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Home » Newsletter n. 190 - 4 dicembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 190 – 4 dicembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 190.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che sono aperte le iscrizioni alla VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica.
Per informazioni e per iscrizioni
clicca qui.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

David Ragazzoni
Padre mio, perché non posso lasciare questo paese.


Davide Biassoni
Una nuova Lepanto?


Valentina Pasquali
La guerra di Obama


Simone Comi
Corsi e ricorsi storici, in Afghanistan un nuovo Vietnam?


Gianfranco Aurisicchio
La torre di Babele è di nuovo crollata


Luca Rossetti
Verso Copenaghen senza illusioni e con un bagaglio di problemi


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 4 dicembre 2009


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David Ragazzoni
Padre mio, perché non posso lasciare questo paese.

Sono tra i ‘figli’ cui Pier Luigi Celli ha idealmente rivolto la propria lettera, pubblicata su “Repubblica” lo scorso 30 novembre, e come tale non posso tirarmi indietro dal rispondere su carta, dopo averlo fatto già tre giorni fa nel mio cuore e nella mia testa, a quanto letto.
Ho 24 anni, sono nato e cresciuto in Italia, da padre italiano e madre americana, e mi ritengo particolarmente fortunato: ho avuto la straordinaria possibilità di intraprendere gli studi universitari per cinque anni a Pisa in modo totalmente gratuito (grazie alla Scuola Normale). Adesso, dopo una serie di esperienze di studio e lavoro particolarmente feconde tra Italia (MAE) e Stati Uniti (Yale e Nazioni Unite), mi accingo a iniziare il dottorato di ricerca e una seconda laurea nel mio paese. Per quale motivo la scelta di rimanere in Italia e di non volare via, soprattutto alla luce delle esperienze che ho avuto l’occasione di vivere e delle facilitazioni famigliari? Per mancanza totale di una personale Realpolitik, o perché privo di quella miscela di “senso di giustizia e voglia di arrivare ai risultati” che Celli individua nel proprio figlio, idealtipo di un’Italia in disagio e in fuga?
Né per l’uno né per l’altro motivo, ad essere sinceri. Di sicuro, allo stato attuale, uscire dall’università italiana e trovarsi alle soglie del mondo del lavoro non è cosa facile: molti di ‘noi’ – parlo della generazione cresciuta politicamente dopo il crollo del Muro e delle grandi ideologie – hanno sperimentato spesso lo scarto tra due Italie che quasi mai hanno comunicato né hanno intenzione di farlo nel futuro prossimo. L’Italia, da una parte, di chi è abituato a guardare alla propria formazione universitaria come a un investimento a lungo termine e dunque è legato a una progettualità, a un orizzonte di ampio respiro e non ragiona per scorciatoie; dall’altra, l’Italia che guarda all’immediato, che valorizza chi punta all’istantaneo, che è tutta concentrata sul ‘particulare’: in altre parole, l’Italia che annacqua quanti hanno il coraggio di provare a ripensare questo paese e che ha dimenticato che l’educazione è l’eredità più preziosa che un genitore possa lasciare ai propri figli. Ancora di più: è la condizione imprescindibile perché la generazione di domani possa vivere meglio di quella di oggi, perché questo paese sia competitivo per davvero sul piano della ricerca e dell’innovazione, strumenti di crescita economica e progresso sociale.
Questa Italia a due velocità è il frutto, sul piano culturale in senso lato, di una ‘straordinaria’ combinazione di alta disuguaglianza sociale e di scarsissima mobilità inter- e intra-generazionale, che costituisce da anni il fondo limaccioso sul quale si innestano le deboli fondamenta di qualsiasi cambiamento auspicato.
Prendere, lasciare tutto e andare all’estero in via semi-definitiva, come consigliato da Celli ai ragazzi e alle ragazze della mia generazione, può essere la giusta risposta a tutto questo? Non credo. Penso piuttosto che la sua sia una risposta sbagliata a un problema mal posto. C’è un elemento importante in quanto Celli scrive, il riconosciuto fallimento di un’intera generazione a far camminare su gambe nuove il nostro paese. Tuttavia, se “questo è un paese che non [ci] merita”, è un paese che merita il nostro aiuto. Sono di coloro che pensano che quanto di buono la nostra terra ci dà, sia nostro diritto-dovere tentare di restituirglielo, se possibile con gli interessi, e quanto invece non riesce a darci, sia altrettanto nostro dovere provare a cambiarlo, o a mettercelo per contro nostro, passando il testimone a coloro che verranno in questo paese o ci nasceranno dopo di noi.
È necessario reagire di fronte a una società “divisa, rissosa, fortemente individualistica”, che si ricorda di essere comunità soltanto quando interviene la tessera di partito o l’appartenenza al clan; che porta avanti i pochi, quasi mai quelli meritevoli, e non si cura di recuperare i molti che restano indietro, troppo spesso loro malgrado. Occorre avere l’indignazione morale per questa Italia, l’Italia descritta realisticamente da Celli, perché già averla sarebbe un passo avanti non indifferente - troppo spesso mi guardo attorno e scorgo, anche tra i miei coetanei, una generazione assuefatta, che gioca al ribasso e se ne compiace. Ma l’indignazione deve essere propedeutica e funzionale al cambiamento, per non arrivare all’età di Celli e ammettere anche noi, in una lettera che è anche un’autocritica, che “avremmo voluto fosse diverso e [che invece] abbiamo fallito”.

d.ragazzoni@sns.it


Davide Biassoni
Una nuova Lepanto?

L'esito del referendum elvetico, patrocinato in prima linea dal Partito Popolare Svizzero di Blocher, ha spiazzato clamorosamente le attese, fornendo numeri inequivocabili: con una doppia maggioranza dei votanti (oltre il 57%) e dei Cantoni (22 su 26) è stata approvata una modifica della Costituzione federale per impedire la costruzione di nuovi minareti. Qui sta il punto iniziale del contendere: non era (né poteva essere) in discussione una restrizione della libertà di culto, che in Europa è ampiamente garantita e protetta, quanto il significato politico che alcune forze politiche attribuiscono al minareto stesso, la torre dalla quale il muezzin è solito chiamare i fedeli alla preghiera per cinque volte al giorno. Vanno avanzate alcune precisazioni per sgombrare il campo da malintesi: in Svizzera, per convenzione, nessun richiamo  da parte del muezzin è praticato dagli attuali 4 minareti presenti nel paese che, indipendentemente dall'esito delle urne, rimarranno dove sono, e nulla vieta in futuro l'edificazione di nuove moschee o centri culturali islamici. Ciò chiarito, la battaglia è allora prettamente di carattere simbolico e valoriale ma non per questo meno importante, bensì più sottile e insidiosa. Il cuore del problema sta nel significato che la destra esclusionista attribuisce ai minareti, interpretati come avamposti dell'ideologia imperialista dell'Islam politico in Occidente: i minareti quindi visti non come parte della celebrazione del credo, ma come puntelli o “baionette” che prefigurano l'avanzata musulmana nel cuore del Vecchio Continente. Il verdetto degli elettori, inoltre, potrebbe dare il via ad un effetto emulativo anche al di fuori delle vallate svizzere, specialmente in paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Olanda, dove la destra radicale ha già dato prova di un solido consenso elettorale. Ciò è evidentemente possibile anche in Italia dove la maggiore soddisfazione è stata espressa, come era nelle previsioni, dal Carroccio, il cui obiettivo dichiarato è anche quello di inserire la possibilità di indire referendum propositivi locali nella futura revisione federale della costituzione nazionale, incitando la volontà popolare a far sentire la propria voce contro la politica “salottiera”. Il voto svizzero rischia comunque di essere solo la punta dell'iceberg di una nuova silenziosa battaglia che, in maniera non sempre visibile, sembra aver luogo (o a così piace pensare ai fautori della contrapposizione) dalla Scandinavia al Mediterraneo, e che vede lo scontro fra i  promotori di una società in divenire multi-etnica e multi-culturale, da un lato, e coloro che invece sostengono la supremazia e la difesa dei valori tradizionali della nazione. Non solo: gli schieramenti sembrano oltretutto trasversali e non sovrapponibili alla frattura che solitamente divide conservatori e tradizionalisti versus progressisti e libertari, come dimostrato della posizione, nettamente critica rispetto all'esito del referendum svizzero, assunta dalle gerarchie cattoliche le quali hanno posto l'accento sulla ferita apertasi nel terreno delle convivenza religiosa e dell'integrazione. Ricordando le reazioni diffusamente negative alla sentenza contro l'esposizione dei crocifissi negli edifici pubblici (ma allora Lega e Vaticano condividevano la contrarietà rispetto al pronunciamento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo), la posta in gioco riguarda anche, se non principalmente, il ruolo delle religione nelle società secolarizzate del XXI secolo, un ruolo che taluni vorrebbero solo confinato nella sfera privata e che altri, al contrario, vorrebbero mantenere attivo anche nell'ambito pubblico. Le divisioni assumono, perciò, una dimensione spaziale, proprio quello spazio che le destre xenofobe avvertono minacciato dall'avanzata delle “isole” (moschee e minareti) della mezzaluna nel territorio europeo, da loro accusate di nascondere al loro interno gli avamposti dell'estremismo religioso con lo scopo di alimentare l'avversione verso l'Occidente dipinto come ormai decadente. In questo senso, è lecito attendersi una risposta dagli stessi musulmani, in particolare l'emergere di quella corrente moderata che operi nell'Islam una riforma in grado di fugare ogni dubbio riguardo principalmente l'accettazione piena della democrazia, della laicità delle istituzioni e della parità fra uomo e donna, rendendo oltremodo trasparente l'attività interna alle moschee. Anche per l'Europa si presenta una duplice occasione: guardarsi allo specchio e, pur nella consapevolezza delle luci ed ombre della propria storia, ritrovare l'orgoglio di se stessa. Nonché, discutere di integrazione fra valori, simboli e culture distinte in ambito continentale, onde trovare una quanto mai pragmatica linea politica su cui possano convergere il maggior numero possibile di stati membri, scongiurando così il pericolo di un incendiario estremismo localista.

biassoni_davide@yahoo.it


Valentina Pasquali
La guerra di Obama

Doveva essere una ripetizione del discorso di Filadelfia del marzo 2008, quando, in uno dei momenti decisivi della campagna per le primarie democratiche, l’allora candidato Barack Obama incantò la nazione parlando di relazioni interrazziali e convinse gli elettori americani a sostenerlo alle urne. Così come allora, anche questo martedì all’Accademia Militare di West Point il Presidente aveva sperato di tirar fuori dal cilindro un grande discorso che riuscisse a unificare la nazione, convincendo tutti, a destra e a sinistra, che la nuova Amministrazione democratica fosse davvero sulla strada giusta riguardo alla guerra in Afghanistan.
Invece, nel consueto tentativo di cercare la mediazione tra le parti, dando ragione un po’ ai democratici e un po’ ai repubblicani, Obama questa volta ha finito per deludere, e per scontentare tutti. “Sono molto delusa, direi quasi intristita, ma, in fondo, non mi sento tradita”, ha scritto nel proprio editoriale sul magazine liberal Salon.com Joan Walsh. “Obama ha governato fin qui proprio come ci si deve attendere da un centrista come lui […] Ci vorrà molto lavoro da parte degli attivisti per spingerlo a trovare soluzioni migliori”.
Dopo aver passato gli ultimi mesi a studiare le condizioni di sicurezza in Afghanistan, Al-Qaeda e i Talebani, il Presidente Obama ha deciso, infine, di mantenere quella che era stata una promessa elettorale, ovvero che l’Afghanistan e non l’Iraq rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e che quindi bisogna occuparsene con decisione. Obama darà così ordine di inviare trentamila nuovi soldati in Afghanistan, rispondendo più o meno positivamente alla richiesta del Generale McChrystal, comandante delle truppe americane e NATO in Afghanistan, che gliene chiedeva quarantamila.
Inizialmente, la decisione è stata accolta con un certo entusiasmo nelle fila repubblicane, tanto che Danielle Pletka, analista neo-conservatrice dell’American Enterprise Institute, un centro di ricerca di Washington DC, commentava contenta a metà circa del discorso del presidente che “fin qui, avrebbe potuto anche essere Bush a parlare”.
Ma Obama sapeva anche, martedì, di dover tranquillizzare gli animi dei colleghi democratici. Molti esponenti del Partito dell’Asinello sono critici della decisione di aumentare il coinvolgimento americano in Afghanistan, per diverse ragioni. Innanzitutto, con gli Stati Uniti ancora sofferenti per via della crisi economica, i parlamentari democratici sono preoccupati del fatto che l’Amministrazione Obama non ha ancora spiegato esattamente come pensa di finanziare l’incremento dei costi bellici, che per l’anno fiscale 2010 dovrebbero assestarsi sui 30-40 miliardi di dollari (è già stata esclusa la possibilità di una nuova tassa sul reddito, il che significa, molto probabilmente, che la guerra andrà a pesare ulteriormente sul debito pubblico). Parte della sinistra americana è, inoltre, poco convinta che questa sia la scelta giusta, sospettosa che l’aumento della presenza a stelle e strisce in Afghanistan non farà altro che creare nuovo anti-americanismo e nuove reclute per l’estremismo islamico. Fra l’altro, la corruzione endemica del governo Karzai, in cui gli Afgani ripongono pochissima fiducia, non fa sperare in una reazione positiva da parte del popolo e della politica locale. Infine, i democratici sono preoccupati delle elezioni midterm dell’anno prossimo, visto che molti degli attivisti di partito sono radicalmente contrari alla “surge” di Obama.
Così, per rassicurare i colleghi, il Presidente ha dichiarato martedì che la decisione di aumentare il numero di soldati al fronte non equivale a un impegno militare in Afghanistan a tempo indeterminato. Ma che, anzi, la “surge” che comincerà a gennaio 2010 e che dovrebbe completarsi entro l’autunno dello stesso anno, inizierà a concludersi già nel luglio del 2011.
Questo dettaglio, però, ha acceso il dibattito al Congresso. Già mercoledì si sono aperte una serie di riunioni di commissioni, sia alla Camera che al Senato, in cui rappresentati dell’Amministrazione Obama (il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Ministro della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen) hanno dovuto rispondere alle domande insistenti sia dei repubblicani che dei democratici sul significato di questa data di scadenza. Per i repubblicani, ad esempio, un termine predeterminato per questa nuova missione ne minerebbe le fondamenta, indicando a Al Qaeda e Talebani che, se aspettano soli due anni, potranno poi riprendersi l’Afghanistan indisturbati.
E così, già Obama martedì e soprattutto il Ministro Gates mercoledì, hanno dovuto spiegare che il luglio 2011 non è un termine ultimo e imprescindibile, ma che l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dipenderà dai progressi fatti sul campo, dalla capacità delle forze afgane di prendere in mano la situazione e che, in sostanza, si tratterà di una decisione politica, ma soprattutto militare, che verrà discussa a partire dalla fine dell’anno prossimo.
Insomma, la strategia americana in Afghanistan rimane piuttosto vaga. Come ha scritto John Dickerson sull’altro magazine liberal Slate.com, “E’ ormai chiaro che Obama è un presidente deciso a perseguire una guerra attivamente, e non semplicemente a occuparsi a malincuore di un conflitto che ha ricevuto in eredità da altri. Il resto [la strategia], però, è molto confuso”.
Il presidente americano è investito del potere di ordinare l’invio dei soldati, ma il Congresso dovrà approvare i costi dell’operazione. E’ evidente che Obama, che ha scelto di fare dell’Afghanistan la propria guerra, dovrà combattere non solo a Kandahar, ma anche sul fronte domestico.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Simone Comi
Corsi e ricorsi storici, in Afghanistan un nuovo Vietnam?

Alla fine è arrivata. Dopo settimane di colloqui e discussioni con i consiglieri militari e i membri dell’amministrazione più fidati, Barack Obama ha deciso di inviare in Afghanistan 30.000 nuove unità combattenti a supporto di quelle già schierate. La strategia statunitense sembra aver dato finora ben pochi frutti e dopo anni di aspri combattimenti la situazione nel paese asiatico è ancora  caratterizzata da instabilità e profonde paure. La decisione del presidente ha avuto come prima conseguenza diretta lo slittamento, di almeno un biennio, della data del ritiro dell’esercito statunitense. La Casa Bianca ha ammesso infatti che i tempi non sono ancora maturi per poter pianificare il rientro delle truppe impegnate in Afghanistan, confermando così le previsioni, e gli auspici, di molti analisti. Un calo repentino della popolarità presidenziale presso l’opinione pubblica  potrebbe essere un’ulteriore diretta conseguenza della scelta di incrementare nuovamente il numero delle truppe impegnate. Rafforzare i contingenti schierati in un teatro così lontano, e proseguire una guerra ormai invisa anche ai più convinti sostenitori della prima ora, potrebbe inoltre costare al Partito Democratico un alto prezzo in termini di consenso elettorale alle prossime elezioni per il rinnovo del Congresso. Barack Obama ha dichiarato che il ritiro delle truppe avverrà nel 2011, esattamente un anno prima delle elezioni presidenziali di mid-term e nei tempi giusti per poter fare della decisione un punto di forza della futura campagna elettorale. L’impegno assunto potrebbe però rivelarsi presto una scommessa azzardata: non si può infatti escludere che all’aumento delle truppe e ad un probabile cambio di strategia corrispondano un maggior controllo sul territorio o la pacificazione delle zone tribali in cui sono i talebani a dettare legge. Nello scenario peggiore per l’attuale amministrazione democratica, la scelta di Barack Obama potrebbe portare alla sconfitta nelle prossime elezioni di mid-term o alla possibile decisione di non ricandidarsi per un secondo mandato presidenziale per le stesse motivazioni che frenarono Lyndon Johnson nel 1968. Sono in molti a sostenere che l’Afghanistan sarà per gli Stati Uniti un nuovo Vietnam, ma in realtà la situazione potrebbe trasformarsi in un ricorso storico di qualche anno più recente. Gli Stati Uniti potrebbero infatti ritrovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovò l’Unione Sovietica vent’anni fa proprio nello stesso paese. I russi furono costretti a lasciare le valli afghane dopo aver combattuto per un decennio, senza raggiungere risultati degni di nota e anzi consegnando di fatto il paese al regime che si era cercato di sconfiggere. Stesso futuro potrebbe attendere gli statunitensi e gli alleati della coalizione, a tutto vantaggio delle forze talebane e di paesi vicini, come l’Iran, o fazioni vicine agli estremisti islamici come in Pakistan.
La richiesta avanzata da Obama agli alleati europei e non, nuove truppe e un differente approccio alla missione Enduring Freedom, sembra apparire inoltre come un tentativo di verificare quali governi sono pronti a sostenere il rinnovato impegno statunitense. Il portavoce della NATO James Appathurai ha confermato che più di 20 paesi si sono detti disponibili ad inviare nuove truppe in Afghanistan, per un totale di soldati che supera le 5000 unità. Secondo le parole di Appathurai questo mostra la chiara determinazione degli alleati a sostenere la strategia di Obama. C’è da sottolineare però che in Europa, al momento, solo Italia e Polonia hanno risposto con una certa prontezza all’invito della Casa Bianca, mentre Francia e Germania hanno scelto un approccio più attendista. L’Eliseo si è limitato infatti a confermare l’impegno a mantenere le truppe già schierate mentre da Berlino hanno fatto sapere che la decisione sull’invio di nuove unità verrà presa solo a Gennaio, in occasione della conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan.
La strategia di Barack Obama sembra aver raccolto un consenso parziale al di qua dell’Atlantico e non sarebbe da escludersi l’ipotesi che entrambi i maggiori paesi UE decidano di garantire solo formalmente il loro appoggio alle scelte della Casa Bianca. In un momento in cui anche la Russia e la Cina hanno annunciato che sosterranno lo sforzo di Washington per la pacificazione del paese asiatico, sembra essere solo l’Europa a presentarsi, ancora una volta, divisa e indecisa rispetto alla strada migliore da seguire per rafforzare, anche in prospettiva futura, i rapporti con la Casa Bianca.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com

 


Gianfranco Aurisicchio
La torre di Babele è di nuovo crollata

Strana ironia della storia, dei continui corsi e ricorsi storici, come direbbe il Vico. La torre di Babele è continuamente ricostruita, dopo essere puntualmente crollata: l’uomo ha questa vis dentro, di costruire in continuazione edifici sempre più alti, non importa se poi vengono abbattuti da aerei civili dirottati da terroristi, da guerre, crisi finanziarie, etc… L’uomo continua a costruire, sempre più alto, specialmente se ha bisogno di dimostrare qualcosa: ricchezza, tecnologia, potenza o qualcos’altro.  Gli psicologi lo spiegano con il bisogno di ostentare un (il proprio?) simbolo fallico. Il mito biblico della torre di Babele invece ci dice più saggiamente che è intrinsecamente umano il bisogno di sfidare Dio, di ergersi a dio terrestre attraverso un simbolo, un Landmark visibile da tutta la terra e quindi da tutti gli uomini, a testimonianza della propria potenza, e in questa stessa pretesa vi è il fondamento della propria caduta: ma si sa, historia non docet…

Benvenuti quindi a Dubai. L’atmosfera della città del Golfo dai molti grattacieli di gusto discutibile non è però quella frizzante ed euforica di qualche mese fa quando vi avevo fatto un field trip. Regna piuttosto un senso di avvilimento, sfiducia e preoccupazione da quando la settima scorsa sia il governo della città che quello di Abu Dhabi, il partner petrolifero negli Emirati Arabi Uniti (UAE), hanno detto chiaramente che non garantiranno il debito di 59 miliardi di dollari accumulati da Dubai World, la primaria società di investimento che ha finanziato buona parte delle (scarse) velleità artistiche di urbanisti, city planners e costruttori, i quali nel giro di qualche anno hanno riempito una striscia di deserto sulla costa in un dedalo di simboli fallici, o di incompiute torri di Babele, come si vogliano chiamare i grattacieli di Dubai. Tanto arriveranno i russi ad affittare i grandi uffici delle torri. Tanto gli inglesi compreranno i grattacieli. Tanto il valore aumenta. Tanto la domanda di immobili cresce. Tanto Abu Dhabi e gli Emirati pagheranno i debiti…. E invece niente di tutto questo è accaduto. Una storia che mi pare si sia già sentita recentemente: tanto il valore degli immobili aumenta in America. Tanto con l’economia che tira cambio lavoro e guadagno di più. Tanto mi daranno un’altra carta di credito… Era il 2008. Historia non docet, appunto. E la torre di Babele è venuta giù…
Immagino che in questi giorni nei coffee shops e nel majlis di Dubai, dove per un cappuccino mi avevano chiesto in un inglese rude 15 dollari (dollari, perché gli arabi sono molto “flessibili” nell’accettare valuta americana), i locali stiano ora inveendo contro i loro governanti che li hanno caricati di un debito stimato da Moody’s intorno ai 100 miliardi di dollari, così come tre mesi fa stavano inveendo contro i fantini dei cavalli su cui puntavano.
La crisi del debito di Dubai minaccia conseguenze su tutti gli UAE: sia la ricca capitale che le consorelle. Ma mentre Abu Dhabi, che controlla oltre il 90% del petrolio degli UAE, ha i mezzi per uscire dall’impasse finanziario con solo qualche danno nel lungo periodo, il modello “Dubai” che ha ammaliato e annoiato in egual misura gli investitori e i viaggiatori d’arte, rischia invece di venir cambiato radicalmente. Tuttavia il mondo finanziario (e politico) non ha alcun interesse a lasciar fallire Dubai, perché anche una Dubai più sobria (e non mi riferisco all’architettura perché quella purtroppo rimane) avrà comunque due ordini di vantaggi: una cultura tutto sommato liberale in una zona vicina all’integralismo ed un’infrastruttura di trasporti davvero internazionale. La stessa area di libero scambio Jebel Ali conta per esempio per quasi un quarto dell’economia di Dubai.
Mettere a posto le cose in questo angolo di mondo richiede sia un cambiamento nella gestione delle finanze che un cambiamento di mentalità. Il problema è stato che Dubai è andata fuoribordo nell’indebitarsi in una spirale che non ha nulla del modello di business originario: l’economia dei servizi si è trasformata in un fondo di investimento (che non ha mai incassato cedole).
“Non è il modello che è sbagliato, lo è la sua implementazione”, dice George Makhoul, ex-presidente di Morgan Stanley per il Medio Oriente. “Dubai ha costruito una infrastruttura di prima classe, ma non ha saputo fermarsi. E non aveva le competenze per costruire una practice degli affari, sia in termini di gestione indipendente che di organi di controllo indipendenti. Non ha costruito istituzioni”. Similmente alla crisi finanziaria americana, nessuna autorità di controllo centralizzata teneva traccia dei debiti in continua espansione degli enti statali e parastatali, anche all’interno dello stesso gruppo. Non ci si rendeva conto che le finanze dell’Emirato stavano andando fuori controllo. Fino al 2008 le società statali potevano indebitarsi senza controllo né autorizzazioni. E dopo il 2008 le due principali società degli UAE, cioè Dubai World e Dubai Holding, la società cassaforte degli Arabi, avevano continuato nel regime di esenzioni. E infatti oggi queste due società contano per il 70% del debito di Dubai. Che comunque era incoraggiato nella sua politica di indebitamento dagli stessi banchieri che pensavano, erroneamente, che stavano prestando denaro dietro una garanzia quasi sovrana (perché garantita dal governo), anche se in realtà non esisteva nessuna garanzia di questo tipo e tutto il debito era basato su una presunzione (supportata solo a voce, da rumors, accenni del capo, ammiccamenti) di garanzia.
E quindi alla fine la torre è crollata. È davvero ironico osservare che oggi a Dubai sembra davvero essere ai tempi della Bibbia della torre di Babele, e anche la distanza fisica non è molto diversa dai luoghi dove il racconto è ambientato. La maggior parte dei residenti di Dubai (il 90%) sono stranieri, in un coacervo di idiomi, culture e professioni: denaro russo e capitali iraniani, lavoratori a bassa paga indiani e pakistani, e ricchi finanzieri arabi costituiscono un melange di stratificazioni sociali e di nazionalità dove si suppone che ogni comunità conosca il proprio posto. I locali detengono il potere e le prime posizioni. Gli indù, di gran lunga il gruppo straniero più grande e profondamente radicato, occupano tutte le classi sociali, dalla classe operaia ai colletti bianchi degli uffici. Gli inglesi sono tradizionalmente la classe dirigente dei managers, i libanesi sono i banchieri e i pubblicitari, i filippini sono i lavoratori domestici (anche qui) e i commessi di negozio. Molti cinesi sono poi entrati negli ultimi anni nei traffici commerciali.  E come nel racconto biblico si parlano ma non si comprendono, vivono gli uni accanto agli altri ma non si conoscono. Prendono a prestito e non sanno ripagare i debiti….

gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Luca Rossetti
Verso Copenaghen senza illusioni e con un bagaglio di problemi

Termini temporali, valori percentuali di riduzione delle emissioni, distribuzione degli impegni tra paesi e mercato delle emissioni: questi i principali punti intorno ai quali ruota la negoziazione sui cambiamenti climatici in vista del vertice di Copenaghen si aprirà lunedì.
In questo contesto restano aperti alcuni interrogativi di fondo: i mutamenti climatici sono davvero una sfida globale, un impegno fondamentale per il futuro del pianeta e per la vita delle prossime generazioni?
A giudicare da quanto se ne discute e si propone si direbbe di no. Il tema oggi, alla vigilia del 15° vertice tra le parti, è infatti uno tra i tanti che affollano l’agenda politica internazionale. In più per il nostro paese si tratta di una questione minore tanto che non si conosce la posizione dell’Italia e, tantomeno, se ne discute o propone alcunché. In sostanza è fondato sostenere che dei cambiamenti climatici se ne parla ancora troppo poco.
In questa cornice aspettando Copenaghen dopo il 20-20-20 (strategia sostenuta dall’UE) si affaccia l’ipotesi danese del 50-50-80: 50 % di emissioni di CO2 in meno entro il 2050 con l’80% dello sforzo a carico dei paesi industrializzati. Un’idea che è emersa dopo la doccia fredda di due settimane fa frutto del vertice tra States e Cina che ha, paradossalmente, avuto il merito di farci arrivare al nuovo vertice con maggiore disincanto e senso della realtà.
Il meno 50% contenuto nella proposta danese è formulato rispetto ai livelli di emissioni del 1990 (lo stesso riferimento temporale adottato dal protocollo di Kyoto). A questa ipotesi  negli ultimi giorni si è contrapposto il fronte dei paesi emergenti questa volta capitanato dall’India salita sulle barricate con Brasile, Cina e Sudafrica nel respingere decisamente questo canovaccio imbastito dai padroni di casa. La valutazione dei cosiddetti paesi emergenti è nel segno del rifiuto di richieste giudicate irrealistiche e spropositate che metterebbero un freno alla loro crescita economica dinnanzi ai paesi industrializzati accusati di non essersi saputi porre, e rispettare, obiettivi di breve e medio periodo.
Un altro fronte polemico è alimentato da chi torna a parlare della non veridicità dei cambiamenti climatici sostenendo che le previsioni catastrofiche sull’evoluzione del clima sono artatamente manipolate .
Queste argomentazioni politicamente si traducono nell’immobilismo e nell’incapacità di guardare avanti e di innovare, oltre l’era dei combustibili fossili.
Forse si tratterebbe di vivere i cambiamenti climatici come una straordinaria finestra di opportunità per ripensare le politiche pubbliche sia su scala globale che locale; un’occasione per puntare alla riduzione delle emissioni inquinanti e alla contemporanea tutela e valorizzazione delle risorse naturali (vedi, per esempio, alla voce deforestazione).
Attorno al tema dei cambiamenti climatici ci sono infatti un complesso di obiettivi di rilievo, a prescindere dal carico umano sul pianeta che si farà sempre più insostenibile, anche a causa dell’aumento della popolazione.


rossetti70@gmail.com


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 4 dicembre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto il 21 novembre Paolo Romani, viceministro alla Comunicazioni, ha annunciato la creazione di un secondo grande centro di produzione Rai a Milano da realizzare sull'area che nel 2015 ospiterà l'Expo dove …..''finalmente, la Rai avrà una sede capace di rispondere a tutte le sfide a cui e' chiamata……''. Il 23 novembre è stato presentato il Comitato scientifico di Expo Milano 2015, alla presenza di Letizia Moratti, Commissario straordinario del governo per Expo Milano 2015, Lucio Stanca, Amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A e Roberto Schmid, presidente del Comitato stesso che si occuperà tra l'altro di selezionare, monitorare e validare dal punto di vista scientifico tutti i progetti che riguarderanno l'Expo 2015. In collaborazione infatti con il Commissario straordinario ed Expo 2015 S.p.A e' al Comitato scientifico che spetterà il compito di sviluppare i vari indirizzi in chiave scientifica in cui e' stato articolato il tema dell'Expo, contribuire a sostenere i rapporti di cooperazione internazionale discussi durante la fase di candidatura, di occuparsi di fornire consulenze scientifiche per gli eventi e di curare la comunicazione e la divulgazione scientifica sui temi dell'Expo.
Il 2 novembre 2009 Stanca e la Moratti hanno partecipato ai lavori dell'assemblea generale del Bie, il Bureau International des Expositions, a Parigi. Un appuntamento importante per informare e coinvolgere tutti i Paesi che compongono il Bie. “Sono molto soddisfatto – ha commentato Lucio Stanca - perché all’inizio il presidente dell’Executive Committee Steen Christensen ha voluto informare sui progressi compiuti da Milano nel percorso verso l’Expo 2015. Christensen ha sottolineato, in particolare, che non c’è alcun ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista”. Lucio Stanca e Letizia Moratti hanno informato l’Assemblea generale sullo stato dei lavori, ricevendo sia dal presidente Jean-Pierre Lafon che dal Segretario generale Vicente Gonzalez Loscertales un commento molto positivo. Loscertales ha così commentato la presentazione effettuata da parte della Moratti e dell'a.d. Stanca: "Il giudizio è molto positivo. Siamo di fronte al giusto insieme di elementi che rende il progetto estremamente innovativo, esempio dello stile italiano costruito su solide basi". Sull’attività che Expo 2015 S.p.A. sta svolgendo, Loscertales ha espresso parole molto incoraggianti: "Il lavoro fin qui svolto è positivo, sostanziale e razionale, la società è ben guidata e strutturata". Loscertales si è infine detto "più che fiducioso e contento di ciò che Expo Milano 2015 sta facendo e saprà realizzare".
Durante la seduta il Sindaco Moratti ha annunciato di aver firmato il decreto per la costituzione del Coem, il Comitato di Coordinamento di Expo 2015, da lei presieduto; la struttura, istituita dal decreto del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi del 22 ottobre 2008, avrà il compito di individuare e coinvolgere i soggetti interessati a Expo, a livello sociale, culturale e produttivo, per condividere e realizzare iniziative legate all’evento.
Sarà un Comitato flessibile – ha dichiarato la Moratti - che unisce i diversi Ministeri e i più importanti attori istituzionali della vita socio-economica del Paese perché l’Expo 2015 possa essere sempre più partecipato e raggiungere gli obiettivi che si è dato. Grazie al Comitato sarà più semplice concordare con tutti i protagonisti le decisioni per realizzare le attività connesse all’evento”.
Il Comitato di Coordinamento di Expo 2015 sarà formato da:
- Il Ministro degli Affari Esteri
- Il Ministro dell'Interno
- Il Ministro dell'Economia e delle finanze
-  Il Ministro per lo Sviluppo Economico
- Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
- Il Ministro dell'Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare
- Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
- Il Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca
- Il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
- Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali
- ll Capo del Dipartimento della Protezione Civile
- Il Presidente dell'Anci
- I1 Presidente della Regione Lombardia
- Il Presidente della Provincia di Milano
- Il presidente dell'Upi Lombardia
- L'amministratore delegato della Società Expo 2015 S.p.A
- altri Ministri coinvolti nelle diverse iniziative.
Il 26 novembre Stanca ha annunciato che il disavanzo previsto per Expo 2015 Spa nell'esercizio 2009 sarà pari a 8 milioni di euro a fronte degli 11,6 milioni previsti e rispetto alle previsioni inserite nel dossier di candidatura aggiungendo che “….il nostro obiettivo e' di arrivare a un miliardo di ricavi tra budget, merchandising e sponsor per controbilanciare le spese che sosterremo da qui al 2014….” ricordando che la Società sarà in disavanzo strutturale fino al 2015.
Il 27 novembre la Moratti ha illustrato ai Consiglieri della Commissione Expo del Comune di Milano gli ultimi sviluppi e l'andamento dei lavori, l'incontro al Bie a Parigi, il Comitato scientifico e la Coem. Nella nostra rassegna stampa si può leggere il discorso da lei tenuto.
Il 30 si è riunito per la quinta seduta il Tavolo Lombardia che ha approvato nuovi progetti in vista dell’Expo 2015 ricompresi nell'ambito dell'Accordo quadro di sviluppo territoriale promosso da Regione Lombardia e che riguardano la realizzazione di infrastrutture a verde, la riqualificazione ambientale, la valorizzazione delle acque e dei Navigli per il rilancio dell'attrattività turistica. Per quanto concerne le infrastrutture di collegamento, è stato verificato che le operazioni procedono nei tempi previsti in modo da concludere tutti i progetti entro settembre 2014 e che i finanziamenti necessari per tutti i progetti sono disponibili. Alla riunione del Tavolo Lombardia, presieduto da Formigoni, ha partecipato un'importante rappresentanza del Governo nazionale: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Turismo, Michela Vittoria Brambilla; il vice ministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, il sottosegretario all'Economia Luigi Casero. E poi il sindaco Moratti, il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà e Stanca; e ancora gli assessori regionali Raffaele Cattaneo, Pier Gianni Prosperini e Massimo Ponzoni e quello comunale Carlo Masseroli. Tutti hanno espresso al termine dei lavori soddisfazione per il lavoro di squadra e la sinergia tra le istituzioni. “Già 8 miliardi - ha sottolineato il presidente Formigoni - abbiamo interamente assicurati per realizzare una Lombardia nuova in grado di accogliere Expo con infrastrutture adeguate e con miglioramenti del territorio: una Lombardia più verde, più ospitale, che mette in mostra i suoi patrimoni paesaggistici; una Lombardia più attrattiva”. A margine dell'incontro si è parlato anche di patto di stabilità. “Per una deroga al patto di stabilità ci vuole una volontà politica, io sono abbastanza fiducioso e sono personalmente impegnato per ottenerla". Così il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, ha risposto a Palazzo Marino dopo l'incontro con il Sindaco e i responsabili locali del Pdl Massimo Corsaro, Luigi Casero e Maurizio Lupi sul tema dei vincoli del patto di stabilità e le opere per Expo. E’ stata annunciata altresì la nascita di un grande Centro di produzione internazionale della Rai a Milano….speriamo sia la volta buona! In rassegna stampa è presente una nota di sintesi delle decisioni assunte dal Tavolo Lombardia.

Altri eventi:
-          lunedì 30 novembre 2009 nella sala Arazzi di palazzo Barbieri a Verona c’è stata la presentazione del libro “Expo 2015 – una guida a tutte le opportunità”. Alla presentazione del libro sono intervenuti alcuni degli autori: Patrizia Galeazzo, dirigente della Fondazione Università IULM, Riccardo Garosci, consigliere del Ministero dell’Istruzione e Roberto Daneo, già direttore del Comitato di candidatura Expo 2015.
-          Mercoledì 2 dicembre, presso la Camera di Commercio di Novara si è tenuto il convegno “Verso Expo 2015: un’opportunità per la promozione turistica del Piemonte e delle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola“.
-          Giovedì 3 dicembre la SOS-LOGistica, Associazione per la logistica sostenibile, ha organizzato con il patrocinio di Expo 2015 il V Convegno Internazionale, dal titolo”EXPO 2015: occasione di sinergie per uno sviluppo più sostenibile. Orientamenti per mobilità, infrastrutture, processi e prodotti ecocompatibili” che ha visto la partecipazione di Erik Maskin, Premio Nobel per l’Economia 2007, e di Jean-Paul Fitoussi, Coordinatore del Piano di Sviluppo Economico e di Sostenibilità della Francia.

Alla prossima.

s.florio@libero.it



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