiano in Europa


Valentina Pasquali
Buon anniversario Mr. President


Simone Comi
Un anno di politica estera. Barack Obama e il nuovo corso statunitense


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 6 novembre 2009


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Nicola Pasini
Vista lunga...

Se, come sostiene il nostro Presidente Massimo Cacciari, l’orientamento strategico del CFP è di contribuire con tenacia a formare la classe politica del futuro, allora si capisce perché i partiti socialisti italiani (e europei…), non potranno mai essere coloro che innescheranno il processo di trasformazione di se stessi per dar vita a una Cosa (?) diversa da se stessi. E’un problema di identità e di riconoscimento. Sembrerebbe lapalissiano, eppure…
Sgombriamo, quindi, il campo da equivoci di fondo. Inaugurare una fase nuova come sta tentando di fare fin dalla sua nascita (2005) il CFP, non significa rimodellare vecchie tradizioni e identità. Significa piuttosto, senza pregiudizi di sorta e - se necessario - abbandonando ‘certezze’, fare propria la contaminazione di idee e di pratiche politiche che sappiano realmente interpretare le esigenze di una società confusa e impaurita circa il proprio futuro.
Certo, per come si sono messe le cose dopo l’11 settembre e dopo la grave crisi economica mondiale, i punti di riferimento tradizionali sono saltati. Eppure, da che mondo è mondo, si guadagnano consensi guardando al centro dello spazio politico elettorale, ma rivisitando completamente i concetti classici di destra e sinistra.
Il ‘mutamento di paradigma’ (l’emergere di nuove fratture socio-politiche) è sotto gli occhi di tutti. Ci sembra questo il senso del nuovo corso del CFP, la VI edizione 2010: studiare, capire, ancora studiare per cercare di risolvere i problemi su scala domestica e internazionale.
E proprio in Italia, in vista di un quadro politico nuovo, la componente riformista del Paese dovrà essere convincente agli occhi di un elettorato che non sarà mai, e poi mai, disponibile a subire la cultura socialdemocratica. Il PD, al di là di poche regioni dove esiste una subcultura socialdemocratica, ha dimostrato di non essere affatto credibile nei confronti di un elettorato dubbioso e repellente rispetto a quella tradizione. Insomma, se in prospettiva, i riformisti dovranno emergere in questo Paese, che la componente liberal-democratica sia finalmente maggioritaria. Solo così i riformisti diventeranno competitivi, soprattutto nelle aree più dinamiche del Paese. Processo lungo, ma chi ben continua…

direzione@formazionepolitica.org


Alessandro Fanfoni
Le ragioni della formazione

"Freud diceva che tre cose sono impossibili: insegnare, guarire, governare.
Occorre una certa vocazione per affrontare questo compito ‘impossibile’. Ma occorre anche disporre di ‘arti’ o ‘tecniche’ per farlo in modo responsabile. Far politica, che significa voler governare, diviene puro dilettantismo allorché non si fondi sulla conoscenza della realtà in cui viviamo. E che intendiamo a nostra volta trasformare.

Il Centro di Formazione Politica si rivolge a giovani che vogliano analizzare e conoscere, con gli strumenti più adeguati, la società attuale e le sue tendenze evolutive, per poterne diventare responsabili e, dunque, capaci di rispondere ai suoi problemi, alle sue contraddizioni, ai suoi conflitti, per tentare di orientarla verso obbiettivi di riforma e modernizzazione".
Con queste parole, cinque anni fa, cominciavamo la nostra avventura della formazione. Mai avremmo potuto immaginare che avremmo percorso un così lungo viaggio attraversando le più diverse stagioni della politica italiana e del centrosinistra. Lanciammo la sfida della formazione nel punto paradossalmente più basso della scommessa programmatica del centrosinistra, quando, avvicinandosi il termine della prima e deludente era di governo berlusconiano (2001-2005), le forze di centrosinistra, concentrate unicamente nello sforzo dell’immobilismo, dopo non aver fatto il Partito democratico durante ben cinque anni di opposizione, si apprestavano a raccogliere il frutto amaro di un’alternanza fisiologica, e dunque immeritata, non conquistata grazie a una radicale innovazione, ma parassitariamente ereditata da una rendita posizione. Cinque anni trascorsi nel più vivido anti-berlusconismo, nell’attesa, via via più fremente, del miracoloso ritorno dell’icona della stagione del successo (gettato al vento) dell’Ulivo: Romano Prodi. A quell’epoca, il Partito democratico era solo l’orizzonte ideale troppo spesso piegato a traguardo strumentale, alibi per posticipare una fusione di forze che, col passare del tempo, diveniva una fusione sempre più fredda, quasi glaciale, scontando tutti i retropensieri, l’esitazione e la cattiva coscienza dei suoi protagonisti. In uno scenario privo di idee e di spunti, dunque, nel rinvio infinito della meta progettuale, Francesco Rutelli, Massimo Cacciari e Nicola Pasini ebbero l’intuizione di fondare un centro di formazione politica per tradurre il movimento negativo della critica in un momento costruens, affermativo. Si tornava alle basi, si tornava a formare una classe dirigente politica, lontana dalla bassa cucina della politica di potere&organigrammi e conquistando talenti ai saperi e alle professioni, in nome di un ideale, e di un partito democratico sempre a venire. Poi venne la stagione confusa della mezza vittoria del 2006, dell’impegno diluito nella troppa vasta e contraddittoria nebulosa dell’Unione; poi venne finalmente il  Partito democratico, nel momento sbagliato e nei modi sbagliati.Tutto finì presto, atteso ma improvviso congedo da una stagione che non potè resistere alla svolta radicale di una forza politica che cominciava a sovvertire il gioco delle convenienze politiche di breve periodo. Nato il Partito democratico, non pensammo mai che il nostro compito fosse esaurito. Al contrario, avevamo la certezza che, nato il Partito democratico, ora il Partito democratico era da fare e che, quindi, ci sarebbe stato ancora più bisogno di formazione, perché il nuovo partito, per essere tale, avrebbe avuto bisogno di nuove idee e nuovi talenti.
Poi fu la caduta del governo dell’Unione, la sfida della vocazione maggioritaria di Veltroni, seguita da un appannamento e da un disorientamento forse dovuto all’eccesso della rottura, sebbene prodotta nella giusta direzione. Il ritorno di Silvio Berlusconi a palazzo Chigi, dopo la rivoluzione del predellino e la costituzione del PdL, confinò il neonato Partito democratico ad un’afasia da sconfitta che prestò degenerò in irrilevanza politica alimentata da energie politiche quasi interamente assorbite da una lotta intestina. Il logoramento che portò alle dimissioni di Veltroni e quindi alla sfininente liturgia per il cambio di segretario culminata nelle primarie di gazebo del 25 ottobre, sono storia di oggi.
La miracolosa alchimia, l’ibridazione di culture diverse per la nascita di un tertium originale, una somma superiore alle sue parti, che costituiva la promessa del Partito democratico sembra ormai ridotta in sedicesimi, se non perduta. Uno dei suoi soci fondatori, Francesco Rutelli, uscendo, ha denunciato il tradimento di quella promessa. Ancora una volta, ci troviamo in un quadro politico estremamente fluido. Ancora una volta, ci sentiamo di ribadire con forza la necessità della formazione come antidoto alla dissipazione delle energie personali, morali, intellettuali e politiche di tutti coloro che si accostano all’universo democratico e dell’alternativa. Per questo possiamo dire che in tutti questi anni convulsi, le ragioni della nostra missione di formare una nuova generazione con la vocazione per la politica non siano mai venute a meno. E, anzi, se possibile, oggi sono ancora più forti.
CFP VI Edizione 2010



Gianfranco Aurisicchio
Eureka Europa

Se nel 2000 l'Europa ospitava il 6% della popolazione mondiale e la sua economia rappresentava il 20% dell'attività mondiale, mentre In Cina e India vivevano il 38% degli abitanti, e le loro economie rappresentavano il 16% del mondo, nel 2040, secondo il premio Nobel per l’economia Robert Fogel, l'Europa conterà solo il 4% della popolazione e la sua economia non supererà il 5% del totale, mentre Cina e India rappresenteranno il 34% dell'umanità e le loro economie saranno cresciute fino a raggiungere il 52% dell'attività economica mondiale.
Alla luce di questi dati, è necessario che l'Europa affronti le sue relazioni con il resto del mondo unita ed in modo efficiente. E ora, dopo l’ultimo scoglio per la ratifica plenaria del Trattato di Lisbona, superato con la tanto attesa firma del presidente ceco Klaus, possiamo cercare di rispondere alla domanda su quale Europa vogliamo. Sembra che persistano ancora due stereotipi, due cliché sull’Europa: l’Europa della cultura e delle tradizioni, e l’Europa che sa inventare nuove forme di governo ma con scarsi poteri e farraginosa burocrazia. Quindi l'Europa di domani dipenderà più dai suoi musei, orchestre e ristoranti, o dalle sue fabbriche, dai suoi laboratori e dalle sue università?
Contrapporre in realtà un'Europa museo a un'Europa laboratorio, come se fossero una dicotomia insanabile, permette di sintetizzare due visioni del futuro molto diverse. Quella dell'Europa laboratorio non riguarda le sue capacità scientifiche, ma la disponibilità a sperimentare nuove forme di governo, nuove istituzioni, nuove politiche pubbliche, nuove regole di condotta. Ed è a questa visione che il Trattato di Lisbona ha voluto rispondere, condensando faticosamente le volontà, spesso contraddittorie, miopi od ombelicali di 27 paesi, che fino a 55 anni fa erano in guerra gli uni contro gli altri, in un bilanciamento di poteri ed organi sovranazionali che sembra un miracolo di equilibrismo politico ed istituzionale. Sembra anzi che questo Trattato, pur con tutti i limiti di una soluzione di compromesso dopo il naufragio di una più ambiziosa – almeno formalmente e ideologicamente – Costituzione, sia quasi la conferma storica della profezia di Isaia, che nel capitolo II del Vecchio Testamento dell’omonimo libro prefigura un tempo, questo nostro tempo, in cui: “Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell'arte della guerra”.
E in questa prospettiva il Trattato di Lisbona fonda nuove basi per una cooperazione ed un decision making tra i vari Stati che è tutto nella direzione di una dialettica di reciprocità a tutti i livelli, da quello comunitario a quello dei singoli cittadini, in un ottica di armonia ed efficienza (almeno nelle intenzioni).  Permetterà per esempio un’Europa più democratica e trasparente rafforzando il ruolo del Parlamento europeo e al contempo dei parlamenti nazionali, attraverso l’estensione della procedura di codecisione che garantisce al Parlamento una parità rispetto al Consiglio per la maggior parte degli atti legislativi europei. E garantirà anche ai cittadini una voce più forte per mezzo della cosiddetta “iniziativa dei cittadini”, per cui un gruppo di almeno un milione di cittadini europei può presentare alla Commissione nuove proposte. Ma garantisce anche quegli Stati che non si trovano più a loro agio all’interno dell’Unione riconoscendone la possibilità di uscita.
Ancora, il Trattato permetterà un lavoro istituzionale più snello ed efficiente, con maggiore incisività nei settori di massima priorità per l’Unione di oggi, per mezzo ad esempio dell’estensione del voto a maggioranza qualificata, che tra qualche anno si evolverà in un voto che terrà conto anche della popolazione di ogni singolo stato, in modo da rappresentare la doppia legittimità dell’Unione. Anche il quadro istituzionale sarà più stabile e più semplice: il trattato di Lisbona istituisce la figura del presidente del Consiglio europeo, eletto per un mandato di due anni e mezzo, sostituendo così la presidenza semestrale a rotazione tra gli Stati membri, che di fatto finora implicava spesso cambi di direzione ogni sei mesi.
Per quanto riguarda invece i cittadini europei, il Trattato prevede un’Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che promuove i valori dell’Unione, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei.
In 50 anni l'Europa è cambiata, il mondo è cambiato: in un contesto globalizzato in costante mutamento, l'Europa è chiamata ad affrontare nuove sfide. La globalizzazione dell'economia, l'evoluzione demografica, i cambiamenti climatici, l'approvvigionamento energetico, per non parlare delle nuove minacce che gravano sulla sicurezza, sono i grandi temi con i quali l'Europa del XXI secolo deve misurarsi.
Gli Stati membri non sono più in grado di affrontare da soli tutte queste nuove complessità che non conoscono frontiere. Per farvi fronte, e rispondere alle preoccupazioni dell’uomo di oggi, serve uno sforzo collettivo a livello europeo. Tuttavia, per poter fronteggiare queste sfide l'Europa deve modernizzarsi. Deve disporre di strumenti efficaci e coerenti che siano adatti non soltanto al funzionamento di un'Unione europea recentemente passata da 15 a 27 Stati membri, ma anche alle rapide trasformazioni del mondo attuale. Le regole di vita comune, stabilite dai trattati, vanno perciò rinnovate. Ed è questo l'obiettivo del trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007. Tenendo conto delle evoluzioni politiche, economiche e sociali e volendo rispondere alle aspirazioni degli europei, i capi di Stato e di governo hanno convenuto nuove regole che disciplinano la portata e le modalità della futura azione dell'Unione. Il trattato di Lisbona consentirà pertanto di adeguare le istituzioni europee e i loro metodi di lavoro, di rafforzare la legittimità democratica dell'Unione e di consolidare i valori fondamentali che ne sono alla base.  Certo, i singoli egoismi nazionali potranno ancora frenare questo idealità di intenti, ma le fondamenta sono gettate, the good and old continent si è mosso, un po’ in ritardo, con un Trattato che nasce magari già un po’ vecchiotto, ma si è mosso. Guardiamo avanti ora. Ora che il Trattato di Lisbona è stato pienamente ratificato da tutti gli Stati membri, darà all’Unione Europea, negli intenti, e speriamo nella sostanza, gli strumenti per realizzare le sue ambizioni politiche ed economiche. Non manca che il coraggio di assumersi dei rischi.

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – L’Unione europea sulla soglia di una nuova era

Con la firma, martedì 3 novembre, da parte del Presidente ceco, Vaclav Klaus, dell'atto di ratifica del Trattato di Lisbona, a poche ore dal via libera dato dalla Corte costituzionale del Paese allo stesso, la Repubblica ceca è stato l’ultimo dei 27 Stati membri dell’Unione a dire il suo “sì” al Trattato.
Se Klaus ha affermato che “con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Repubblica Ceca cessa di essere uno Stato sovrano”, nel Regno Unito il Partito Conservatore ha annunciato che, non potendosi a questo punto più fermare il processo di ratifica, non si terrà il referendum sul Trattato di Lisbona promesso dal leader David Cameron in caso di insediamento la prossima primavera a Downing Street. Questi ha comunque promesso battaglia per arginare l’erosione di poteri nazionali a vantaggio dell’Unione europea, senza indicare ancora quali iniziative intenda prendere.
Il primo ministro svedese e attuale Presidente del Consiglio europeo, Fredrik Reinfeldt ha dichiarato che l’entrata in vigore del Trattato “apre la strada ad un'Unione più democratica, trasparente ed efficace. […] Dopo un lungo viaggio, il Trattato è arrivato a destinazione”. Il Presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, ha sottolineato la necessità di procedere ora rapidamente a formare la nuova Commissione ed ha assicurato che il Parlamento europeo è pronto ad iniziare le audizioni dei candidati alla carica di commissari già a partire dal 25 novembre. Javier Solana, l’attuale capo della diplomazia europea, ha dichiarato che l’entrata in vigore del Trattato segnerà “l’inizio di una nuova era per l’Unione”, in cui essa avrà “una voce più forte sulla scena internazionale”. Il Presidente del Partito Popolare europeo Joseph Daul ha affermato, dal canto suo, l’importanza dell’entrata in vigore del Trattato “per permettere un’azione europea efficace in aree in cui sono necessarie soluzioni urgenti, come quelle relative alle crisi economiche e finanziarie, il cambiamento climatico e l’energia”. L’europarlamentare di centro-destra Michel Barnier, probabile prossimo commissario europeo francese, ha affermato che il Trattato di Lisbona permetterà all’Unione di “difendere il nostro stile di vita e la nostra economia sociale di mercato. Ed è ciò che i cittadini europei si attendono dal progetto europeo. Se la pagina istituzionale è stata voltata, ora è tempo per l’azione dei politici”.
L’entrata in vigore del Trattato è prevista per il prossimo 1 dicembre. A questo punto la Presidenza svedese dell'UE dovrebbe a breve fissare una riunione straordinaria del Consiglio europeo – probabilmente per giovedì 12 novembre - per decidere le nomine per gli incarichi previsti dal Trattato di Lisbona (Presidente permanente del Consiglio europeo e Alto rappresentante per gli affari esteri della UE). A seguito di ciò e del completamento della lista dei candidati ai posti di Commissario europeo, il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, potrà formare la prossima Commissione (previe audizioni dei commissari e previo voto di conferma da parte del Parlamento europeo), il cui mandato potrebbe avere inizio già nel gennaio 2010.
A proposito dei nomi per i due “top jobs” europei” succitati, ad oggi sono stati fatti quelli dell’ex-Premier britannico Tony Blair e del Premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, che sembrano ipotesi ormai tramontate. Il nome al momento più accreditato sembra quello del primo ministro belga, democristiano fiammingo, Hermann van Rompuy. La scelta del nome presuppone quella a monte tra la figura di un “president” o piuttosto di un “chiarman”: se alla prima sembravano rispondere maggiormente Blair e Juncker, alla seconda sembra rispondere la candidatura del Premier belga, uomo che, sponsorizzato per le sue capacità di mediazione, e Premier di un Paese piccolo ma al contempo dalla storia fortemente europeista, garantirebbe una presidenza “low profile” che non metterebbe in ombra nessun grande Paese o leader nazionale. Per la cronaca, sono stati fatti, peraltro, anche i nomi del Premier olandese Balkenende, dell’ex Cancelliere austriaco Schüssel, dell’ex Presidente irlandese Mary Robinson nonchè dell’ex Premier John Burton, dell’ex Presidente della Lettonia Vaira Vike-Freiberga, e dell’ex Premier finlandese Paavo Lipponen.
Per la carica di Alto rappresentante la partita sembrerebbe a due in seno alla famiglia socialista: il britannico David Milliband, (la cui candidatura è più forte dopo che è tramontata quella a Presidente di Blair, a fronte della difficoltà di rispondere un altro “no” a Gordon Brown dopo quello a Blair; Milliband parrebbe però orientato a sostituire Gordon Brown come leader dei Laburisti dopo le prossime elezioni), e Massimo D’Alema. Quest’ultimo sembrerebbe addirittura sostenuto dalla maggioranza del gruppo socialista, ma il successo della sua candidatura dipenderà molto dall’appoggio che il Governo italiano sarà disposto a dare. Un terzo nome è quello del Ministro degli Esteri svedese Carl Bildt.

Alcune considerazioni a proposito della costruzione di una sfera politica europea.
La prima. È stato messo in rilievo come i partiti politici stiano assumendo in questa fase del processo d’integrazione europea un ruolo centrale. Ciò accadrà a maggior ragione nei prossimi giorni per la selezione dei candidati ai “top jobs” di cui sopra. È, del resto, in virtù dell’accordo tra i partiti politici europei, dopo le elezioni di giugno, che il Partito Popolare si è visto assegnare la presidenza della Commissione e che si vedrà assegnare la presidenza stabile del Consiglio, mentre ai socialisti andrò il seggio di Alto rappresentante.
La seconda considerazione viene da alcune recenti dichiarazioni di politici europei. Il neo segretario del PD Pierluigi Bersani, a proposito della candidatura di D’Alema e dell’appoggio che essa dovrebbe ricevere da parte del Governo italiano, ha affermato che essa “si muove in una dimensione europea e secondo uno stile europeo” per cui “il governo deve sostenerla perché si tratterebbe di un italiano indicato per una carica di gran prestigio”. Ampliando, poi, l’orizzonte delle sue considerazioni alle prospettive politiche italiane e del PD, Bersani ha affermato che ogni volta che “siamo stati meno dentro la dimensione europea si è abbassato il tono riformatore” nella politica italiana. Considerazione questa che interessa il PD in quanto partito riformista che considera l’Unione europea come un “riferimento importante, una medicina politica” per l’Italia.
In un discorso della scorsa settimana, David Milliband ha messo in guardia Unione europea e Gran Bretagna dal rischio di venir marginalizzati dal G-2 USA-Cina che va ormai profilandosi. Rischio di marginalizzazione che può esser superato solo se i 27 Stati membri dell’Unione europea “ abbandonano le loro differenze per sviluppare una vigorosa politica internazionale comune”: “la scelta per l’Europa è semplice. Mettere insieme le nostre capacità d’azione e fare dell’Unione europea un leader sul palcoscenico mondiale, o diventare spettatori in un mondo fatto ad immagine del G2 da USA e Cina”. La scelta che il Regno Unito è chiamata a fare, dice Milliband, è semplice: “possiamo guidare una politica estera europea forte oppure – persi in hubris, nostalgia o xenofobia – vedere scemare la nostra influenza nel mondo”.

Queste considerazioni sembrano espressione di un processo che si percepisce come ormai avviato: quello della costruzione di una sfera politica europea. Processo, certo, ancora in una fase poco più che embrionale, al contempo dipendente e contrastato da una realtà politica ancora saldamente imperniata sul livello nazionale. Processo, dunque, reversibile. Ma in corso. Che l’Unione europea sia davvero sulla soglia di una nuova era?

mariodiciommo@yahoo.it


Davide Biassoni
Valori cattolici: lo special status italiano in Europa

Secondo quanto sentenziato dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo (CEDU) è illegittima l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici italiani e, di lì, si è riaperto il delicato dossier imperniato su simboli, tradizione e identità dell’Italia contemporanea. Prevedibilmente amara la reazione da parte del Vaticano e, a questa, si sono aggiunte le altrettanto negative prese di posizione da parte della stragrande maggioranza delle forze politiche italiane. Prescindendo del merito della questione in sé – dibattito che aprirebbe una forse infinita discussione fra posizioni contrapposte, ciascuna con valide ragioni a sostegno del proprio punto di vista – si possono evidenziare due aspetti fondamentali emersi dalla vicenda, prima che si spengano nuovamente i riflettori in attesa della valutazione sul ricorso avanzato dall'esecutivo. Il primo punto riguarda il solco sempre più profondo fra l'Europa (anche se la CEDU non è un'istituzione dell’UE) e l’Italia o, meglio, fra il comune sentire europeo e quello nostrano, con riguardo al dominio che potremmo definire della “sensibilità e dei valori” e, di conseguenza, alla diversa concezione della laicità e dell’imparzialità delle istituzioni statuali. Come evidente, il legame geografico, storico e culturale fra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano è descritto da un intreccio plurisecolare, sintetizzabile nel crociano non possiamo non dirci cristiani (ossia, cattolici). Varcate le Alpi , tuttavia, il panorama socio-politico sembra cambiare in larga misura, e ciò non solo considerando paesi con un solido impianto laico-repubblicano (ad esempio, la Francia), ma anche stati a più accentuata tradizione cattolica (come la Spagna o il Belgio) dove politiche etichettate come “laiciste” sono state poste in esistenza nell’ultimo decennio. E, ancora, nell’Europa nordica le divisioni tra credenti o meno paiono del tutto superate, ossia non danno ormai più luogo a dissensi politici o ideologici di rilievo. In breve, l’Italia (con l’inclusione, se vogliamo, dell’Irlanda) si trova in una posizione decisamente minoritaria nel vecchio continente nel difendere la propria sensibilità cattolica, come del resto già dimostrato da due emblematici episodi occorsi di recente: l’isolamento e l’insuccesso nel promuovere l’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione UE e la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza nel 2004, dopo gli strali scatenati dalle sue dichiarazioni conservatrici in tema di diritti civili. In aggiunta, la legislazione italiana su coppie di fatto, fecondazione assistita, libertà di ricerca scientifica, testamento biologico è certamente più restrittiva rispetto a quella in vigore negli altri paesi del consesso europeo. Il secondo punto fondamentale concerne, invece, l’identità italiana in se stessa, soprattutto in relazione al trend irreversibilmente multiculturale. I commenti alla sentenza da parte dei maggiori esponenti partitici sono stati verosimilmente dettati da uno strategico realismo: da un lato, il Partito Democratico non ha nessun interesse ad attirare critiche dall’esterno e a rinfocolare dissensi interni difendendo una sentenza controversa e, saggiamente, si è sottolineato come l’applicazione pervicace del diritto possa talvolta cozzare col buonsenso; dall’altro, è soprattutto il Carroccio ad avere la possibilità di rintuzzare i sentimenti anti-europeisti, rinvigorendo la visione di Strasburgo come centro di potere irrispettoso e lontano dalla volontà popolare. Certo, sarebbe opportuna una riflessione attinente al significato dell’unità nazionale attorno a un simbolo religioso e culturale come il crocifisso, in rapporto però all’apertura graduale ma inevitabile verso i processi di integrazione multiculturale e multireligiosa che anche l’Italia dovrà affrontare con soluzioni concrete. Altrimenti, il Belpaese rischia di ricadere nell’estenuante lotta fra guelfi e ghibellini, incapace di trovare un nucleo di valori condivisi e neutrali, lacerato da opposti estremismi, nonché distante dall’Europa di cui, fin dagli albori, è pur stata forza ispiratrice.

biassoni_davide@yahoo.it



Valentina Pasquali
Buon anniversario Mr. President

A un anno dall’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti, gli americani sono tornati a votare questa settimana in una serie di competizioni elettorali di livello statale e locale. I risultati di questa tornata di fine 2009 sono misti. I segnali provenienti dalle urne non sono particolarmente incoraggianti per la Casa Bianca; i repubblicani hanno, infatti, riconquistato Virginia e New Jersey, che erano andati ai democratici nelle elezioni presidenziali dell’anno passato. Anche se non è vero che il risultato del voto di martedì debba essere inteso esclusivamente come una sconfitta dell’Amministrazione Obama, come invece vorrebbero far credere i repubblicani, si tratta, però, di un avvertimento.
Tre le elezioni con un riscontro politico di livello nazionale: quelle per i governatori di Virginia e New Jersey, e quella tenutasi nel 23mo distretto dello Stato di New York e che metteva in palio il seggio alla Camera dei Deputati di Washington D.C.
In Virginia, uno stato tendenzialmente conservatore che era, però, andato a Obama nelle elezioni del novembre 2008, e in cui i democratici detenevano il controllo del governo statale da ben otto anni, i repubblicani sono tornati a vincere, piuttosto agilmente, con Robert McDonnell, politico dalle credenziali decisamente conservatrici, ma che ha scelto di centrare la propria campagna elettorale su problematiche pratiche e molto sentite dall’elettorato, ovvero questioni di tassazione e di occupazione.
Dal New Jersey, una roccaforte democratica, arrivano le notizie più preoccupanti per la Casa Bianca, in particolare se si tiene conto che il Presidente Obama si è speso di persona nella campagna elettorale per il posto da governatore. Il repubblicano Christopher Christie ha sconfitto il mal visto governatore democratico in carica Jon Corzine, diventando il primo conservatore a vincere, in New Jersey, un’elezione di livello statale da dodici anni a questa parte.
Nello Stato di New York, invece, i democratici hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, grazie all’inaspettata vittoria di Bill Owens contro il candidato indipendente e ultra-conservatore Douglas Hoffman. In origine, i repubblicani avevano scelto di candidare la moderata Dede Scozzafava, sostenitrice del diritto all’aborto e dei diritti degli omosessuali. In questo distretto conservatore, che il Partito Repubblicano rappresentava a Washington DC dai tempi della Guerra Civile, la base di destra si è ribellata alla scelta di Scozzafava e ha sostenuto, invece, Hoffman, che si era candidato inizialmente come indipendente. A pochi giorni dal voto di martedì, però, Scozzafava ha deciso di ritirare la propria candidatura, dopo aver capito che non avrebbe mai potuto vincere vista la spaccatura all’interno del proprio elettorato. E, mentre la leadership del GOP si affrettava a sostenere Hoffman, Scozzafava si è, invece, dichiarata più vicina alle posizioni del democratico Owens. Con il Partito Repubblicano diviso, e dopo mesi di lotte interne sia a livello statale che a livello nazionale (anche l’ex-candidata alla Vice-Presidenza Sarah Palin ha insistito per dire la sua in questa competizione elettorale), il Partito Democratico ha finito per conquistare, seppur con un margine ristretto, un insolito seggio alla Camera.
Naturalmente, l’America guarda a questa tornata elettorale 2009 con un occhio alle elezioni midterm che si terranno tra un anno. E, in effetti, dal voto sono emerse alcune indicazioni interessanti sia per i repubblicani che per i democratici.
La lezione dello Stato di New York, in cui la base conservatrice di destra ha preso il sopravvento nel Partito Repubblicano portandolo alla sconfitta, dovrebbe insegnare al GOP che, nonostante molti attivisti di partito desiderino vedere eletti solo candidati cosiddetti “puri”, in realtà il grande elettorato americano, anche conservatore, preferisce candidature e campagne elettorali centrate su temi pratici piuttosto che ideologici, come, ad esempio, quelle vincenti di McDonnell in Virginia e di Christie in New Jersey.
Per quanto riguarda i democratici, e il Presidente Obama; per via dei meccanismi di alternanza propri di una democrazia funzionante, una perdita di voti è fisiologica e prevedibile nelle tornate elettorali che seguono la conquista della Casa Bianca. D’altra parte, il fatto che il partito dell’asinello si sia lasciato sfuggire uno stato come il New Jersey, a dispetto dell’impegno elettorale del Presidente, deve fare riflettere.
Lo stato di salute dell’economia rimane la preoccupazione principale degli elettori americani. Fin qui, l’Amministrazione Obama ha preso molte decisioni difficili, (in particolare investendo grandi quantità di denaro pubblico nel proprio programma di governo), ma di risultati tangibili ancora non se ne sono visti. Questo è vero per quanto riguarda l’ambiente, la sanità, la transizione a un’economia “verde” e “ambientalista”, la riforma dell’alta finanza, l’impegno militare in Iraq e in Afghanistan. Solo il tempo, e in alcuni casi ci vorranno anni, potrà dare ragione al presidente.
Nel frattempo, però, l’Americano medio continua a lottare per salvaguardare il proprio posto di lavoro, o per trovarne uno nuovo dopo avere perso il proprio stipendio durante la crisi dell’anno passato. Purtroppo, mentre è stata registrata una leggera ripresa economica nel terzo quadrimestre del 2009 (il 3,5% su base annua), i dati sull’occupazione non sono altrettanto incoraggianti e sembra sempre più probabile che, almeno per ora, gli Stati Uniti siano avviati verso quella che gli esperti chiamano una “jobless recovery”, ovvero una ripresa economica che non ha effetti positivi sul tasso d’occupazione.

Se questa previsione dovesse rivelarsi accurata, allora la Casa Bianca avrebbe di che preoccuparsi nelle elezioni midterm del 2010. Un elettorato che l’anno prossimo, a due anni dall’elezione di Obama a presidente, non dovesse vedere miglioramenti nella propria condizione economica, finirà, molto probabilmente, per scegliere l’opposizione.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Un anno di politica estera. Barack Obama e il nuovo corso statunitense

Lo scorso novembre, in queste stesse ore, il mondo intero iniziava a chiedersi quali sarebbero state le prime iniziative del nuovo presidente eletto degli Stati Uniti, entrato effettivamente in carica solo dopo la cerimonia d’insediamento del successivo gennaio. Erano in molti ad ipotizzare possibili stravolgimenti sulla scena politica statunitense ed internazionale, confidando, forse un po’ avventatamente, nella presunta intenzione del nuovo presidente di rivedere in profondità le posizioni della precedente amministrazione Repubblicana rispetto a temi piuttosto delicati. Liberando la Casa Bianca dai neo-conservatori, Barack Obama ha innanzitutto spogliato la politica estera statunitense di quei contenuti ideologici che hanno fatto la fortuna politica, dati i due mandati ottenuti, e le disgrazie militari dell’amministrazione guidata da George W.Bush. In primo luogo quindi, con il nuovo presidente è cambiata la visione che gli Stati Uniti hanno del mondo.
Gli ultimi 365 giorni hanno inoltre mostrato all’intera comunità internazionale la volontà della nuova presidenza di avviare un processo di cambiamento d’approccio alle relazioni internazionali che merita di essere analizzato. Barack Obama ha infatti un’idea completamente diversa, rispetto al suo predecessore, di come la Casa Bianca dovrebbe governare un sistema internazionale piuttosto complesso e multidimensionale, in cui non si intravedono potenze in grado di sostituire l’egemone. Pragmatismo, dialogo, fermezza e multilateralismo. Questi i pilastri fondamentali del nuovo corso diplomatico che Obama ha inaugurato subito dopo l’entrata in carica.
Parlare con il popolo musulmano che vedeva negli Stati Uniti il Grande Satana, proporre all’Iran la via del dialogo ufficiale per risolvere pacificamente, trovando magari un percorso condiviso, la questione del nucleare. Tendere la mano ai leader latino americani rimasti scottati dalla presunzione yankee, mostrata da Bush nei progetti economici pan-americani, lasciando al contempo aperta la strada per un possibile disgelo nelle relazioni con Cuba e Venezuela. Favorire il miglioramento dei rapporti con il Cremlino decidendo di sospendere la costruzione dello scudo missilistico europeo tanto inviso alla leadership moscovita. E ancora, gli Stati Uniti e la Cina, due colossi economici fortemente interdipendenti, sembrano essere finalmente consapevoli dell’inutilità di pianificare strategie ostili contro la maggior controparte economica esistente. I debiti statunitensi legati ai crediti cinesi, Washington e Pechino legate quindi da un patto di convenienza economica che difficilmente si romperà nei prossimi anni, forse addirittura nel prossimo decennio. Anzi, entrambi potrebbero invece lavorare per stabilizzare un’arena internazionale sempre più preda di anarchia e interessi specifici che rischiano di dar vita a tensioni profonde e ravvivare questioni latenti rimaste sepolte negli ultimi anni.
Sul primo anno di politica estera targata Obama restano però sospese come due macigni le questioni più importanti per il futuro del presidente. L’opinione pubblica sembra attendere, infatti, un rapido ritiro delle truppe e l’uscita dalla sempre più difficile gestione della zona afghano-pakistana: entrambe le situazioni sembrano poter accelerare ulteriormente il logoramento del rapporto di fiducia tra il comandante in capo e i suoi elettori. In Iraq rimarranno probabilmente impegnate alcune migliaia di soldati a supporto delle forze di sicurezza, mentre in Afghanistan la situazione sembra essere più delicata, dipendente in parte da fattori differenti. Barack Obama ha chiesto agli alleati europei un maggior impegno a sostegno dell’intervento statunitense, per scacciare dalla Casa Bianca l’ombra di un fallimento che sembra farsi sempre più prossimo. L’attuale presidente sta cercando in ogni modo di evitare di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovò Lyndon Johnson poco più di quarant’anni fa. Per scacciare il fantasma della disfatta in stile Vietnam, Barack Obama avrà però bisogno di un’idea migliore che un invio di truppe in un paese che la Storia ha dimostrato essere incontrollabile per una forza di occupazione. E’ troppo presto per dare dei giudizi su quanto fatto dalla Casa Bianca a livello internazionale in questi ultimi dodici mesi, ma bisogna riconoscere che i cambiamenti di tendenza rispetto al passato sono ben visibili. Barack Obama rischia di trovarsi prigioniero di una tagliola lasciata aperta sul suo cammino da George W.Bush: Iraq e Afghanistan sono infatti temi che potrebbero costare all’attuale presidente la futura possibilità di venir rieletto. In chiusura quindi, non potremo sicuramente affermare che il primo anno di presidenza Obama abbia provocato profondi sconquassi nel modo di fare politica estera in uso a Washington; non dobbiamo però dimenticare che molte volte sono i cambiamenti meno fragorosi a portare trasformazioni durature in ambiti poco inclini alle rivoluzioni e al sovvertimento della tradizione.


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Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 6 novembre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Il 22 ottobre l'Amministratore delegato di Expo 2015 Lucio Stanca ha presentato al Comitato esecutivo del Bie (Bureau International des Expositions) di Parigi un resoconto sulle attività della Società, informato sulla progettazione del sito espositivo e illustrato il piano della presenza di Expo 2015 all'Expo 2010 di Shanghai in vista della registrazione da parte del Bie del progetto di Milano e della pianificazione di promozione e comunicazione dell’evento del 2015. Stanca ha inoltre parlato dell'evoluzione della struttura organizzativa della Società dichiarando al termine della riunione: "Il Bie ci ha oggi ribadito che stiamo rispettando i tempi e che stiamo correttamente affrontando le principali questioni organizzative e strategiche. Abbiamo registrato un generale apprezzamento sulle linee guida alla base dello sviluppo del master plan del sito espositivo. Per questo non posso che esprimere piena soddisfazione per le conclusioni della riunione odierna a Parigi".
Un'altra riunione si terrà domani 6 novembre (oggi per chi legge) a Milano con il Segretario generale del Bie, Vicente Gonzales Loscertales.
Il 25 ottobre è circolata la notizia della nascita di un comitato di parlamentari europei denominata “EuroExpo 2015”, un’alleanza trasversale senza confini ideologici e geografici per difendere e valorizzare l’evento del 2015. Il battesimo ufficiale nelle prossime settimane, probabilmente a Bruxelles, alla presenza del Sindaco e Commissario straordinario Letizia Moratti e di Stanca.“Le recenti Expo – ha spiegato Carlo Fidanza, europarlamentare del Pdl, Presidente della Commissione Expo del Comune di Milano, che ha promosso l’iniziativa - hanno dimostrato come non sia sufficiente aggiudicarsi la manifestazione e realizzare avveniristici siti espositivi perché queste riescano. È necessario costruire Expo giorno per giorno, sul territorio come nelle relazioni internazionali, al fine di attrarre a Milano e in Italia investitori e visitatori”. Per questo il gruppo di “EuroExpo 2015” sarà presto esteso anche agli europarlamentari di altri Paesi. Verranno inizialmente coinvolte le città gemellate con Milano (Lione, Francoforte, Cracovia) e i politici che già parlano la nostra lingua o che, per diversi motivi, sono legati all’Italia.

I giorni immediatamente successivi sono stati poi molti tesi in ordine alla copertura finanziaria dell’evento con particolare riferimento in prima battuta alla situazione economico finanziaria della Società in questo suo primo anno di attività.
Il 26 ottobre il Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Roberto Castelli, ha dichiarato: "Il prossimo Cipe dovrebbe vedere l'approvazione della Pedemontana lombarda e delle linee metropolitane M4 e M5" aggiungendo inoltre che “è una sfida che vede gli investimenti per 14 miliardi di euro da realizzare in cinque anni. Non e' mai accaduto in Lombardia che ci fosse un investimento cosi' grande".

Sempre il 26, in base ad un articolo del Corriere della Sera presente in rassegna stampa, dopo il Presidente Podestà anche il Sindaco Moratti ha preso carta e penna e ha scritto a Stanca per sollecitare precise informazioni in ordine al piano economico finanziario della Società e sulle spese di gestione dell’anno in corso. Questa presa di posizione nasce, come ricordato nel nostro precedente aggiornamento, dal fatto che il CdA nell’ultima seduta ha chiesto ai soci un contributo aggiuntivo di 7,2 milioni per ripianare il disavanzo accumulato in questi mesi che si aggi­rerà intorno a 11,6 milioni di euro. Ad oggi ricordiamo che il Governo ha versato 9 milioni e 200 mila eu­ro, la Regione 3 milioni e 100 mila circa, il Comu­ne 2 milioni, la Provincia e la Camera di Commercio 1 milione ciascuno. Il contributo straordinario chiesto ai soci, per evitare di dover ricapitalizzare la società, è quindi di 2,4 milioni di euro per Comune e Regione e di 1,2 per Provincia e Camera.

Ancora il 26 si è aperta la seconda fase di progettazione del sito espositivo; dopo il Concept Plan presentato lo scorso mese di settembre, Stanca ha infatti presentato l'Ufficio di Piano dove sono già al lavoro, da circa un mese, 15 giovani neolaureati in ingegneria ed architettura, coadiuvati da 5 professionisti, per dare corpo al vero e proprio master plan del sito. Gli uffici si trovano alla Bovisa, storica area industriale nella zona Nord Ovest di Milano, sede questa che ha spiegato Stanca è "molto interessante perché riusciamo così a dare un piccolo contributo al nuovo polo della creatività. Vicinissimi al Politecnico l'ufficio e' anche a pochissimi chilometri dal sito ufficiale di Expo". L'intero gruppo è guidato da un giovane architetto, Matteo Gatto, responsabile dell'Ufficio di Piano, e dall'ingegnere Renzo Gorini, direttore tecnico per quanto riguarda l'aspetto di sviluppo del sito.

Il 28 ottobre si è appreso che, da questo mese, Alessandra Borghese - laureata in Business Administration, con specializzazione in Marketing e Management all' Università John Cabot College - collaborerà con la Società di Gestione occupandosi di progettazione culturale e rapporti istituzionali. Erede della famiglia Borghese, vanta un ricco curriculum fra cui l’esperienza come Consigliere speciale per la Cultura e il Turismo dell’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli per il Giubileo del 2000.

Sempre il 28 si è tenuto un incontro presso la sede di Regione Lombardia fra Formigoni e la Moratti (presente anche l’assessore all’urbanistica del Comune Masseroli) dedicato alle risorse per l’evento; alla base un documento presentato nell’ultimo CdA contenente una proiezione dell’impegno finan­ziario dei Soci fino al 2015: questi dovrebbero versare nel 2010 19,2 milioni di euro, 36,1 nel 2011, 124,3 nel 2012, 291,3 nel 2013, 168,2 nel 2014 e 47,1 nel 2015. Un investimento complessivo quindi di 687 milioni di euro, ai quali si aggiungono i 163,3 da destinare al tavolo Lombardia per le infrastrutture.

Per gli anni a venire dovranno essere messe in conto altre anche altre richieste economiche dal momento che la differenza fra i costi di gestione e gli introiti (che per altro arriveranno solo dal 2015) è destinata a lievitare a 212 milioni di euro.
Stanca, interpellato ancora sull' argomento, ha ribattuto deciso: “Una società che avrà le entrate solo dal 2015 è in passivo strutturale per i prossimi anni, dal momento che il 60% delle entrate deriverà dai biglietti, dai diritti televisivi e dalle sponsorizzazioni che arriveranno solo dopo il 2014”. Quanto agli 11 milioni e 600 mila euro di spese preventivate per l’anno in corso, Stanca ha aggiunto che “spenderemo anche meno e ci direte che siamo stati bravi” mentre Podestà ha nuovamente contestato le ripartizioni dei fondi chiesti rispetto ai bilanci e agli impegni già assunti dagli enti locali coinvolti. Ha dichiarato infatti: “è chiaro che ci deve essere un piano industriale e un coinvolgimento del sistema bancario, con le garanzie degli enti locali e del Governo per far fronte agli impegni da affrontare e in questo senso troveremo la modalità”. Ricordiamo infatti che le contribuzioni dei soci sono teoricamente vincolate alle spese per investimenti mentre la gestione è in conto corrente tanto che il documento riservato analizzato il 28 ottobre propone come soluzione di consentire ad Expo una flessibilità nell' uso dei fondi versati dai soci attraverso però una legge apposita. Altra soluzione, per minimizzare le perdite al termine dell' evento, potrebbe essere invece di mettere la Società in condizione di valorizzare il proprio patrimonio immobiliare comprando le aree e rivendendole attraverso un veicolo societario ad hoc.

Il 2 novembre ulteriore vertice al Pirellone tra Sindaco, Governatore e Presidente della Provincia durante il quale si è perfezionato il dossier per la riunione del pre-Cipe di oggi giovedì 5 (ieri per chi legge) e poi del Comitato interministeriale fissata per domani 6 (oggi per chi legge) dove all’ordine del giorno ci sono i finanziamenti previsti per la Brebemi, la Pedemontana, la Tem e le linee M4 e M5. Fumata bianca anche per il contributo straordinario chiesto ai soci per ripianare le passività della gestione attuale. Formigoni ha fatto presente, a conclusione della riunione, che, dopo aprile 2010, scatterà la caccia agli sponsor; ha dichiarato infatti che “la società potrà lavorare per acquisire finanziamenti privati” per alleggerire il peso dei soci pubblici.

In vista della seduta del Cipe di domani (oggi per chi legge) odierna trasferta romana per gli assessori comunali Beretta e Croci finalizzata, oltre alla definizione degli impegni per la riunione del Cipe, anche per un’analisi di fattibilità con il Governo circa la possibilità per il Comune di Milano di derogare al patto di stabilità in relazione alla realizzazione delle infrastrutture per Expo 2015.

Il banco di prova finale resta fissato comunque al prossimo aprile quando il Bie dovrà registrare l'evento, dando ufficialmente il via al progetto e alla possibilità di avviare i contatti per convincere i Paesi a venire ad esporre a Milano.
Segnalo infine l’intervento che l’Ad Stanca ha rilasciato al Corriere della Sera di oggi 5 novembre in risposta ad un articolo del giorno prima del giornalista Giangiacomo Schiavi sulle prospettive legate ad Expo 2015. Si rimanda alla nostra rassegna stampa per entrambi i pezzi.


Altri eventi:

- Il 3 novembre si è tenuto presso la “Cité de l’architecture et du patrimoine” a Parigi l’incontro dal titolo “Milano futura. Dibattito aperto sull’architettura e il progetto sostenibile”. All’incontro promosso da Made Expo in parternship con Expo 2015 Spa hanno partecipato l’Ad Lucio Stanca e gli architetti Stefano Boeri e Mark Rylander.
Alla prossima.

s.florio@libero.it

 



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