Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 188 - 20 novembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 188 – 20 novembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 188.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che sono aperte le iscrizioni alla VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica.
Per informazioni e per iscrizioni clicca qui.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
The importance of being Massimo D’Alema


Davide Biassoni
Crisi nel PdL e tentazione di elezioni anticipate


Simone Comi
Stati Uniti e Cina, possibile parlare di un vero G2?


Luca Rossetti
Climate change: possibile una exit strategy?


Valentina Pasquali
Salute e politica nell’America di Obama


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 20 novembre 2009


Visualizza versione stampabile




Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
The importance of being Massimo D’Alema

Che l'Europa abbia scelto un ministro degli esteri di un paese (stiamo parlando dell’abile Gran Bretagna...) che non è nemmeno membro dell'Euro - quando oggi più che mai potenza economica e potenza politica sono indistinguibili -, che l'Europa abbia scelto due figure in ogni caso poco forti e poco rappresentative (il premier belga Herman Van Rompuy nominato presidente stabile dell'Ue, la commissaria Ue al commercio estero Catherine Ashton nominata Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione e vicepresidente della Commissione europea), tutto ciò è una triste lezione, l'inizio azzoppato della nuova Unione Europea che decide a Lisbona la nascita di due nuove cariche di primissimo piano, solo per poi suicidarle al momento della nomina.

Tali indicazioni politiche a capo della UE, benché definitive, sono la dimostrazione che il peso e gli interessi degli Stati nazionali - che in Europa contano - valgono più dell’interesse generale dell’Europa. Insomma, quando Gran Bretagna, Germania e Francia (non) vogliono che qualcosa accada, quel qualcosa (non) accade. L’idea di Europa così come auspicata da tutti coloro che pensano alla UE come entità politica a tutto tondo è rinviata. A quando non si sa. Per ora rimane ancora un’ipotesi poco realistica. Per il futuro staremo a vedere.
Venendo alla questione in chiave domestica, dobbiamo chiederci: ma questo Massimo D’Alema, autorevole esponente della maggior forza dell’opposizione, il PD, è proprio quello statista abile che molti (anche taluni avversari) riconoscono in quanto tale? Vediamo la strategia: la candidatura di D’Alema (da lui fortemente caldeggiata…), solo alcune settimane fa era stata data come definitiva proprio dal Partito Socialista Europeo - in parte, anche in quanto riconoscimento dell’adesione ‘convinta’ del PD alla famiglia politica del socialismo europeo. Una scelta, quest’ultima, molto sollecitata e condivisa da quella parte del PD che fa capo all’attuale segretario e al suo mentore, per l’appunto D’Alema. Poiché l’indicazione spetta ai governi in carica, Silvio Berlusconi ha volutamente accettato che il candidato ‘lepre’ fosse D’Alema, giustificando l’indicazione anche in virtù dell’alto prestigio internazionale e della sua ottima (?) performance come ministro degli Esteri nel II governo Prodi. Insomma, mentre Berlusconi doveva solo pazientare per vedere il cadavere passare, il povero D’Alema - oltre alla beffa di non essere indicato come Mister Pesc proprio dal suo PSE - dovrà essere riconoscente sine die al Presidente del Consiglio, pur non avendo centrato l’obiettivo… .
Ci permettiamo di ricordare una delle tante massime: tanto va la gatta al lardo...





Davide Biassoni
Crisi nel PdL e tentazione di elezioni anticipate

Concepito tramite un'iniziativa estemporanea quanto inattesa, con il proclama pronunciato dall’ormai celebre predellino di Piazza San Babila a Milano, il Popolo della Libertà sta vivendo la sua prima rilevante crisi interna. E con essa, va da sé il malessere diffuso nell’intera alleanza di centrodestra, seppure questa disponga di un’ampia maggioranza di seggi in entrambi i rami del Parlamento. Nella sua quintessenza, il PdL è una formazione politica a potere gravitazionale carismatico, con una dinamica interna centripeta che tende a convergere per mezzo dell’appeal di Silvio Berlusconi. In particolare, come si è visto con particolare nettezza nell'ultimo periodo, è cruciale la necessità di un legame diretto fra leader e popolo, periodicamente riattivato per rinvigorirne la sintonia: questo non è solo un meccanismo fondativo, ma anche una componente ritualistica e vitale con il leader nel ruolo di “io collettivo”, di “super-ego”, dei propri elettori. Non è un caso, infatti, che nel momento in cui l’area vicina al Presidente della Camera abbia dato esplicita voce al proprio dissenso, si sia brandita la possibilità (reale o presunta) di un ritorno anticipato alle urne per verificare il verdetto dei cittadini. Tuttavia, questa logica si basa sul meccanismo in base al quale le urne, mediante un plebiscito, possano spegnere le diatribe di palazzo restaurando l’ordine. Il voto perciò svolgerebbe una funzione salvifica e purificante, come un rituale “mistico” che si vorrebbe in grado di affrancare il Premier anche dalle proprie pendenze giudiziarie. Il medesimo schema è stato applicato verso il conflitto d’interessi del Cavaliere, problema ormai archiviato poiché si presuppone “risolto” dal voto popolare. Il teorema attuale è quindi semplice: se il Cavaliere ha vinto (e stando ai recenti sondaggi rivincerebbe) le elezioni, allora ha diritto a governare senza l'ingerenza né della magistratura, né dei legacci e laccioli di alleati e colleghi di partito non allineati. Certamente, dal punto di vista democratico, la maggioranza ha il pieno diritto/dovere di governare, ossia di porre in atto quel programma sanzionato vincente dalle urne. Ciò nonostante, nessun governante – di destra o di sinistra – è mai legibus solutus, ossia sopra le leggi, ergo nessun affrancamento giudiziario è possibile tramite elezioni. Ma c'è un secondo aspetto per nulla secondario: una formazione politica come il PdL ha nel carisma il suo punto di forza, ma anche il tallone d'Achille. Anzi, due: la successione al leader rischia di corrispondere alla scissione del partito stesso e, in secondo luogo, il carisma del fondatore non può essere indebolito da dissensi interni. Infatti, un'organizzazione accentuatamente piramidale non riesce a reagire con flessibilità e prontezza all’emergere dell’eterogeneità interna, data la rigidità congenita che lo espone a rischi notevoli di frantumazione. La linea laica-istituzionale di Fini sta quindi aprendo una ferita profonda nel PdL, tanto che i “falchi” del partito spingono per un ritorno alle urne onde ottenere una nuova incoronazione del Cavaliere e, di lì, riportare i quadri alla stretta osservanza del verbo berlusconiano, in una riattivazione della linfa vitale del partito monolitico stesso. Nel frattempo, la Lega Nord sta alla finestra, pur con un occhio di riguardo per il Presidente del Consiglio, soprattutto in vista del vero traguardo anelato da Bossi, ossia la riforma costituzionale federale. E non si dimentichi la partita delle Regionali la prossima primavera: lo scenario più plausibile è quello di un Carroccio ferreo alleato di Berlusconi in Parlamento, con l'intento di strappare la candidatura a Governatore almeno in Piemonte e Veneto, mentre il Cavaliere potrebbe cogliere l’occasione per trasformare (come nel 2000) la consultazione nell'ennesimo referendum sulla sua persona, evitando le incognite di una crisi di governo il cui esito sarebbe tutt'altro che scontato.

biassoni_davide@yahoo.it


Simone Comi
Stati Uniti e Cina, possibile parlare di un vero G2?

La visita di Barack Obama in Cina ha chiarito in maniera definitiva e piuttosto esplicita quali potenze guideranno l’economia mondiale nei prossimi anni. Obiettivo primario di Stati Uniti e Cina sarà di  mantenere entro binari certi quel corso economico che è deragliato nell’ultimo biennio a causa della crisi. Il tour asiatico di Obama non sembra aver però raccolto consensi al di qua del Pacifico: in patria il presidente statunitense è stato attaccato duramente da più fronti e commentatori di entrambi gli schieramenti politici hanno criticato le posizioni diplomatiche e le dichiarazioni pronunciate davanti ai leader cinesi. Anche i giornali non hanno risparmiato dure accuse alla Casa Bianca, definendo la missione deludente nei toni e arrendevole nell’approccio a quella che viene considerata la nuova superpotenza in ascesa. La risposta del portavoce presidenziale è stata piuttosto ironica: Robert Gibbs ha infatti precisato che nessuno dei partecipanti agli incontri si aspettava l’apertura delle acque come nel passo biblico in cui Mosè attraversò il Mar Rosso. A parte la delusione di coloro i quali attendevano il viaggio di Obama in Cina come un evento di tipo messianico, la visita sarebbe anzi da considerarsi soddisfacente per la varietà di temi discussi e la possibilità di confronto tra i leader delle due maggiori economie globali.
Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo.
Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due paesi,  questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.
Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio. L’attuale strategia del nuovo presidente risulta poco chiara a molti dei suoi connazionali, probabilmente in difficoltà ad accettare che gli Stati Uniti non sono più considerati all’estero, e da considerare in patria, il faro destinato ad illuminare il mondo. Allo stesso tempo, però, questa frattura voluta da Obama rispetto ad un passato ancora troppo prossimo, potrebbe rilanciare a livello globale la Casa Bianca. Come interlocutore primario in caso di situazioni di crisi e ancor più nel ruolo di baricentro globale di un sistema che sta andando verso una multipolarità, di tipo macroregionale, a noi ancora sconosciuta.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Luca Rossetti
Climate change: possibile una exit strategy?

Ancora una volta si mette in scena un copione penoso in tre atti: 1) annuncio di un vertice internazionale, 2) sollevarsi di grandi attese, 3) risultati pochi o nessuno. In questo caso la delusione è giunta in anticipo, già da Singapore in occasione del vertice delle nazioni dell'Asia-Pacifico (Apec). Barack Obama e Hu Jintao hanno, infatti, sancito l'improbabilità di un risultato positivo a Copenaghen. In questo quadro l'asse Washington-Pechino ha relegato in un ruolo di secondo piano l'UE con Michael Froman, consigliere di Barack Obama, che ha dichiarato: "C'è stata la constatazione da parte dei leader che è irrealistico attendersi un accordo entro 22 giorni. Lo stato dei negoziati ha portato ad escludere la possibilità di un'intesa in tempi così ravvicinati. Ma è importante che la conferenza di Copenaghen si tenga, sarà comunque un passo avanti".
Copenaghen, è bene ricordarlo, è il 15° appuntamento della Conferenza tra le parti sul climate change (1995 Berlino, 1996 Ginevra, 1997 Kyoto, 1998 Buenos Aires, 1999 Bonn, 2000 l’Aia, 2001 Marrakech, 2002 New Delhi, 2003 Milano, 2004 Buenos Aires, 2005 Montreal, 2006 Nairobi, 2007 Bali, 2008 Poznan). I precedenti vertici hanno disegnato un percorso contraddistinto da continui stop and go in un contesto di sostanziale immobilismo fatta eccezione per Kyoto con il varo Protocollo: scelta tanto contestata quanto punto fermo di ogni altra discussione.
Le scelte asiatiche di Obama negli Stati Uniti sono state interpretate come “bicchiere mezzo pieno” mentre in Europa sono state fotografate come “bicchiere mezzo vuoto”. Molteplici sono le letture delle mosse dell’inquilino della casa bianca:
1) un realistico annuncio dell'impossibilità di procedere verso risultati significativi nell’ottica di continuare a perseguire un accordo in tempi più lunghi;
2) il frutto della situazione interna degli States visto che il progetto di legge per imporre un tetto alle emissioni di CO2 non avanza al Senato per la delicata compresenza della riforma sanitaria è per il ruolo dei gruppi industriali che stanno facendo sempre più pressione;
3) un segnale che è sempre più inevitabile coinvolgere tutti i principali attori dell'arena internazionale altrimenti qualsiasi accordo sarà vanificato e difficilmente difendibile politicamente e attuabile, economicamente e socialmente, nei diversi paesi;
4) come una manifesta debolezza di Obama nonostante i ripetuti richiami alla centralità del tema perché il suo agire è troppo ispirato da un multilateralismo accomodante attento a non scontentare mai nessuna grande potenza o paese emergente. Un agire che ha fatto scrivere laconicamente a Zucconi che “Obama vorrebbe, ma non riesce”.

Alla luce di tutto questo credo che intorno al climate change varrebbe la pena porsi l’obiettivo, anzitutto da parte dell’Europa (saprà parlare con una voce sola?), di portare a casa risultati possibili, anche se non adeguati rispetto alle attese, piuttosto che continuare solo a perseguire un accordo più avanzato. Detto altrimenti meglio un'intesa su alcune azioni immediate unita ad un accordo per la calendarizzazione del varo di un nuovo trattato, legalmente vincolante, che succeda a quello di Kyoto.
In maniera complementare rispetto a questa logica è auspicabile che si imponga nei fatti una exit strategy con due binari:
1) dai livelli locali, quelli nei quali si scaricano i risultati ambientali, economici e sociali più nefasti di questa incapacità d’azione della comunità internazionale, si proceda a ritmo serrato sul fronte dell’efficienza energetica e del contenimento delle emissioni di CO2, in primis nell’edilizia e nei trasporti;
2) alcuni paesi virtuosi si ritaglino sempre più un ruolo di primo piano  facendo crescere la green economy acquisendo in questo modo un vantaggio competitivo e facendo così da traino per altre economie.
Il tutto nella speranza che la lentezza della politica non ci condanni a scenari climatici apocalittici.

rossetti70@gmail.com


 


Valentina Pasquali
Salute e politica nell’America di Obama

Mentre Obama conclude in Corea del Sud il proprio lungo viaggio in Asia, da Washington arrivano segnali incoraggianti a proposito della riforma sanitaria. Il Senatore Harry Reid del Nevada, leader della maggioranza democratica, ha presentato mercoledì una proposta di legge che, nelle promesse, dovrebbe estendere la copertura assicurativa a 31 milioni di americani che oggi ne sono privi e, al contempo, contribuire a ridurre il debito pubblico nazionale.
Secondo Reid, il Patient Protection and Affordable Care Act, come è stata chiamata la proposta di legge, verrebbe a costare 848 miliardi di dollari su dieci anni (sotto il tetto dei 900 voluto da Obama), ma dovrebbe consentire al governo americano di ridurre il deficit di 130 miliardi entro una decade, grazie all’introduzione di nuove tasse. Il testo di legge proposto dai democratici al Senato comprende, come novità assoluta, l’idea di un’imposta del 5% sulle procedure di chirurgia estetica non necessarie, ovvero quelle che non siano dettate da conseguenze traumatiche di incidenti automobilistici o da malformazioni genetiche al corpo.
La proposta della leadership democratica al Senato è simile al testo di legge già passato dalla Camera dei Deputati, anche se rimane, fin qui, meno restrittiva sull’interruzione di gravidanza, tema che, alla Camera e tra gli attivisti, ha finito per creare una spaccatura interna al Partito dell’Asinello.
Nella riforma pensata da Harry Reid è compresa anche una forma di “opzione pubblica”, ovvero una assicurazione sanitaria gestita dal governo che competerebbe sul mercato con quelle private. Agli stati dell’Unione, però, è concesso il diritto di sganciarsi da tale “opzione pubblica” con il passaggio di una legge opportuna.
Obama ha applaudito, dall’Asia, il lavoro dei colleghi democratici al Senato. La proposta presentata alla stampa mercoledì sera deve ora passare un doppio test. Innanzitutto, dovrà essere approvata da tutti e 58 Senatori democratici più i due Senatori indipendenti che, normalmente, votano a sinistra. Solo allora comincerà il vero e proprio dibattito parlamentare con la controparte repubblicana, che già si prevede difficile. I Senatori del GOP (Partito Repubblicano), infatti, hanno promesso battaglia, dichiarando che faranno di tutto per opporre una misura che, secondo loro, equivale a un intollerabile espansione dei poteri del governo. “Sarà una Guerra Santa”, ha dichiarato il Senatore Orrin G. Hatch, dello Utah.
Intanto, in America è scoppiata un’altra polemica a sfondo sanitario. Una commissione ministeriale tecnica composta di 16 esperti medici (U.S. Preventive Services Task Force), ha pubblicato uno studio che conclude che non è necessario, ma anzi può essere rischioso, che le donne di meno di cinquant’anni si sottopongano a mammografie di routine.
Tanti in America trovano le conclusioni raggiunte dalla U.S. Preventive Services Task Force inaccettabili, e sospettano che ci sia un collegamento tra la tempistica della pubblicazione di questo studio e il dibattito in corso sulla riforma sanitaria, e che i colossi assicurativi privati abbiano avuto una qualche influenza sulle riflessioni dei medici in commissione. Oggi, quarantanove stati dell’Unione impongono alle assicurazioni private di rimborsare ai clienti i costi delle mammografie, ma tale garanzia potrebbe venir meno se i risultati di questo studio dovessero essere considerati dal Congresso nel passaggio della riforma sanitaria. In generale, si pensa, le società di assicurazione risparmierebbero, se una procedura come la mammografia non dovesse più essere effettuata con la stessa frequenza.
Sia la Casa Bianca che il Ministro della Salute Kathleen Sebelius, per ora, hanno dichiarato che le conclusioni della Task Force non avranno effetto sulle politiche sanitarie nazionali, mentre tutte le più importanti associazioni mediche del paese incoraggiano le donne a continuare a sottoporsi a mammografie con la solita frequenza.
L’intreccio fra salute e politica è sempre più il cuore del dibattito pubblico in America.

valentina.pasquali@gmail.com


 


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 20 novembre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Il 5 novembre si è registrata la dichiarazione alquanto polemica dell’AD Stanca che, in risposta alla sollecitazione dei Consiglieri della Commissione Expo di Palazzo Marino – avvenuta durante l'audizione dedicata agli accordi di cooperazione internazionale di fornire maggiori informazioni su progetti e attività della Società di gestionechiedendo di pubblicarle on-line -, ha così seccamente risposto: “Pubblicare gli sviluppi del progetto sul sito espositivo di Expo 2015 mentre i lavori sono ancora in corso d'opera e' la ricetta per il fallimento” spiegando ancora che ''al momento stiamo lavorando per trasformare il dossier di candidatura in un piano che una volta finito sarà ovviamente pubblicato sul sito che sarà lo strumento principe della promozione di Expo…soltanto quando il piano sarà terminato semmai lo sottoporremo al giudizio della comunità''.
Quindi il 6 novembre il Cipe ha finalmente approvato una serie di progetti fortemente connessi all’Expo 2015 quali le metropolitane M4 ed M5 di Milano - i cui cantieri apriranno nella primavera del 2010 mentre il termine dei lavori è stabilito entro il 2014 -, la Pedemontana - con inizio lavori a gennaio del 2010 - e la Tangenziale est di Milano su cui sono previsti interventi dal 2011 al 2013.
Gli investimenti complessivi per la M5 saranno di 1,338 miliardi di euro di cui 557 milioni per la prima tratta da Bignami a Garibaldi e 781,8 milioni per la seconda da Garibaldi a San Siro. Gli investimenti complessivi per la M4 saranno di 1,699 miliardi di euro di cui 789 milioni per la prima tratta da Lorenteggio a Sforza Policlinico e 910 milioni per la seconda da Sforza Policlinico a Linate. Entrambe le nuove linee saranno finanziate attraverso il meccanismo del project financing che prevede una divisione dei finanziamenti tra Stato, Comune e società private scelte mediante gara. Gli investimenti per la realizzazione delle nuove linee ed i prolungamenti di quelle esistenti comporteranno investimenti per 3,59 miliardi di euro. Al 2015 la rete metropolitana milanese - grazie anche agli investimenti approvati - passerà dagli attuali 76 km e 88 fermate a 140 km e 110 stazioni.
Grande soddisfazione del Sindaco Letizia Moratti per i risultati ottenuti: “Ringrazio il Governo, in particolare il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli, e il vice Ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Roberto Castelli. Il Governo ha concesso a Milano – ha spiegato il Sindaco – lo stanziamento dei finanziamenti necessari per i suoi progetti futuri, strategici per lo sviluppo della città" aggiungendo che “i soci della società Expo 2015 spa si sono riuniti oggi e hanno espresso grande soddisfazione per i risultati ottenuti dal tavolo del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica”. I soci hanno anche preso atto dell’attività di Expo 2015 Spa e hanno programmato la partecipazione alla prossima Assemblea generale del Bie che si terrà a Parigi il prossimo 24 novembre.
Nella nostra rassegna stampa, è riportato l’elenco delle opere approvate dal Cipe e un dettaglio di quelle connesse ad Expo 2015.
"Sono molto soddisfatto - ha dichiarato il presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni -. Ho dovuto lottare una volta di più perché all'ultimo istante c'è stata l'obiezione di qualche ministro, ma ho parlato con il presidente del Consiglio, Berlusconi, poi con il sottosegretario Gianni Letta e con il ministro Matteoli: alla fine abbiamo portato a casa tutto quello che ci serviva e tutto quello per cui in Regione Lombardia abbiamo duramente lavorato".
Il 9 novembre è stato messo on line la nuova versione del sito web istituzionale di Expo 2015 Spa - www.milanoexpo-2015.com – che prende il posto del sito attivato in fase di candidatura e rappresenta il primo passo nella nuova strategia di presenza della Società sulla rete attraverso una semplice veste grafica con ad es. le informazioni puntuali sulla Società di gestione. Alle informazioni istituzionali sul tema, sulle partecipazioni internazionali e sulla storia della candidatura, si aggiungono anche video e notizie sulle attività della Società, sul Comitato scientifico ecc. ecc..
Sempre il 9 Stanca, durante la sua audizione davanti ai Consiglieri della Commissione Expo di Palazzo Marino, ha proposto la creazione di una sorta di “bollino verde” assegnato dal Prefetto di Milano a tutte le società fornitrici di beni/servizi che opereranno con Expo 2015 spa. E' questo uno degli aspetti principali del Protocollo di intesa che la Società di Gestione dell'Expo sottoscriverà a breve appunto con la Prefettura di Milano allo scopo di scongiurare il rischio di infiltrazioni criminali e mafiose nei cantieri delle opere connesse all'Expo. Il Protocollo di intesa da sottoscrivere con la Prefettura e' però solo una delle diverse misure da mettere in campo per far fronte al problema. ''In primis - elenca Stanca - il Comitato per la legalità e la trasparenza delle procedure regionali, voluto dal presidente Roberto Formigoni. Abbiamo poi questo rapporto stretto di lavoro con il prefetto che valuterà caso per caso ogni azienda. C'e' poi la banca dati, sulla quale abbiamo già siglato l'accordo con i sindacati, che riguarda sia gli appalti che i subappalti”.
Infine, tutti i fornitori e le società che opereranno con Expo 2015 spa dovranno sottoscrivere il Codice Etico della Società già operativo da questa estate.
Ancora nessuna decisione definitiva invece in ordine alla possibilità per il Comune di Milano di derogare al Patto di stabilità così come nelle intenzioni della Moratti soprattutto alla luce dell’approvazione da parte del Cipe delle linee 4 e 5 della metropolitana. Su questo argomento il Viceministro per le Infrastrutture Roberto Castelli si è detto favorevole a tale ipotesi così come riportato da Affaritaliani.it (vedere: http://www.affaritaliani.it/milano/expo_dalla_deroga_patto_di_stabilita_600_milioni_per_metro121109.html).
Il 17 si è riunito il Cda della Società. Nelle quattro ore di riunione, i Consiglieri hanno parlato di bilanci, budget e politiche retributive. Nei primi dieci mesi di gestione la Società ha accumulato una perdita di 4,9 milioni di euro – dato aggiornato al 31 ottobre - , cifra che però, ha assicurato l’Ad, permetterà di chiudere il consuntivo 2009 con uno sbilancio di molto inferiore rispetto agli 11,4 milioni di euro previsti nel dossier di candidatura. “Si sta spendendo per preparare l’evento e la gran parte dei ricavi che derivano dalla vendita dei biglietti, dal merchandising e dalle sponsorizzazioni arriveranno a ridosso del 2015” ha detto Stanca. Quindi il Cda ha deciso di non riconoscere a Stanca la parte variabile dello stipendio legata al raggiungimento degli obiettivi aziendali per il 2009: tradotto in cifre, significa che l’Ad rinuncia a 150 mila euro (80 mila se calcolati sui tre trimestri effettivi dal suo ingresso nella Società) previsti come bonus e percepirà il solo stipendio fisso pari a 300 mila euro.
Sempre per quanto concerne le politiche retributive della Società, Stanca ha prima reso noto i risultati di una ricerca della Watson Wyatt - Società internazionale di consulenza globale per la gestione finanziaria e delle risorse umane – in base alla quale i dirigenti della Società percepiscono il 15,3 per cento in meno rispetto alla media nazionale degli altri dirigenti e il 20,5 per cento in meno rispetto all’area milanese e quindi si è impegnato nei prossimi giorni a rendere noti, sebbene le Società a capitale pubblico non siano obbligate per legge a rendere pubblici gli stipendi, i livelli retributivi dei manager della Società.
Del budget per il 2010 si discuterà invece nella prossima riunione del Cda prevista per il 18 dicembre. Conclusione affidata alla Presidente Bracco che, al termine del Cda, ha dichiarato: “Dobbiamo lavorare tutti nella stessa direzione, puntare all'orgoglio nazionale e capire che l'Expo del 2015 sarà una grande opportunità per tutta l'Italia”.
Segnalo infine l’articolo di Repubblica del 18 novembre presente nella nostra rassegna stampa che analizza la “produttività” del parlamentare Stanca prima e dopo aver assunto anche la responsabilità di Ad della Società di Gestione.

Altri eventi:
-          Il 12 novembre è stato siglato a Palazzo Marino un Memorandum di collaborazione tra Expo 2015 spa e la Fao dedicato al tema dell'alimentazione e alla lotta alla malnutrizione. Il Memorandum prevede la collaborazione per la promozione del tema della sicurezza alimentare, la realizzazione di progetti internazionali, la collaborazione nella definizione e realizzazione del Centro per lo sviluppo sostenibile e la partecipazione all'Esposizione Universale del 2015.
-          Il Sindaco Moratti ha incontrato il 14 novembre il Presidente della Rai Paolo Galimberti il quale ha dichiarato: “La Rai garantirà il massimo impegno per la buona riuscita dell' Expo 2015” e la Moratti ha aggiunto: “Abbiamo deciso di iniziare a lavorare con Rai per studiare insieme un progetto, naturalmente con Expo su che tipo di programma sviluppare”.
-          Si è tenuto il 19 a Milano e il 20 a Brescia il workshop “Reti di città per Expo 2015” promosso dal Dipartimento di Scienza e Tecnologie dell’Ambiente Costruito (BEST) del Politecnico di Milano.

Alla prossima.

s.florio@libero.it




   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits