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Home » Newsletter n. 191 - 11 dicembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 191 – 11 dicembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 191.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che sono aperte le iscrizioni alla VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica.
Per informazioni e per iscrizioni
clicca qui.

Buona lettura!
La Redazione




Sommario:

Nicola Pasini
CFP (Che Famo Poi)?


Davide Biassoni
I valori cattolici restano centrali


Alessandro Fanfoni
Guerra e Pace, Obama ritira il Nobel


Valentina Pasquali
Usa/ Mercato del lavoro sempre in affanno


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Nicola Pasini
CFP (Che Famo Poi)?

Separazione tra politica e giustizia, rapporto sempre più complesso fra religione e politica. Vertice sul clima di Copenaghen, Nobel per la pace a Obama e guerra giusta. Crisi economica greca, legge di bilancio in dirittura d’arrivo e dinamiche conflittuali tra governo, parlamento, enti sub-nazionali. Potremmo continuare. Sono solo alcuni esempi delle nostre 4 aree tematiche, dall’etica pubblica alle relazioni internazionali, dal nuovo paradigma di sviluppo (sostenibile) al sistema politico italiano, per rivendicare che ogni giorno il CFP - attraverso il continuo aggiornamento delle notizie - è sempre sul pezzo. E non per correre dietro alla politica quotidiana o alla notizia della settimana, anzi (a proposito dell’etica dell’informazione….si racconta il mondo come è o come si vorrebbe esso sia?)! Fin dall’inizio della sua storia, il fondatore del CFP, Massimo Cacciari, e il comitato scientifico si sono posti un obiettivo chiaro: cercare - tutti assieme - di capire i complessi problemi della società contemporanea, fornire le analisi, i metodi e gli strumenti per risolverli, sapendo da subito che la politica non è e non potrà mai essere come la fisica. Tuttavia, anche quest’anno, non ci siamo accontentati di trovarci per molti weekend per fare propaganda o convincerci che le nostre idee fossero le migliori. Abbiamo piuttosto cercato di affrontare i diversi problemi in modo strutturato. Solo così si riescono a capire i delicati rapporti tra politica e economia, le questioni bioetiche, l’emergere delle nuove potenze nelle relazioni internazionali, la rappresentanza degli interessi e l’evoluzione del welfare, il sistema politico italiano e così via.
Ora, dopo un anno intenso in cui abbiamo socializzato conoscenze, realtà territoriali e stili politici differenti, approcci analitici pluralistici, è venuto il momento di agire. Anche perché il CFP è nato con l’intento di creare un luogo che fosse un vero ‘frullatore’ di idee, di argomentazioni, di ipotesi di lavoro che andassero tutte nella stessa direzione: ridare autorevolezza alla politica.




Davide Biassoni
I valori cattolici restano centrali

Una volta vi era la Democrazia Cristiana, che deteneva il primato incontrastato in termini di voti e seggi. Non solo: la DC era anche il partito unitario dei cattolici, benché all'interno del suo corpo convivessero anime distinte e concorrenziali, suddivise in correnti. La cesura rappresentata dall'inabissarsi della Prima Repubblica comportò, inter alia, lo smembramento della “Balena Bianca” i cui esponenti sono oggi presenti, principalmente, nei due maggiori partiti italiani, ossia il Popolo della Libertà e il Partito Democratico, oltre che nell'Unione di Centro e in altre formazioni minori. Eppure, la fine della DC ha comportato l'eclissarsi di un punto di riferimento univoco non solo per l'elettorato moderato, ma anche per la Santa Sede, tanto più che i partiti hanno sgomitato nell'avocare per sé, con maggiore o minore intensità, la palma di autentici eredi di quella tradizione. Più in dettaglio, nel PdL i cattolici rappresentano una componente sicuramente influente ma non sempre decisiva, mentre essi lamentano una posizione decisamente più marginale nel PD, come evidenziato dalla defezione in corso dell'ala più centrista in dissenso con il corso della nuova segreteria. Ciò nonostante, pensare che il cattolicesimo politico sia in fase calante e svolga un ruolo minore pare fuorviante. Un tempo, gli appelli del Papa e delle gerarchie cattoliche si rivolgevano essenzialmente alla DC, e il sistema partitico, frammentato nei numeri e statico nella dinamica, prevedeva una forte polarizzazione ideologica nell'arco sinistra-destra e una ben definita identità dei partiti stessi. Cambiato lo scenario, il Vaticano ha però oggi ascoltatori attenti sia nel centrodestra, sia nel centrosinistra, e l'assenza del partito cattolico unitario non s'è rivelato uno svantaggio. Tutt'altro: i provvedimenti adottati (e quelli non) nell'ultimo quindicennio dimostrano l'esatto opposto, almeno nel dominio etico-scientifico e dei temi sensibili. Alcuni esempi lo dimostrano: nel 2004 fu approvata dalla CdL la legge 40 per la regolazione sulla fecondazione assistita che, in confronto con le altre normative europee, è ritenuta assai più restrittiva nel filtrare le possibilità di accesso a tale tecnica; nonché, nel 2005, fu celebrato un referendum abrogativo per liberalizzarne alcuni aspetti, ma la partecipazione si rivelò un vero tonfo. In tema di testamento biologico, il ddl appena licenziato a Palazzo Madama dovrebbe presto giungere alla Camera, ma non si possono dimenticare i richiami del Presidente di Montecitorio contro provvedimenti forzatamente dogmatici. Si noti soprattutto come l'inerzia decisionale della classe politica abbia trovato una spinta decisiva solo nel momento del richiamo della CEI sulla necessità di una regolamentazione che ponesse fine a ciò che era bollato come “far-west” scientifico (fecondazione in vitro) e all'over-interpretation dei giudici (si rammenti il caso Englaro).  Se poi consideriamo il tema delle coppie di fatto dai DICO elaborati da Bindi e Pollastrini fino al recente tentativo di Brunetta e Rotondi, i relativi disegni di legge non mai hanno nemmeno raggiunto la discussione in Aula, esattamente come i progetti di snellimento delle procedure burocratiche del divorzio che si vorrebbe più libero da lungaggini. La promozione dei valori cattolici si regge, dunque, sui poteri di veto esercitabili in entrambi gli schieramenti. Solo la recentissima introduzione della RU486 rappresenta uno strappo, tuttavia originatosi sotto il governo dell'Unione (quando al Welfare stava Livia Turco) e in seguito avallato dall'AIFA, cioè l'Agenzia Italiana del Farmaco, un organo indipendente la cui delibera è stata pubblicata ufficialmente solo dopo serrate indagini conoscitive condotte dalla commissione Sanità del Senato. Ciò chiarito, non si può sorvolare su un altro nodo cruciale nel quale, invece, l’attuale maggioranza e il Vaticano sono in disaccordo, ossia la questione immigrazione dove la Lega Nord appare in totale divergenza con le gerarchie ecclesiastiche (o, almeno, con una certa sua compenente “progressista”), come esemplificato di recente dalle dichiarazioni al fulmicotone di Calderoli verso il Cardinale Tettamanzi. In brevis, da un lato, il centrodestra (con la sola eccezione della corrente finiana) ha acquisito pienamente il bagaglio di valori morali difesi dalla Santa Sede mentre, dall'altro, il peso politico-ideologico del Carroccio è tale da lasciare il suo imprinting indelebile sull'azione dell'esecutivo, tanto che solo la compagine Bossi può permettersi di lanciare una sfida chiara Oltretevere sulla visione multi-religiosa delle società contemporanee.

 

biassoni_davide@yahoo.it




Alessandro Fanfoni
Guerra e Pace, Obama ritira il Nobel

In un’epoca in cui il presente sembra costantemente divorare il futuro e cancellare il passato, il premio Nobel per la pace ritirato ieri a Oslo dal presidente Usa Barack Obama non sembra tanto un incoraggiamento (come ritenuto dai sostenitori) o viceversa una forzatura, un assegno in bianco (come ritenuto dai detrattori di questa scelta dell’Accademia), quanto piuttosto, appunto, un segno dei tempi. Tempi che incalzano, divorati dalla frenesia di risultati e, per questo, propensi alla scommessa su tutto ciò che ancora non c’è, ma che potrebbe avverarsi. E’ dunque bastata la svolta radicale nella semantica e nella retorica dei discorsi del nuovo presidente, la nuova dottrina di una diplomazia multilaterale, la costante evocazione dell’accordo, della convergenza degli interessi, della componibilità delle divergenze come faro del ruolo nel mondo di questa Casa Bianca - dopo il cupo unilatarelismo a stelle e strisce dell’era Bush -  per accreditare Obama di uno sforzo già meritevole del più alto riconoscimento mondiale per l’impegno in favore della pace. Poco importa allora che Obama, come da lui stesso riconosciuto nel discorso alla cerimonia di consegna del premio Nobel, sia suo malgrado commader in chief di due guerre ereditate dalla passata amministrazione; al limite, poco rilevante anche la distinzione – sempre richiamata dal presidente Usa ieri a Oslo – tra “just war” e “unjust war”, poiché solo un’anima bella, insopportabilmente naif, potrebbe scambiare l’ideale assoluto della pace come mezzo (improbabile) e non come fine (perfettibile, a cui tendere indefinitamente). In un’epoca che oscilla tra il pragmatismo della realpolitik e l’orizzonte degli ideali codificati più alti che l’umanità si sia data (dai diritti universali dell’uomo alla nuova coscienza ecologica), e che per questo rischia continuamente di produrre bolle speculative di ogni genere (finanziarie, politiche, sociali, culturali, d’immagine) che prosperano proprio su questo divario, che cortocircuitano la relazione tra dati reali e aspettative, il Nobel per la pace a Obama rappresenta una delle sintesi migliori di queste tensioni contrapposte.




Valentina Pasquali
Usa/ Mercato del lavoro sempre in affanno

Lo scorso febbraio il Congresso americano approvava il pacchetto di stimolo economico da 787 miliardi di dollari voluto dalla neo-eletta Amministrazione Obama per far fronte a una delle più drammatiche crisi economiche mai attraversate dal paese. L’economia a stelle e strisce perdeva, in quel periodo, una media di 700.000 posti di lavoro al mese.
Considerato quel momento così critico, non c’è da sorprendersi che gli ultimi dati sull’occupazione siano stati interpretati da tutti come una prima, parziale, vittoria. Il mese scorso, infatti, in America si sono volatilizzati solamente 11.000 posti di lavoro, segnale che le iniziative prese dall’amministrazione sono servite perlomeno a tamponare l’emorragia.
Il tasso di disoccupazione, però, rimane il tasto dolente per il Presidente Obama, e per un Partito Democratico che si avvia verso le elezioni midterm del 2010 da partito di governo.
Nonostante i segnali positivi registrati a novembre, infatti, e nonostante il fatto che, complessivamente, l’economia americana abbia mostrato, nel terzo quadrimestre di quest’anno, i primi segni di ripresa (con una crescita del 3,5% su base annua), il mercato del lavoro continua a languire. Il tasso di disoccupazione si è assestato, tra ottobre e novembre, intorno al 10%, il dato peggiore  registrato dall’inizio degli anni novanta. Tradotto in numeri, questo significa che ci sono oggi 15 milioni di Americani senza un lavoro, di cui il 36% sarebbe disoccupato da oltre sei mesi.

Così il Presidente Obama, impegnato contemporaneamente su molti fronti difficili, dalla riforma sanitaria, alla Guerra in Afghanistan, al riscaldamento globale, è tornato a parlare di occupazione martedì, in un discorso fatto alla Brookings Institution, un centro di ricerca a Washington D.C. “Il lavoro che dobbiamo portare avanti non è affatto concluso,” ha detto il presidente, “visto che, anche se abbiamo trasformato il torrente di posti di lavoro persi in un piccolo ruscello, non riusciamo ancora a crearne di nuovi a un ritmo sufficiente per aiutare tutte quelle famiglie che sono state travolte dall’inondazione.”
Obama ha così offerto una panoramica delle nuove misure economiche che intende perseguire al fine di incoraggiare la creazione di nuovi posti di lavoro.
Pur rimanendo un po’ sul vago, il presidente ha descritto un programma in tre punti, pensato sostanzialmente come aggiunta al pacchetto di stimolo economico approvato a inizio anno. Il governo, ha detto il presidente, si impegna a far passare tagli fiscali che facilitino i piccoli imprenditori disposti a assumere nuovo personale. Obama ha poi espresso la volontà di dirottare verso le casse statali una nuova ondata di fondi federali, con il fine di rinvigorire ulteriormente il programma già in corso, d’ispirazione keynesiana, di rilancio delle opere pubbliche. Nei giorni del vertice sul riscaldamento climatico in corso a Copenhagen, il presidente è tornato infine sul tema dell’economia verde, e ha promesso finanziamenti ad hoc per incoraggiare la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore. Ad esempio, si parla di riduzioni fiscali da concedere ai proprietari di casa che investano in ristrutturazioni ecologiche.

Obama non ha spiegato in dettaglio come intende finanziare questa nuova manovra economica. In parte, è ormai chiaro che i soldi arriveranno dai risparmi inattesi ottenuti con il programma TARP (ovvero il fondo creato a inizio anno per soccorrere i grandi istituti finanziari in crisi), risparmi che si calcola dovrebbero aggirarsi almeno sui 200 miliardi di dollari. Questo si prospetta già come motivo di scontro tra l’amministrazione democratica e l’opposizione repubblicana, che insiste che quei fondi siano immediatamente versati nelle casse federali per ridurre, almeno un po’, il sempre più gigantesco debito pubblico americano.
Mentre l’Amministrazione Obama lavora al proprio piano per l’occupazione, anche il Congresso sta cominciando trattative simili. Qualsiasi nuova misura economica non verrà, però, discussa o votata prima dell’inizio del prossimo anno.
In tempi più brevi, invece, il Congresso dovrebbe approvare un’estensione di un anno per una serie di sussidi di disoccupazione straordinari decisi all’inizio del 2009 per far fronte all’emergenza, sussidi che comprendevano anche finanziamenti per garantire ai disoccupati una assicurazione sanitaria. Questi sussidi, che hanno aiutato almeno un milione di lavoratori, scadono alla fine dell’anno. Il costo di questa manovra si aggirerebbe sui 100 miliardi di dollari.
Quella che gli economisti già chiamano una “jobless recovery”, ovvero la possibilità concreta che la ripresa economica non si traduca in una crescita reale dell’occupazione, preoccupa i democratici al governo e li tiene impegnati a tempo pieno ancora oggi, a oltre un anno dallo scoppio della crisi.


valentina.pasquali@gmail.com

 



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