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Home » Newsletter n. 187 - 13 novembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 187 – 13 novembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 187.

Buona lettura!
La Redazione




Sommario:

Alessandro Fanfoni
“Per ammazzare un processo, non possiamo ammazzarne centomila”...


Davide Biassoni
L'eterno ritorno del duello fra politica e magistratura


Simone Comi
Barack Obama, il cammino verso la riforma sanitaria e la (ri)conquista dell’Asia


Valerio Pulga
La Banda del buco di bilancio passerà mai alla banda larga?


Raffaele Mauro
Il potere delle idee


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Alessandro Fanfoni
“Per ammazzare un processo, non possiamo ammazzarne centomila”...

Tic tac, tic tac… è impossibile non sentire questo rumore continuo, il leitmotiv, il sottofondo sonoro di questa Seconda Repubblica colma di promesse tradite. Questo tic tac è la bomba a orologeria della giustizia sulla quale è seduto Berlusconi da quindici anni e dalla quale non è – di conseguenza, non siamo nemmeno noi – riuscito ancora a liberarsi. Il ddl sul processo breve approdato ieri al Senato è solo l’ennesimo capitolo di questo braccio di ferro senza fine tra magistratura e Berlusconi: con la prima che, avendo puntato una lente di ingradimento gigantesca sull’attività del Berlusconi imprenditore, lo processa da quindici anni; e il secondo che, da premier, cerca in tutti i modi di non farsi distruggere politicamente dalla giustizia a costo anche di compiere un rovesciamento copernicano dell’assetto giudiziario del nostro paese - rivoluzione sempre promessa, ma mai realizzata. Il punto è proprio questo: Berlusconi ritiene che l’investitura popolare ottenuta attraverso il voto democratico gli conferisca, oltre al diritto-dovere di governare, anche una sorta di salvacondotto rispetto a vicende giudiziarie che interferiscono con il suo mandato. Per questo Berlusconi va cercando disperatamente questo scudo senza successo. Quando lo ha cercato con leggi ad personam, si è gridato allo scandalo appunto per leggi tagliate come un abito di sartoria sulle pendenze del premier; quando lo ha cercato con leggi di sistema, si è gridato all’attentato all’ordine giudiziario, all’assalto all’equilibrio dei poteri della Repubblica. Questa doppia impossibilità a dare una soluzione al problema giustizia di cui Berlusconi è portatore, ha finito per mettere sia le forze politiche che il paese stesso su una strada senza uscita: gli avversari di Berlusconi lo vorrebbero vedere trascinato nel fango da una corposa condanna passata in giudicato; Berlusconi e i suoi sostenitori, naturalmente, vorrebbero mettere al riparo il presidente del consiglio da qualunque azione giudiziaria. Come se ne esce? Bisogna avere più paura della famigerate leggi ad personam – ovvero quei provvedimenti come il lodo Alfano il cui scopo malcelato era di dare protezione a Berlusconi – oppure si deve avere più paura delle leggi erga omnes, come questo ddl sul processo breve, che rischiano di produrre uno sconquasso incalcolabile a una macchina giustizia già in totale affanno  (si parla della fine improvvisa di oltre 100mila processi)? Con l’effetto paradossale, sottolineato dall’efficace battuta di Casini riportata da Folli, che  “per ammazzare un processo, non possiamo ammazzarne centomila”. E allora che fare? Di che morte si vuole morire? Questa situazione di stallo non è forse la prova più lampante di un’epoca, di una stagione politica, che sta ormai consumando il proprio crepuscolo? Non è lo scricchiolare della Seconda Repubblica che rende tutti i rapporti istituzionali e politici sempre più tesi, tesi verso un cambio di sistema? La rissa permanente tra governo, maggioranza e magistratura; il sospetto e la freddezza tra palazzo Chigi e Quirinale; la sfida lanciata al premier da Fini, così come il sempre maggiore potere condizionante della Lega sugli equilibri e la direzione della coalizione; l’oggettiva difficoltà di un Partito democratico che, compiuta la svolta a sinistra, si ritrova ancora una volta assediato da certi riflessi incondizionati - stimolati ad arte dal giustizialismo alla Di Pietro - e dal dovere di compiere un’opposizione responsabile e costruens - essendo peraltro sprovvisto di una radicata e diffusa matrice liberale. Se questi sono i tratti di una “fine d’epoca”, ci sono dei segnali che vanno in controtendenza. Tra questi, la nascita di “Alleanza per l’Italia” rappresenta una scommessa sulla fine del berlusconismo come sistema e contro l’attuale bipolarismo muscolare, rappresenta un’opportunità non solo di innovare l’offerta politica, ma anche di arricchire  lo spettro delle culture politiche  che animano il nostro gioco democratico in senso riformista, liberale, ambientalista, risolutamente post-ideologico, pragmatico, concentrato sulle soluzioni che le sfide della modernità impongono di trovare.


Davide Biassoni
L'eterno ritorno del duello fra politica e magistratura

In principio vi fu Tangentopoli e il terremoto politico-giudiziario che travolse pentapartito e Prima Repubblica: fu così che si parlò di rivoluzione delle procure, con i giudici visti come i veri fautori del cambiamento. Tuttavia, la valutazioni sul loro operato furono divergenti: chi salutò le loro inchieste come un salvifico tentativo di porre fine all'intreccio immorale fra politica e tangenti, chi li accusò di abusare del loro ruolo per perseguire un disegno politico eversivo ai danni della classe dirigente considerata nemica. Indipendentemente dalle opinioni personali sulle inchieste giudiziarie iniziate nel febbraio 1992, queste furono appunto le origini di un nuovo sistema politico-partitico tuttora al centro di una transizione incompiuta. Sì perché i due schieramenti che allora vennero a crearsi, ancora oggi – pur con configurazioni distinte – si trovano al centro di un scontro apro e senza spiragli di riconciliazione. Del resto la discesa in campo di Berlusconi ha cristallizzato il sistema bipolare in due campi opposti e divisi non solo dalle tradizionali questioni politico-ideologiche, ma anche nella valutazione del rapporto fra potere politico e potere giudiziario: da un lato il Cavaliere, e i suoi fedelissimi, sostenitori del teorema delle Toghe Rosse e del complotto di una parte della magistratura (accusata di filo-comunismo) contro il centrodestra; dall'altro, chi accusa il Presidente del Consiglio di essere sceso in politica per sfuggire alle sue pendenze giudiziarie cui opporrebbe un'immunità creata mediante una sequela di provvedimenti ad hoc. Dal decreto Biondi del 1994, alla legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio nel 2001, fino ai più recenti Lodi Schifani e Alfano, tutti questi provvedimenti sono valutati nell'ottica della medesima incomponibile frattura. Dopo l'atteso vertice di mercoledì fra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Camera, si è probabilmente dato inizio ad una nuova puntata della vicenda dal nome “processo breve”. L'obiettivo pubblicamente spendibile è quello di voler ridurre la durata eccessiva dei processi per cui l'Italia è stata spesso biasimata in sede europea: il progetto di fondo è quello di contingentare i procedimenti entro limiti temporali precisi, pena lo scattare della prescrizione (in primo grado, dopo due anni dal rinvio a giudizio e per reati con pene inferiori a 10 anni). Se il principio ispiratore della riforma è sicuramente condivisibile, altri aspetti però rimangono fortemente dubbi: in primo luogo, se si vogliono sveltire i procedimenti, la riforma non può che essere accompagnata da un aumento delle risorse a disposizione del settore giudiziario, con una serie di altri correttivi volti a razionalizzare il settore e a migliorarne l'efficienza; un secondo punto cruciale è l'eventuale retroattività del ddl perché questo significherebbe che un elevato numero di cittadini rischierebbe di vedersi cancellato il processo in corso per decorrenza dei termini: dopo il danno la beffa, si direbbe. In più, e non meno importante, il ddl avrebbe l'effetto di prescrivere i due processi (Mills e Mediaset) che vedono il Cavaliere imputato, il che getta del sale sulla frattura di cui si è detto poc'anzi. Che il leader del PdL riesca a ottenere l'assenso dalle Camere è però ancora da verificare. L'incontro con Fini è stato un misto di luci ed ombre: Berlusconi non è riuscito a strappare al leader di Montecitorio il sì alla vera riforma cui mirava, ossia il taglio dei tempi della prescrizione, ma almeno ha incassato un prudente appoggio sul processo breve che sarà, tuttavia, incardinato prima a Palazzo Madama. I due co-fondatori del PdL rimangono quindi tiepidamente distanti, con Fini apparentemente intenzionato a perseguire la linea di smarcamento dal Premier come già palesato in numerose occasioni. In molti si chiedono quale sia la vera strategia politica dell'ex-leader di AN, a cosa punti, quale sia la direzione cui sta mirando, date per assodate le sue capacità ed intuizioni politiche. Dallo scranno più alto di Montecitorio, potrebbe essersi convinto che il PdL e Berlusconi simul stabunt vel simul cadent, ossia il partito del predellino è invenzione personale del Cavaliere che con il suo indiscusso carisma ha saputo cementificare un'amalgama eterogenea composta da esponenti che nella Prima Repubblica militarono in diversi partiti: DC, PSI, PLI, MSI, e altri. Le vittorie elettorali hanno poi fornito il mastice ad un'organizzazione che si regge sul potere del capo, origine e fulcro del potere. Ma ogni “-ismo” è destinato a tramontare: Fini forse è già cosciente che il PdL non sopravviverà al volere del suo originario creatore e, quindi, si sta già preparando per il post-berlusconismo dove potrà giocare un ruolo di primo piano facendo leva sull'autorevolezza istituzionale guadagnata in questi anni – alla Farnesina, come ora alla Camera dei Deputati – e sulla sua credibilità politica, oltremodo resa più affascinante da un lungo percorso che dalla destra missina potrebbe portarlo, un domani, a Palazzo Chigi.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Simone Comi
Barack Obama, il cammino verso la riforma sanitaria e la (ri)conquista dell’Asia

La missione del presidente statunitense in Asia arriva in un momento abbastanza delicato per l’amministrazione Democratica, impegnata su due fronti ad affrontare battaglie politiche interne e discussioni con leader internazionali per nulla intimoriti da Washington. Se sul lato interno l’approvazione del pacchetto di riforma del sistema sanitario si giocherà in un Senato che sembra essere spaccato in correnti diverse, sul piano della politica estera la visita del presidente in Asia servirà probabilmente per capire se, e come, gli Stati Uniti riusciranno a mantenere una posizione rilevante in una regione sempre più al centro del panorama internazionale.
L’ approvazione definitiva dell’ “Affordable Health Care for America Act” potrebbe portare cambiamenti profondi nel sistema sanitario statunitense: verrebbero estesi ai più poveri i benefici assistenziali forniti dallo Stato, i cittadini sarebbero costretti ad avere un’assicurazione sanitaria per non dover pagare una penale e lo stesso varrebbe per i datori di lavoro nei confronti dei dipendenti, le assicurazioni non potrebbero negare la possibilità di stipulare polizze in ragione dello stato di salute dei cittadini e verrebbe redatto un piano statale per negoziare le tariffe migliori con medici ed ospedali. Dopo una votazione combattuta alla Camera dei Rappresentanti, i voti contrari sono giunti per la maggior parte da parte Repubblicana ma sono stati ben 39 i Democratici che hanno deciso di non votare a favore della proposta di Obama, al Senato si assisterà probabilmente ad una battaglia ancora più aspra, con i Democratici pronti a sostenere compatti il progetto di legge, i Repubblicani che si opporranno con un duro ostruzionismo e gli indipendenti che ancora non sono schierati e il cui voto potrebbe perciò rivelarsi fondamentale. Una sconfitta al Senato da parte dei Democratici potrebbe portare a tensioni intra-partitiche, capaci di spaccare un Partito composto da più anime in perenne attrito tra loro. Al momento dovrebbero esserci i 60 voti necessari per trasformare in legge il progetto presentato dalla Casa Bianca anche in caso di ostruzionismo da parte dei Repubblicani. Non si può però escludere a priori la possibilità che qualche senatore Democratico decida di non appoggiare la proposta, preoccupato da possibili ripercussioni sul voto degli elettori alle prossime elezioni per il rinnovo di un terzo del Congresso. Harry Reid, capogruppo dei Democratici al Senato, e Barack Obama si sono detti comunque fiduciosi, ma la battaglia si preannuncia essere dura, segnata da possibili tensioni intra-partitiche tra i Democratici e soprattutto caratterizzata da un risultato che sarà probabilmente incerto fino allo scrutinio.
Al momento in Asia la posizione statunitense non sembra essere messa in discussione, l’ombrello atomico statunitense continua ad essere una garanzia per la sicurezza di Corea del Sud, Taiwan e Giappone (potenza atomica solo nominale). Nella regione Washington svolge inoltre un ruolo fondamentale di supporto a quei governi che non sono in grado di combattere efficacemente il terrorismo internazionale. D’altra parte, però, il presidente statunitense si presenta agli alleati asiatici in un momento di difficoltà economica che non conosce precedenti, gli Stati Uniti sono infatti il paese più indebitato del mondo e i maggiori creditori sono proprio Giappone e Cina. Il discorso che Obama terrà in Giappone rivelerà probabilmente quale sarà il futuro approccio degli Stati Uniti alla regione ma sarà a Pechino che si terranno le discussioni più interessanti rispetto a temi come il debito estero statunitense e gli squilibri commerciali. Secondo alcuni analisti ed osservatori la partecipazione di Barack Obama al vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) di Singapore, in cui verrà discussa la necessità di una strategia di crescita equilibrata, potrebbe portare novità di rilievo nei rapporti tra gli Stati Uniti e alcuni dei maggiori paesi dell’area. Difficilmente queste previsioni troveranno conferma; sebbene l’APEC sia infatti uno dei maggiori consessi regionali, in cui sono riunite le potenze asiatiche, gli Stati Uniti e la Russia, la Casa Bianca sarà probabilmente chiamata a concentrare maggiormente l’attenzione sull’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN) più Cina, Giappone e Corea del Sud (ASEAN + 3). Dovrebbe essere questo, infatti, il foro di dialogo in cui verranno prese, nel prossimo futuro, le decisioni realmente rilevanti per la regione. Barack Obama ribadirà probabilmente nei prossimi giorni la volontà statunitense di rimanere un punto di riferimento per i paesi della zona asiatica, resta da capire come affronterà Washington nel prossimo futuro la nuova realtà politica giapponese e quella economica cinese. Con l’ascesa al potere del Partito Democratico guidato dal premier Yukio Hatoyama potrebbero infatti cambiare i rapporti politici con Tokyo mentre la Cina, destinata a diventare la seconda potenza economica mondiale, potrebbe erodere gran parte dell’influenza economico-politica statunitense nella regione.

 

simonecomi@hotmail.com      
http://simonecomi.blogsome.com

 


Valerio Pulga
La Banda del buco di bilancio passerà mai alla banda larga?

Con l’annuncio di rinvio dello stanziamento dei fondi per la banda larga dato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Gianni Letta, si è riaperto il dibattito sul livello tecnologico dell’Italia, paese appena posizionato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) al 6° posto dei paesi più ricchi. Non soffermandoci ora su questo dato che dovrebbe essere analizzato accuratamente ed interpretato, è doveroso fare alcune riflessioni sul problema della tecnologia in Italia e in particolare sulla banda larga quale fonte di nuova ricchezza e di posti di lavoro.L’analisi del problema deve però partire da una riflessione e da alcune domande su cosa voglia dire tecnologia in Italia e se si sa quali siano i benefici del suo utilizzo. L’Italia è un paese tecnologicamente arretrato solo perché non ha la banda larga? L’italiano medio si sente svilito nella sua natura di italiano senza di essa? L’italiano medio sa cosa sia? Quanti italiani si collegano ad internet indipendentemente da essa? L’italiano medio considera il nostro paese tecnologicamente arretrato? Sarebbe fondamentale rispondere a queste domande prima di iniziare ad argomentare dettagliatamente un problema che già nei termini utilizzati dai non addetti ai lavori crea confusione. Iniziando dalla definizione di banda larga possiamo scoprire che nella legislazione italiana ed europea manca una definizione ufficiale. In origine si parlava di banda larga per definire una trasmissione di più dati simultaneamente al fine di aumentare la quantità di informazioni trasmissibili; ora, invece, con lo stesso termine per lo più si fa riferimento ad una connessione più veloce di quella assicurata da un normale modem. Il disorientamento aumenta quando si scopre che, secondo la definizione originaria, a banda larga trasmettono anche i modem a 56Kb/s. A questo smarrimento teorico si aggiunge quello pratico nel momento in cui l’ ITU-T (International Telecommunication Union - Telecommunication Standardization Bureau) definisce a banda larga una capacità trasmissiva maggiore a quella dell’attuale rete ISDN (Integrated Services Digital Networ),cioè 2 Mbit/s in Europa, ma i maggiori server provider vendono come tale la velocità di 256kb/s! Ciò che viene detto è poco chiaro, ma per lo più l’italiano medio non va alla ricerca di risposte laddove il dibattito politico risulta astratto e lontano dalla propria vita quotidiana. E’ qui che si va a sbattere contro il vero problema della banda larga: che ci sia o no, a molti italiani oggi non cambia la vita perché non hanno la possibilità di utilizzare  l’attuale struttura di internet! Risulta chiaro dalle statistiche sulla diffusione di internet sul territorio, da quelle sulla distribuzione nella popolazione e da quelle sull’utilizzo in base all’età (http://web.mclink.it/MC8216/dati/dati3b.htm; http://web.mclink.it/MC8216/dati/dati3.htm) che nell’impiego di questo fondamentale mezzo di comunicazione siamo ancora un paese “arretrato”. Questa distanza culturale da internet  comporta l’incapacità di valutare le potenzialità della banda larga: in Inghilterra il passaggio ad essa è stato valutato in quanto strumento per incrementare il PIL! Nell’ articolo di Marco Sodano su La Stampa.it leggiamo che il governo di Gordon Brown, dopo aver commissionato una ricerca a Pricewaterhouse Coopers, ha investito 200 milioni di sterline calcolando che collegando le famiglie oggi escluse, la collettività risparmierebbe 1 miliardo di sterline in 12 mesi e 22 miliardi in qualche anno. Il governo inglese risparmierebbe 900 milioni se la gente interloquisse con la pubblica amministrazione on-line!I dati non parlano da soli, ma urlano … a tal punto che anche Brunetta li ha sentiti! Il passaggio alla banda larga è complesso e strutturato ma consentirebbe servizi quali la normale navigazione in Internet, la TV via cavo, la web TV, la multivideoconferenza e la ricezione/trasmissione di filmati ad altissima qualità in tempo reale e a schermo pieno. Gli strumenti a disposizione sono per lo più due: fibre ottiche e wi-fi. Entrambi consentirebbero prestazioni nettamente superiori agli attuali mezzi (doppino telefonico analogico in rame, ISDN, ADSL) raggiungendo una velocità di trasmissione 8 volte superiore con il wi-fi e sino a 100 con le fibre. La soluzione ottimale sarebbe il totale cablaggio con fibre ottiche in quanto il wi-fi ha una capacità e velocità minori e soprattutto una copertura di territorio troppo limitata: ciò determina che possa essere utilizzato solo per coprire il tratto finale e che la tratta principale debba essere costituita dalla fibra ottica. Il problema fondamentale del cablaggio è il costo. Diversi investitori hanno calcolato che l’esborso immediato è altissimo (10 miliardi per l’intero paese) e che non vi sarà un rientro assicurato ed immediato dei capitali soprattutto considerando quanto già detto in precedenza: il pubblico degli utenti non ha mostrato un forte interesse per i servizi che offrirebbe la fibra. In merito ai costi,tuttavia, bisogna tenere presente che in Italia la rete attuale (doppino in rame) è stata terminata negli anni ’60 e ha dunque un invecchiamento di almeno 40 anni; inoltre tale rete ha bisogno di una manutenzione costante e costosa (es. evitare infiltrazioni e continua cura del rivestimento del cavo) cosa di cui la fibra non ha bisogno. Tali costi potrebbero essere in parte sopportati dalle società che distribuiscono i servizi: ciò però riporta al problema della proprietà della rete telefonica. Telecom non vuole finanziare dei costi su una rete il cui accesso dovrà essere concesso alle società concorrenti; dunque si dovrebbe creare una società che gestisca le infrastrutture. Il problema però è che Telecom vorrebbe un indennizzo per la struttura oggi esistente! Il risultato è la situazione attuale: gli altri paesi valutano con ricerche e studi i pro e i contro e poi agiscono in modo coerente ai risultati. In Italia senza alcun tipo di ricerche e studi si agisce coerentemente alla mentalità italiana: no ad una banda larga poco visibile agli occhi ignoranti degli italiani e via libera ad un inutile ma “ingombrante” ponte sullo stretto!

huntervl@katamail.com


Raffaele Mauro
Il potere delle idee

Le “idee”, da millenni oggetto della ricerca filosofica, sono da alcuni anni al centro della riflessione economica. Una serie di fattori mostrano come, nel mondo attuale, il loro potere trasformativo stia aumentando progressivamente: viviamo all’interno di un paradigma produttivo basato sull’informazione e la conoscenza, dove le innovazioni tecnologiche permettono di condividere e modificare costrutti cognitivi su una scala impensabile fino qualche anno fa.
L’importanza della creatività in ambito economico e tecnologico è nota da secoli, anche se nel corso del ‘900 è stata enfatizzata in modo più marcato: si pensi alle teorie del ciclo economico e dell’imprenditorialità di Schumpeter o, con una forma radicale, nei romanzi di Any Rand. Negli ultimi trent’anni, questo processo ha subito una discontinuità, portando alla comparsa di riferimenti sempre più espliciti alla centralità delle nuove idee: la teoria della crescita endogena (
http://en.wikipedia.org/wiki/Endogenous_growth_theory) e le teorie del capitale umano nell’ambito della teoria economica, la teoria della “classe creativa” nella sociologia e negli urban studies, il “big thing” e l’enfasi sull’imprenditorialità negli studi di business administration, etc.
La nuova consapevolezza della potenza legata alle idee deriva da due cause fondamentali: l’evoluzione tecnologica e l’esistenza, in alcune zone del pianeta, di una forma particolare di capitalismo che incentiva fortemente le innovazioni. La miscela esplosiva è costituita da una combinazione di innovazioni tecno-scientifiche (computer, reti, etc.) di innovazione finanziaria (venture capital, business angels, etc.), innovazione nelle politiche pubbliche (supporto allo sviluppo del capitale umano, creazione di research universities, finanziamento pubblico della ricerca scientifica) e da una cultura capace di favorire il rischio e l’apertura mentale. Capire questi aspetti è molto importante nel contesto italiano, per capirne i limiti e le potenzialità, come sostiene Mario Calabresi in un interessante intervento nel Working Capital Camp http://www.youtube.com/watch?v=mAIo2MJ4ono
Come sottolineano alcuni osservatori attenti, ad esempio Sarah Lacy (http://www.amazon.com/Once-Youre-Lucky-Twice-Good/dp/1592403824), dietro l’iper-ottimismo e la retorica della “new economy” c’era un processo storico di natura molto profonda, che non si è fermato con la bolla delle aziende dot-com. Oggi ne vediamo gli effetti: tutte le organizzazioni di successo sono a “caccia di innovazioni”, che siano prodotti o business model, utilizzando in modo crescente la griglia di opportunità generate da Internet. In particolare, possiamo notare come alcune tecnologie informatiche (velocità dei processori, numero di transistor per CPU, capacità di memoria, bit totali spediti) stiano sperimentando da alcuni decenni una curva di  crescita esponenziale.
Come per altri fenomeni espansione descritti dalla curve a “S” di Lotka-Volterra, molti processi di evoluzione tecnologica incontreranno dei limiti di natura fisico-chimica o legati alla complessità intrinseca. Non è necessario giungere alle conclusioni estreme di Ray Kurtzweil (http://singularity.com/) per capire che, comunque, si tratta di un fenomeno impressionate. In molti ambiti di lavoro, nei prossimi dieci anni, sarà necessario prepararsi per le conseguenze e gli shock legati alla presenza di una enorme capacità elaborazione, memorizzazione e trasmissione di informazioni. Alcuni settori, come è accaduto recentemente quello della musica, verranno rivoluzionati. Interi campi conoscitivi, la medicina o la farmacia, si trasformeranno sempre più in “tecnologie dell’informazione”, modificando le professioni correlate.  Come conseguenza di tutto ciò, dobbiamo prendere atto che il sistema tecno-economico globale è sempre più sensibile: ad esempio, le innovazioni nell’uso sociale delle tecnologie hanno oggi una capacità di diffusione rapidissima, possono portare a modificare in breve tempo il nostro modo di vivere e di lavorare. Youtube è nato tre anni fa, Facebook poco prima, Google dieci anni fa.
Se si vuole avere un impatto sul mondo, in ambito politico, economico o culturale, è importante non stare a guardare: il futuro è imprevedibile, ma alcuni di questi trend sono piuttosto robusti ed è possibile osservare da vicino la loro evoluzione. Anche in questo caso, il contesto sarà aperto: i processi di sviluppo possono essere indirizzati in modo diverso, il futuro può essere subito passivamente oppure affrontato in modo pro-attivo. Traiamo le dovute conseguenze, guardiamoci intorno e iniziamo a creare idee innovative.

raffaele.mauro@phd.unibocconi.it




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