Valentina Pasquali
Aspettando West Point
Mentre l’America festeggia il giorno del Ringraziamento con il tradizionale tacchino, il Presidente Barack Obama si prepara a annunciare, finalmente, la propria decisione in merito al numero di truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan e alla strategia militare e politica che la nuova amministrazione statunitense intende perseguire di qui in avanti. L’annuncio arriverà martedì prossimo, il primo dicembre, in un discorso che il Presidente terrà in prima serata all’Accademia di West Point, una delle più famose scuole militari del paese.
Puntando ancora una volta sulla propria arte oratoria, il Presidente Obama dovrà cercare di ottenere due risultati con il discorso di West Point. Da un lato, dovrà saper vendere, a un popolo e a un esercito oggi molto provati dalle campagne militari in Afghanistan e Iraq, che durano ormai quasi da un decennio, un ulteriore sforzo, necessario per la difesa della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dall’altro, Obama dovrà anche rassicurare gli Americani che non si tratta, questo, di un altro impegno preso a tempo indeterminato, bensì che la nuova ondata di soldati mandati in Afghanistan farà sì che l’impegno militare americano possa concludersi con successo e in tempi brevi. “Questo è il nono anno della nostra presenza in Afghanistan. Non rimarremo nel paese per altri otto o nove anni,” ha promesso alla stampa Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca.
E infatti, in una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca martedì scorso, Obama, che era accompagnato dal Primo Ministro indiano Manmohan Singh in visita ufficiale a Washington, ha dichiarato: “Dopo otto anni – durante i quali non sempre disponevamo, penso, né delle risorse né della strategia necessari a portare a termine l’opera – è oggi mia intenzione finire il lavoro”.
Le previsioni sono che Obama annuncerà l’invio in Afghanistan di circa trentamila nuovi soldati, un numero inferiore ai quarantamila che aveva richiesto il Generale McChrystal, comandante delle truppe americane nel paese, ma superiore a quello assai più ristretto a cui voleva limitarsi il Vice-Presidente Joe Biden. In realtà, pare che il presidente non abbia ancora preso una decisione definitiva. “Non è ancora soddisfatto”, ha detto anonimamente al New York Times un ufficiale dell’Amministrazione.
In particolare, Obama è preoccupato delle resistenze all’aumento dell’impegno militare americano in Afghanistan che esistono all’interno del proprio partito e della propria base di sostenitori. Molti democratici, infatti, sarebbero ben contenti di concentrare la spesa pubblica sulle riforme che il governo sta perseguendo a livello di politica interna (come ad esempio la riforma sanitaria) anziché continuare a spendere dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan.
Secondo le ultime stime, il costo di quarantamila truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan sarebbe tra i 40 e i 54 miliardi di dollari l’anno. In generale, si calcola che ci voglia circa un milione di dollari in più all’anno per ogni soldato che si aggiunge alla missione in corso. Questo, naturalmente, significa che, anche se Obama rimarrà sotto le trentamila unità come sembra, l’espansione delle operazioni in Afghanistan annullerebbe completamente i risparmi che dovrebbero derivare dal progressivo ritiro di truppe americane dall’Iraq (circa 26 miliardi di dollari nel 2010).
A testimonianza dei dubbi che circolano nella sinistra americana, il Center for American Progress (CAP), un centro di ricerca nella capitale Washington che collabora da vicino con la Casa Bianca di Obama, ha rilasciato un comunicato stampa nel quale insiste con il Presidente su cinque punti fermi che Obama non può ignorare nel prendere la propria decisione in merito all’Afghanistan. Secondo CAP, Obama deve decidere immediatamente di una tempistica, per quanto flessibile, per l’eventuale ritiro delle truppe americane; deve assicurarsi che la missione sia condivisa dagli alleati internazionali degli Stati Uniti; deve fare pressione sul Pakistan affinché combatta i propri gruppi di estremisti; deve richiedere all’Afghanistan una serie di riforme interne per garantire migliore governabilità; e, infine, deve spiegare con chiarezza come verrà finanziata la guerra.
Per il momento, però, Obama si è astenuto dal rivelare dettaglio alcuno della propria strategia, così come non ha cercato di chiarire cosa intenda, esattamente, con l’espressione “to finish the job [finire il lavoro]”.
Gli unici sviluppi, per ora, sono arrivati dal fronte degli alleati internazionali. Obama cercherà di convincere i propri alleati a inviare diecimila nuovi soldati in Afghanistan, da accompagnare ai circa trentamila che manderebbero gli Americani. Per ora, il Primo Ministro inglese Gordon Brown è stato l’unico a rispondere in maniera positiva, promettendo che la Gran Bretagna contribuirà con cinquecento nuovi soldati direttamente, e assicurando di aver ricevuto promesse simili, per un totale di altri cinquemila uomini, da vari altri paesi, dalla Slovacchia alla Corea del Sud. Ma in tanti, inclusa l’Italia, rimangono silenziosi, con la guerra in Afghanistan sempre meno popolare tra gli elettori.
Che Barack Obama, martedì prossimo, riesca a smuovere il cuore degli Europei oltre che quello degli Americani?
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