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Home » Newsletter n. 189 - 27 novembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 189 – 27 novembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 189.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che sono aperte le iscrizioni alla VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica.
Per informazioni e per iscrizioni
clicca qui.

Cogliamo inoltre l’occasione per congratularci con due Alumni del CFP, Raffele Mauro e Simona Bonfante, rispettivamente vincitore e finalista del premio “Accade Domani – Il venture capital delle idee” promosso dall’associazione Italiafutura.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni
La resa dei conti?


Davide Biassoni
Il cammino incerto del bipolarismo (all'italiana)


Valentina Pasquali
Aspettando West Point


Gianfranco Aurisicchio
La solita aria a Copenhagen


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – L’Unione europea e i nuovi “top jobs”: tra Storia e storielle


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Alessandro Fanfoni
La resa dei conti?

Da dove cominciare? Si potrebbe cominciare dalla crisi economica che ieri ha assunto le sembianze della protesta, e dei tafferugli con le forze dell’ordine, dei lavoratori sardi della multinazionale Alcoa. Si potrebbe anche cominciare da un altro volto della crisi, dal ritorno della grande paura in borsa innescata dal rischio fallimento del colosso immobiliare Dubai World che, con la richiesta di una moratoria di 6 mesi per i suoi 59 miliardi dollari di debiti, ha fatto tremare i mercati mondiali (con l’eccezione di Wall Street chiusa per la festività del Thanksgiving), materializzando ancora una volta lo spettro di un rischio default ripetuto su scala globale. Oppure, si potrebbe cominciare dalla minaccia di morte pervenuta al presidente del Senato, Renato Schifani, sintomo drammatico di un inquietante rialzare la testa della pressione mafiosa sullo Stato (ogni volta che la politica è debole…). Si potrebbe cominciare da tante strade ancora, se non fossimo condannati, nostro malgrado, a ripartire sempre e ancora una volta dal nodo mai sciolto del conflitto tra Berlusconi e la magistratura. Da lì tutto comincia e tutto, necessariamente, finisce. La partita, in un certo senso, non è mai stata altra. Dopo i giorni del silenzio di Berlusconi, le picconate di Fini, l’approdo in Parlamento del ddl sul “processo breve”, ieri il premier ha fissato la linea inviolabile per la sua maggioranza e per il suo mandato; in un colpo solo, ha tracciato i confini interni – chi non è con me sulla giustizia è contro di me, ovvero è fuori dal Pdl – e i confini esterni del proprio mandato – è ancora all’opera una magistratura eversiva che cerca di capovolgere l’esito delle urne e che, per questo, deve essere fermata. Niente di nuovo si dirà, se non fosse che siamo punto e a capo, e lo siamo da quindici anni, e questo cambia le cose perché, infatti, si respira un'aria da resa dei conti finale. Il paradosso è che Berlusconi continua a svolgere una doppia e contraddittoria funzione nel sistema politico: da una parte, rappreseta indubbiamente il suo maggiore fattore d’instabilità, ma dall’altra, è al tempo stesso il perno essenziale intorno al quale si sono plasmati alternanza e bipolarismo ovvero gli elementi fondanti della meccanica della seconda Repubblica. Come faceva notare in settimana Angelo Panebianco, chi sogna un paese finalmente risolto, un paese "normale", una volta uscito di scena Berlusconi, sarà destinato a grandi delusioni. Quando questo accadrà, infatti, è impossibile immaginare che si apra un periodo di stabilità e concordia nazionale, al contrario verrà tolto un freno a tutti gli umori che sono stati incanalati e "disciplinati" in questi tre lustri nello schema binario berlusconismo/anti-berlusconismo. E quando questo accadrà si aprirà “probabilmente, un'altra in­terminabile «transizione». In stile italiano.W" Del resto, quanto a lungo può durare questo stato di cose?


Davide Biassoni
Il cammino incerto del bipolarismo (all'italiana)

Dalla bocciatura del Lodo Alfano, la classe politica italiana – di governo e di opposizione – appare di nuovo prigioniera dei problemi giudiziari del Cavaliere, e l'approdo finale dell'ennesimo duello fra politica e magistratura è tuttora ignoto. Se proviamo a guardare oltre – anche nell'interesse del paese, troppo spesso marginalizzato – è ormai legittimo domandarsi se, in Italia, potrà mai esistere un bipolarismo senza Berlusconi. Se è stata la sua discesa in campo nel 1994 a dividere il campo, c'è da chiedersi se, una volta terminata l'era in corso, il muscolare ma fragile bipolarismo dell'ultimo quindicennio resisterà agli eventi. In un'accezione teorica, esso prevederebbe il confronto fra due programmi distinti, ciascuno dei quali sostenuto da uno o più partiti alleati, in competizione per il voto popolare: una volta celebrato il voto, la piattaforma più votata diventa perciò eo ipso programma di governo. Così almeno dovrebbe essere. Tuttavia, alcuni aspetti anomali in questa Seconda Repubblica vanno puntualizzati: la vittoria di uno schieramento è sempre (o quasi) stata vissuta dai rivali come un'imminente disfatta e pericolo per la democrazia, con la sola recente eccezione nel 2008 ai tempi della distensione ricercata da Veltroni. In secondo luogo, è sembrata mancare una concreta alternativa programmatica: la necessaria conquista dell'elettore mediano ha comportato una prevedibile convergenza fra programmi, talvolta così simili da poter esser sovrapposti; eppure, da un lato il centrodestra ha speso molto tempo ed energie alla ricerca di scudi e salvacondotti per proteggere il proprio leader dell'azione della magistratura, tra l'altro con scarsi risultati visto l'attuale braccio di ferro coi PM, pronto a toccare un nuovo picco, mentre il centrosinistra ha saputo assemblare una coalizione anti-berlusconiana ma senza un credibile (almeno questo hanno sancito le urne) piano alternativo. Un terzo aspetto, assai dolente, è la mancata realizzazione delle riforme costituzionali: se è vero che l'azione e la volontà politica hanno un rilievo importante, altrettanto si può dire delle cosiddette regole del gioco all'interno delle quali gli attori competono. Così, un'adeguata riforma delle istituzioni che sancisse anche formalmente l'abbandono della Prima Repubblica rappresenta un traguardo ancora incompiuto. Come dimostra anche il recente rilancio della Bozza Violante, alcuni cambiamenti paiono ormai improcrastinabili: riduzione del numero dei parlamentari, trasformazione dell'attuale Senato nella Camera delle Autonomie, fine del bicameralismo ridondante con separazione delle competenze legislative fra i due rami del Parlamento, fiducia votata dalla sola Camera dei Deputati al Primo Ministro, con quest'ultimo libero di nominare e licenziare i ministri della squadra dei governo. A tale impianto, manca certo l'introduzione della sfiducia costruttiva per stabilizzare l'esecutivo, un parallelo rafforzamento delle prerogative del Parlamento secondo il principio dei checks and balances e, infine, un ritorno ad una legge elettorale sostanzialmente maggioritaria che lasci ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Detto questo, pare davvero improbabile che lo scontro in atto favorisca un tale cambiamento, cosicché il duello attorno al tema della giustizia polverizzerà tutte le buone ragioni per una riforma complessiva, anche dell'ordinamento giudiziario. Per concludere, e qui forse viene il bello (o il peggio), una volta che sarà tramontato il potere di Berlusconi, con le istituzioni non solo non rinnovate, ma la cui stabilità ed autorevolezza saranno state oggetto di aspre battaglie, con l'opinione pubblica esacerbata dalla scarsa attenzione ai problemi reali del paese e calamitata da movimenti populisti, è legittimo temere che l'architettura di questo fragile bipolarismo sia condannata ad affondare come un castello di carte, con un susseguente nuovo ciclo di instabilità, frammentazione e polarizzazione. Non solo: se la storia di un paese è un bagaglio non trascurabile, non è improbabile che una “Kadima” italiana si imperni al centro dello spettro politico nel tentativo di conglomerare le forze moderate e centriste, con gli estremi messi fuori gioco, per imporre l'unico governo possibile al di fuori dei furori massimalisti, il che equivarrebbe a un esecutivo senza alternativa. Così fosse, potrebbe venir meno il principio della competizione politica e democratica fra due progetti distinti, la cui rivalità elettorale non implica affatto la distruzione dell'impianto stesso della competizione: non è il bipolarismo in sé a dover esser archiviato, bensì la sua paralizzante e autodistruttiva versione italica.

biassoni_davide@yahoo.it


Valentina Pasquali
Aspettando West Point

Mentre l’America festeggia il giorno del Ringraziamento con il tradizionale tacchino, il Presidente Barack Obama si prepara a annunciare, finalmente, la propria decisione in merito al numero di truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan e alla strategia militare e politica che la nuova amministrazione statunitense intende perseguire di qui in avanti. L’annuncio arriverà martedì prossimo, il primo dicembre, in un discorso che il Presidente terrà in prima serata all’Accademia di West Point, una delle più famose scuole militari del paese.
Puntando ancora una volta sulla propria arte oratoria, il Presidente Obama dovrà cercare di ottenere due risultati con il discorso di West Point. Da un lato, dovrà saper vendere, a un popolo e a un esercito oggi molto provati dalle campagne militari in Afghanistan e Iraq, che durano ormai quasi da un decennio, un ulteriore sforzo, necessario per la difesa della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dall’altro, Obama dovrà anche rassicurare gli Americani che non si tratta, questo, di un altro impegno preso a tempo indeterminato, bensì che la nuova ondata di soldati mandati in Afghanistan farà sì che l’impegno militare americano possa concludersi con successo e in tempi brevi. “Questo è il nono anno della nostra presenza in Afghanistan. Non rimarremo nel paese per altri otto o nove anni,” ha promesso alla stampa Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca.
E infatti, in una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca martedì scorso, Obama, che era accompagnato dal Primo Ministro indiano Manmohan Singh in visita ufficiale a Washington, ha dichiarato: “Dopo otto anni – durante i quali non sempre disponevamo, penso, né delle risorse né della strategia necessari a portare a termine l’opera – è oggi mia intenzione finire il lavoro”.
Le previsioni sono che Obama annuncerà l’invio in Afghanistan di circa trentamila nuovi soldati, un numero inferiore ai quarantamila che aveva richiesto il Generale McChrystal, comandante delle truppe americane nel paese, ma superiore a quello assai più ristretto a cui voleva limitarsi il Vice-Presidente Joe Biden. In realtà, pare che il presidente non abbia ancora preso una decisione definitiva. “Non è ancora soddisfatto”, ha detto anonimamente al New York Times un ufficiale dell’Amministrazione.
In particolare, Obama è preoccupato delle resistenze all’aumento dell’impegno militare americano in Afghanistan che esistono all’interno del proprio partito e della propria base di sostenitori. Molti democratici, infatti, sarebbero ben contenti di concentrare la spesa pubblica sulle riforme che il governo sta perseguendo a livello di politica interna (come ad esempio la riforma sanitaria) anziché continuare a spendere dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan.
Secondo le ultime stime, il costo di quarantamila truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan sarebbe tra i 40 e i 54 miliardi di dollari l’anno. In generale, si calcola che ci voglia circa un milione di dollari in più all’anno per ogni soldato che si aggiunge alla missione in corso. Questo, naturalmente, significa che, anche se Obama rimarrà sotto le trentamila unità come sembra, l’espansione delle operazioni in Afghanistan annullerebbe completamente i risparmi che dovrebbero derivare dal progressivo ritiro di truppe americane dall’Iraq (circa 26 miliardi di dollari nel 2010).
A testimonianza dei dubbi che circolano nella sinistra americana, il Center for American Progress (CAP), un centro di ricerca nella capitale Washington che collabora da vicino con la Casa Bianca di Obama, ha rilasciato un comunicato stampa nel quale insiste con il Presidente su cinque punti fermi che Obama non può ignorare nel prendere la propria decisione in merito all’Afghanistan. Secondo CAP, Obama deve decidere immediatamente di una tempistica, per quanto flessibile, per l’eventuale ritiro delle truppe americane; deve assicurarsi che la missione sia condivisa dagli alleati internazionali degli Stati Uniti; deve fare pressione sul Pakistan affinché combatta i propri gruppi di estremisti; deve richiedere all’Afghanistan una serie di riforme interne per garantire migliore governabilità; e, infine, deve spiegare con chiarezza come verrà finanziata la guerra.
Per il momento, però, Obama si è astenuto dal rivelare dettaglio alcuno della propria strategia, così come non ha cercato di chiarire cosa intenda, esattamente, con l’espressione “to finish the job [finire il lavoro]”.
Gli unici sviluppi, per ora, sono arrivati dal fronte degli alleati internazionali. Obama cercherà di convincere i propri alleati a inviare diecimila nuovi soldati in Afghanistan, da accompagnare ai circa trentamila che manderebbero gli Americani. Per ora, il Primo Ministro inglese Gordon Brown è stato l’unico a rispondere in maniera positiva, promettendo che la Gran Bretagna contribuirà con cinquecento nuovi soldati direttamente, e assicurando di aver ricevuto promesse simili, per un totale di altri cinquemila uomini, da vari altri paesi, dalla Slovacchia alla Corea del Sud. Ma in tanti, inclusa l’Italia, rimangono silenziosi, con la guerra in Afghanistan sempre meno popolare tra gli elettori.
Che Barack Obama, martedì prossimo, riesca a smuovere il cuore degli Europei oltre che quello degli Americani?

valentina.pasquali@gmail.com


Gianfranco Aurisicchio
La solita aria a Copenhagen

Nonostante i non possumus di Barack Obama e Hu Jintao riguardo il taglio delle emissioni di CO2, le incertezze della classe politica e le vane speranze degli ambientalisti, la conferenza di Copenhagen del 7-18 dicembre prossimo sarà fondamentale per il futuro della lotta ai cambiamenti climatici, sotto ogni profilo la si voglia considerare: per i risultati che non saranno raggiunti, segnando quindi un rallentamento alla lotta ai cambiamenti climatici, e per i risultati che potranno invece essere raggiunti, nonostante le prese di posizione e il mettere le mani avanti, dei principali attori economici nonché inquinatori.
Il Protocollo di Kyoto e le successe conferenze intergovernative di Bali, Poznam, Bonn, fino all’ultima di Singapore, battezzate in gergo Cop7, 15, 3, etc, hanno avuto sostanzialmente poco più di un valore simbolico, e non sono riuscite a promuovere uno sforzo maggiore nella riduzione dei gas a effetto serra.  Di fatto, sono accordi che stabiliscono che è importante prendere un accordo e che tale accordo sarà preso successivamente.  Di fatto, dopo la forte presa di posizione di Cina e USA recentemente a Singapore, anche a Copenhagen, nella migliore delle ipotesi, passerà un accordo in due tempi sulla questione del clima: una intesa politica in seno alla conferenza di Copenaghen e successivamente una intesa legalmente vincolante, secondo la proposta dello stesso premier danese Lars Rasmussen.  Si inserisce in questo quadro di rimandi, incertezze, e lentezza nei progressi delle sessioni negoziali di quest’anno, la stessa dichiarazione del segretario esecutivo della Convenzione sul clima dell’Onu, Yvo de Böer, che affermava lo scorso 5 novembre: “non penso che si arriverà a un’intesa legalmente vincolante a Copenhagen. Credo che potremmo arrivarci entro l’anno successivo alla conferenza di Copenhagen”. Parole testuali (previa traduzione di chi scrive). Ironicamente, l’intesa “legalmente vincolante” consisterebbe in un accordo su una scadenza entro la quale conseguire un accordo vincolante… Sembra quasi una farsa.
Senza un cambiamento di mentalità, imprevedibile allo stato dei fatti e in un tale contesto, il protocollo di Copenhagen potrebbe regalarci ancora undici anni di questo gioco al rinvio: i paesi continueranno nei loro comportamenti free-riding e si rafforzerà la convinzione che chi rimarrà ancorato al carbonio, sarà poi in una posizione di forza per chiedere compensazioni in cambio dell'adesione, eventuale, a un accordo nel 2020.
Certamente, qualche passo avanti si farà. Per esempio, laddove non ci sono già, saranno creati i mercati dei crediti di carbonio. Ma sarà soprattutto importante un effetto “collaterale” di Copenhagen: in particolare in paesi come la Cina, il desiderio di placare l'opinione pubblica interna e di sottrarsi alle pressioni della comunità internazionale porterà a qualche forma di controllo del carbonio, anche senza la sottoscrizione di accordi vincolanti.  Considerato tuttavia che la conferenza di Copenhagen eviterà di ratificare un accordo troppo costoso, il riscaldamento globale continuerà almeno per qualche altro anno, e in attesa di un’intesa internazionale vincolante, ad essere affrontato utilizzando le stesse soluzioni di ripiego, spesso del tutto inefficaci - come negoziati settoriali, standards e altri approcci strategici, progetti CDM – che impongono le varie lobby industriali.
Sembra comunque che i negoziati di Copenhagen punteranno ad un agreement su alcune azioni iniziali, su alcuni principi di massima e su una tabella di marcia verso un accordo nel 2015-2016, come ad esempio un obiettivo globale sulle emissioni per il 2050, l'installazione di un sistema satellitare capace di misurare le emissioni a livello di singolo paese, un sistema universale di tipo cap-and-trade che porti a un prezzo unico del carbonio, un sistema di regole e incentivi a sottoscrivere e rispettare l'accordo stesso, e soprattutto un principio di sussidiarietà, con i permessi allocati all'interno dei singoli paesi dai paesi stessi.  Risulta infatti particolarmente importante che il prezzo del carbonio sia lo stesso per tutti i paesi, tutti i settori e tutti gli attori, affinché si affrontino i problemi distributivi attraverso l'allocazione dei permessi senza rendere eccessivamente costoso l'abbattimento della CO2.
Spostando l’ottica di periodo, è ipotizzabile immaginare che i successivi negoziati per il 2015 potrebbero concentrarsi allora su un'unica questione: l'allocazione dei permessi gratuiti ai paesi per far sì che tutti vi partecipino. E questo dovrebbe comportare, per esempio, una dotazione generosa ai paesi emergenti.  Nell'attuale situazione, riaffermare e impegnarsi per una buona governance rappresenterebbe già un significativo passo in avanti.
Per quanto invece ci riguarda da più vicino, L’Unione Europea corre intanto per una strada già segnata fino al 2020, per di più rispettando in pieno gli obblighi del protocollo di Kyoto, e sperando di non cedere in futuro alle sirene di coloro che sostengono che, senza l’impegno degli altri, il nostro risulta inutilmente oneroso e alle provocazioni di chi vede efficace solo uno sforzo collettivo a livello mondiale.  Certamente in Europa si paga adesso lo scotto di aver sperato in un presidente americano finalmente sensibile e deciso ad affrontare la questione climatica, approccio questo tipicamente europeo di chi aspetta sempre che l’onere sia sostenuto in primis dall’America. Obama invece è già impegnato politicamente in patria a far approvare la sua riforma sanitaria per far digerire alle lobbies americane anche i costi del programma ambientale, e sembra già in difficoltà a casa a mantenere e far passare gli impegni di una agenda molto ambiziosa.
Fortunatamente molti paesi – sia sviluppati che in via di sviluppo – si sono dati degli obiettivi di sostenibilità ambientale: molti degli interventi riguardano profondi cambiamenti del sistema con cui si produce, distribuisce e consuma l’energia. Come abbiamo più volte ribadito da questa newsletter, efficienza energetica ed energie rinnovabili sono gli ingredienti di quella che la perdurante crisi economica ha consacrato come green economy.  Crediamo che i recenti sviluppi del negoziato internazionale debbano dare ancor più impulso per rendere la green economy un elemento permanente del nostro processo di crescita.

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – L’Unione europea e i nuovi “top jobs”: tra Storia e storielle

Ad una settimana dalle designazioni del belga fiammingo Herman Van Rompuy a Presidente del Consiglio europeo e dell’inglese Catherine Ashton ad Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea può esser utile una rilettura di fatti e commenti relativi alla vicenda.
Diffusamente deludenti i commenti per la loro ripetitività, nonché per i toni, spesso lagnosi e a volte ai limiti dell’offensivo. Si è parlato in tutta Europa di “Mr Nessuno” e di una “sconosciuta le cui sole qualità al momento sono quelle di essere una donna, una socialista, una britannica”, “una donna, certo non la più brillante”; di “sconosciuti”, “scialbi”, “privi di carisma e visibilità”, “personaggi dal profilo basso e noioso”, “leader che non brillano”, di un “duo anonimo”, di “una Ue troppo grigia”, di una “via suicida del minimo comune denominatore”. Ancora, dopo esserci sorbiti per anni la storiella del numero di telefono di Kissinger, oggi leggiamo “se questi sono i titolari, è dubbio che qualcuno possa mai provare il bisogno di comporlo”. Addirittura c’è chi è arrivato a sentenziare che “l’Europa ha sprecato la sua prima grande occasione di dimostrare che il trattato di Lisbona le offrirà, finalmente, gli strumenti politici per far valere il suo ascendente sulla scena internazionale”, e di “evitare di scivolare verso un mondo bipolare, dominato da Stati Uniti e Cina”. Sarebbe davvero straordinario se davvero si fosse riusciti in un’impresa del genere!
Non so al lettore, cosa possono suscitare commenti e toni di questo tipo; sfoghi più che analisi. Immagino nausea e disaffezione. Quella che poi contribuisce a tener lontani i lettori dalle questioni europee.
Una delle critiche più diffuse è stata quella della mancanza di democraticità delle procedure che hanno portato alle designazioni. Come se – mutatis mutandis - tutte le cariche in tutte le democrazie nazionali prevedessero l’elezione diretta da parte dei popoli sovrani mentre nella grigia Unione europea vi fosse questo ingiustificato viziaccio di spartirsi le poltrone sulla base di giochi oscuri. Dato per assunto che quanto più si riuscirà a rendere democratico il funzionamento dell’Unione tanto meglio sarà, va ricordato che le procedure seguite sono iscritte nel Trattato di Lisbona, approvato dai Parlamenti nazionali degli Stati membri della UE e che le nomine sono state effettuate da capi di governo che siedono nel Consiglio europeo. La Ashton, peraltro, dopo esser stata designata dovrà esser “confermata” dal Parlamento europeo. Procedura di sicuro perfettibile in un’ottica di maggiore democraticità. Ma da qui a parlare di conferma della “mancanza di democraticità” nelle istituzioni della UE, ce ne passa, suonando il tutto più come un atto di disinformazione che di informazione critica.
Anziché insinuare sospetti sui meccanismi che hanno portato alla scelta proprio di “quei due”, bisogna provare a capire la delicatezza dell’esercizio che è stato fatto. Alla base di tutto c’è la ricerca di un equilibrio tra i vari fattori di cui tener conto, delle istanze da bilanciare: Stati membri (piccoli vs grandi), appartenenze politiche (destra vs sinistra), genere (maschile vs femminile). Si noti, poi, come ad esser rappresentati nel risultato finale siano un paese storicamente eurofilo ed un paese storicamente euroscettico. In definitiva, l’esercizio di equilibrio politico sembra sostanzialmente riuscito.
È interessante rileggere le parole – pregne di senso di responsabilità istituzionale - di Van Rompuy a proposito di come interpreterà il suo ruolo di Presidente del Consiglio europeo (e non dell’Europa, sia chiaro!): “le mie opinioni personali non avranno nessuna importanza e non le farò conoscere. […] Non è importante ciò che penso, ma il mio ruolo è di cercare un consenso tra i 27 Stati membri. […] Agirò in concertazione permanente con il Presidente della Commissione e del Parlamento europeo con una preoccupazione costante d’equilibrio tra le istituzioni. Lo farò anche con le presidenze di turno”. Promozione di consenso e continuità nel lavori sembrano, dunque, gli obiettivi primari del mandato di Van Rompuy. Oltre che le carte vincenti della sua candidatura.
Di certo, il fatto di avere oggi un Presidente del Consiglio europeo ed un Alto rappresentante nella cornice del trattato di Lisbona dà all’Unione nuove e grandi potenzialità in termini, in primis, di efficacia politica sulla scena internazionale. In questo senso suonano significativi i messaggi di congratulazioni di Barack Obama (“gli USA non hanno partner più forti dell’Europa per diffondere la sicurezza e la prosperità nel mondo”; Obama ha anche detto di considerare il trattato di Lisbona e i due nuovi incarichi come capaci di rafforzare l’Europa e consentire a questa di essere un partner ancora più forte  per gli USA) e Wen Jibbao (che ha apprezzato le nomine ed espresso il proprio plauso al nuovo trattato, entrambi tappe importanti per l’integrazione europea; integrazione che “sostieniamo poiché siamo a favore di un mondo differenziato e multipolare”).
Certo, i due nomi non sono di alto profilo. Ma in un’Europa in cui sono gli Stati a decidere il passo, a fronte del sempre più saldo asse franco-tedesco, davvero qualcuno si aspettava qualcosa di diverso? Se la risposta è no, lo sbottare di tutta questa delusione per gli esiti della procedura di nomina sembra pretestuoso. Molti hanno, del resto, sottolineato come la forza dell’Europa non sia nelle persone, ma nelle istituzioni. Basta guardare alla storia europea e pensare per esempio a come un Jacques Delors – considerato oggi una delle personalità più importanti della storia dell’integrazione europea - non sia stato accolto proprio come un leader carismatico! Dunque, la storia potrebbe (dovrebbe) insegnarci ad essere un po’ più prudenti (e ben disposti!) nei giudizi. E ciò è inevitabile in un consesso in cui la dimensione intergovernativa è predominante, togliendo così aria e spazio alla possibilità di un rapporto più diretto tra cittadini e istituzioni europee.
Peso degli Stati e appartenenza ad una famiglia politica: questi sono stati i criteri che hanno deciso questa tornata di nomine. È emerso con forza come siano gli Stati nazionali a decidere. Come il duo Francia Germania sia sempre più saldo (mentre l’Italia sembra relegata all’insignificanza politica nell’Unione). Come l’Europa, quindi, sia ancora fortemente intergovernativa più che comunitaria. Premesso tutto ciò, resta il fatto che oggi l’Unione ha nel suo arco frecce di cui, per anni, tantissimi commentatori, in ogni parte del mondo, hanno lamentato la mancanza. Quegli strumenti oggi ci sono. E con essi nuove grandi potenzialità da tradurre in realtà politica.



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