Valentina Pasquali
La guerra di Obama
Doveva essere una ripetizione del discorso di Filadelfia del marzo 2008, quando, in uno dei momenti decisivi della campagna per le primarie democratiche, l’allora candidato Barack Obama incantò la nazione parlando di relazioni interrazziali e convinse gli elettori americani a sostenerlo alle urne. Così come allora, anche questo martedì all’Accademia Militare di West Point il Presidente aveva sperato di tirar fuori dal cilindro un grande discorso che riuscisse a unificare la nazione, convincendo tutti, a destra e a sinistra, che la nuova Amministrazione democratica fosse davvero sulla strada giusta riguardo alla guerra in Afghanistan.
Invece, nel consueto tentativo di cercare la mediazione tra le parti, dando ragione un po’ ai democratici e un po’ ai repubblicani, Obama questa volta ha finito per deludere, e per scontentare tutti. “Sono molto delusa, direi quasi intristita, ma, in fondo, non mi sento tradita”, ha scritto nel proprio editoriale sul magazine liberal Salon.com Joan Walsh. “Obama ha governato fin qui proprio come ci si deve attendere da un centrista come lui […] Ci vorrà molto lavoro da parte degli attivisti per spingerlo a trovare soluzioni migliori”.
Dopo aver passato gli ultimi mesi a studiare le condizioni di sicurezza in Afghanistan, Al-Qaeda e i Talebani, il Presidente Obama ha deciso, infine, di mantenere quella che era stata una promessa elettorale, ovvero che l’Afghanistan e non l’Iraq rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e che quindi bisogna occuparsene con decisione. Obama darà così ordine di inviare trentamila nuovi soldati in Afghanistan, rispondendo più o meno positivamente alla richiesta del Generale McChrystal, comandante delle truppe americane e NATO in Afghanistan, che gliene chiedeva quarantamila.
Inizialmente, la decisione è stata accolta con un certo entusiasmo nelle fila repubblicane, tanto che Danielle Pletka, analista neo-conservatrice dell’American Enterprise Institute, un centro di ricerca di Washington DC, commentava contenta a metà circa del discorso del presidente che “fin qui, avrebbe potuto anche essere Bush a parlare”.
Ma Obama sapeva anche, martedì, di dover tranquillizzare gli animi dei colleghi democratici. Molti esponenti del Partito dell’Asinello sono critici della decisione di aumentare il coinvolgimento americano in Afghanistan, per diverse ragioni. Innanzitutto, con gli Stati Uniti ancora sofferenti per via della crisi economica, i parlamentari democratici sono preoccupati del fatto che l’Amministrazione Obama non ha ancora spiegato esattamente come pensa di finanziare l’incremento dei costi bellici, che per l’anno fiscale 2010 dovrebbero assestarsi sui 30-40 miliardi di dollari (è già stata esclusa la possibilità di una nuova tassa sul reddito, il che significa, molto probabilmente, che la guerra andrà a pesare ulteriormente sul debito pubblico). Parte della sinistra americana è, inoltre, poco convinta che questa sia la scelta giusta, sospettosa che l’aumento della presenza a stelle e strisce in Afghanistan non farà altro che creare nuovo anti-americanismo e nuove reclute per l’estremismo islamico. Fra l’altro, la corruzione endemica del governo Karzai, in cui gli Afgani ripongono pochissima fiducia, non fa sperare in una reazione positiva da parte del popolo e della politica locale. Infine, i democratici sono preoccupati delle elezioni midterm dell’anno prossimo, visto che molti degli attivisti di partito sono radicalmente contrari alla “surge” di Obama.
Così, per rassicurare i colleghi, il Presidente ha dichiarato martedì che la decisione di aumentare il numero di soldati al fronte non equivale a un impegno militare in Afghanistan a tempo indeterminato. Ma che, anzi, la “surge” che comincerà a gennaio 2010 e che dovrebbe completarsi entro l’autunno dello stesso anno, inizierà a concludersi già nel luglio del 2011.
Questo dettaglio, però, ha acceso il dibattito al Congresso. Già mercoledì si sono aperte una serie di riunioni di commissioni, sia alla Camera che al Senato, in cui rappresentati dell’Amministrazione Obama (il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Ministro della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Mike Mullen) hanno dovuto rispondere alle domande insistenti sia dei repubblicani che dei democratici sul significato di questa data di scadenza. Per i repubblicani, ad esempio, un termine predeterminato per questa nuova missione ne minerebbe le fondamenta, indicando a Al Qaeda e Talebani che, se aspettano soli due anni, potranno poi riprendersi l’Afghanistan indisturbati.
E così, già Obama martedì e soprattutto il Ministro Gates mercoledì, hanno dovuto spiegare che il luglio 2011 non è un termine ultimo e imprescindibile, ma che l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dipenderà dai progressi fatti sul campo, dalla capacità delle forze afgane di prendere in mano la situazione e che, in sostanza, si tratterà di una decisione politica, ma soprattutto militare, che verrà discussa a partire dalla fine dell’anno prossimo.
Insomma, la strategia americana in Afghanistan rimane piuttosto vaga. Come ha scritto John Dickerson sull’altro magazine liberal Slate.com, “E’ ormai chiaro che Obama è un presidente deciso a perseguire una guerra attivamente, e non semplicemente a occuparsi a malincuore di un conflitto che ha ricevuto in eredità da altri. Il resto [la strategia], però, è molto confuso”.
Il presidente americano è investito del potere di ordinare l’invio dei soldati, ma il Congresso dovrà approvare i costi dell’operazione. E’ evidente che Obama, che ha scelto di fare dell’Afghanistan la propria guerra, dovrà combattere non solo a Kandahar, ma anche sul fronte domestico.
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