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Home » Newsletter n. 192 - 18 dicembre 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 192 – 18 dicembre 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 192, l'ultima prima della pausa per le festività.

Cogliamo l'occasione per rivolgervi i nostri migliori auguri per il Nuovo Anno e per formulare l'auspicio che il 2010 possa rappresentare per l'Italia l'inizio di una nuova stagione politica di responsabilità e di progettualità.

CFP NEWS tornerà regolarmente nelle vostre caselle di posta elettronica a partire da venerdì 15 gennaio 2010.

Vi ricordiamo inoltre che sono aperte le iscrizioni alla VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica.
Per informazioni e per iscrizioni
clicca qui.

Buona lettura!
La Redazione




Sommario:

Nicola Pasini
Per evitare di fare come i gamberi


Alessandro Fanfoni
L’anno che verrà


Davide Biassoni
Le impossibili riforme


Luca Rossetti
Da Copenhagen emerge un puzzle delicato da comporre


Valentina Pasquali
La riforma sanitaria allo sprint finale


Simone Comi
Washington ed Ankara: così vicini, così lontani


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 18 dicembre 2009


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Nicola Pasini
Per evitare di fare come i gamberi

Dopo i fatti di questi ultimi giorni, noi auspichiamo che in Italia si arrivi a una competizione politica leale e corretta fra due autentici riformismi, non troppo dissimili tra loro; ma da troppo tempo siamo consapevoli che la realtà del Paese è ben diversa, lontana da qualsiasi decenza di uno Stato civile.
In effetti, il tasso di delegittimazione reciproca di pezzi importanti del sistema partitico italiano e le ricadute sulla società ben rappresentate dalle violenze di questi giorni ci dimostrano che la transizione italiana dopo tre lustri è ancora senza meta. Il problema è di natura squisitamente politica, nel senso che la stabilizzazione della nostra democrazia non può essere riconducibile solo a un problema di bilanciamento tra forme di governo e parlamentari o di rapporti tra poteri dello stato; essa dipende dall’incapacità e dalla non volontà di risolvere la questione della convivenza civile e politica.

Per questo, il sistema politico italiano è ‘imballato’ e le responsabilità sono da condividere tra tutti gli attori, a cominciare dai rappresentanti politici: l’attuale maggioranza non ha dato prova di avere una classe dirigente all’altezza e l’attuale opposizione ha disatteso totalmente le aspettative. Sicuramente giocano fattori legati alla cultura politica, che non riesce a conciliare il confronto politico duro con la legittimazione reciproca di entrambi gli schieramenti. E’ un problema di qualità del ceto politico, a partire dall’inadeguatezza del Presidente del Consiglio, il quale è sì bravissimo nella raccolta del consenso ma altrettanto incapace nel condurre con lungimiranza il governo verso obiettivi perseguibili. Siamo, dunque, allo sfinimento: un paese non può funzionare in questo modo e se Berlusconi è diventato ingombrante, sia la sua parte politica sia gli avversari sono complici di tale situazione. E poi, siamo sicuri che la potenziale uscita di scena del Premier liberi le migliori energie del Paese?
Nel frattempo, anche a fronte della crisi generale in cui versa l’Italia, noi del CFP siamo fortemente motivati a formare un ceto politico fresco e in grado di esprimere le qualità cui ogni aspirante politico deve tendere: la dedizione appassionata a una causa, la competenza, il senso di responsabilità nell’azione quotidiana e la lungimiranza. Per questo crediamo ne valga la pena. Arrivederci nel 2010!



Alessandro Fanfoni
L’anno che verrà

E’ vero che il Paese è in bilico tra la barbarie e il colpo di tacco salva tutti? Cosa accadrà dopo il 13 dicembre, dopo l’attentato a Berlusconi? È difficile realisticamente immaginare che un’odiologia ad personam da una parte (originale prodotto della seconda Repubblica che nulla ha a che vedere con l’odio ideologico dei Settanta) e un delirio di autosufficienza dall’altra durati quindici anni, possano improvvisamente essere sostituiti da una nuova civiltà bipartisan fondata sulla riscrittura della regole democratiche. Dovrebbe accadere adesso quello che non è accaduto in tutta la seconda Repubblica? E’ vero che a volte sono proprio le fasi terminali, i crepuscoli, a rendere possibili passi e gesti altrimenti impossibili nelle fasi muscolari, nella decadenza del pieno mezzogiorno. Ci sono oggi queste condizioni? Esistono leadership, da una parte e dall’altra, all’altezza di questo compito? Il complesso delle forze moderate che abitano diagonalmente rispetto agli schieramenti riusciranno a far fronte comune contro gli avvelenatori, coloro che stanno giocando una partita che non guarda più in là della propria minima sorte politica? Il 2010 o sarà l’anno delle riforme – inizio di una nuova stagione politica o comunque conclusione dignitosa (riacciuffata per i capelli) della seconda Repubblica – o sarà un altro anno di scontri e di riforme mancate, di muro contro muro, di stangate giudiziarie e mediatiche come di assalti alle istituzioni, un’altra stagione all’inferno.



Davide Biassoni
Le impossibili riforme

Poco più di dieci anni fa, con l'istituzione della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali (la cosiddetta Bicamerale) si creò l'auspicio per l'approvazione di quel complesso di norme che avrebbero dovuto certificare, anche costituzionalmente, la nascita della Seconda Repubblica. Come si rammenterà, quel cammino finì per naufragare in Aula, e il famoso “patto della crostata” fra Berlusconi, Fini, D'Alema e Marini fu definitivamente spezzato dalla defezione del Cavaliere. Fu poi nel quinquennio d'inizio del nuovo secolo che la CdL elaborò in solitudine una revisione della Carta costituzionale, giudicata negativamente per la sua farraginosità e complessità dalla maggior parte dei costituzionalisti e, in seguito, sonoramente bocciata dal referendum confermativo. Il terzo spiraglio riformista sembrò aprirsi ai tempi della distensione fra Veltroni e Berlusconi benché, dopo un iniziale dialogo, la consueta e caustica querelle fra i due poli si riattivò e la forma mentis et operandi del muro-contro-muro tornò a dettare le modalità della dialettica partitica. Saltando avanti nel tempo, con il grave incidente occorso domenica scorsa a Silvio Berlusconi, in molti hanno ravvisato – almeno nelle dichiarazioni rilasciate – come l'eccesso di tensione nel paese rappresenti ormai una patologia insostenibile a lungo termine. Ergo, come ribadito in un numero indefinito di occasioni dal Colle, le forze politiche responsabili dovrebbero abbassare i toni dello scontro e, dall'altro, dimostrare realmente se la volontà riformatrice, spesso sbandierata e mai messa in pratica, possa realisticamente trovare uno sbocco concreto in questa litigiosissima legislatura. Ci sono ragioni per essere ottimisti, ossia è plausibile che da un evento negativo ne scaturisca qualche effetto positivo? Il clima incendiario delle ultime settimane è un pessimo viatico per un processo riformatore che richiederebbe il massimo della lucidità e freddezza nel momento in cui si mettesse mano nell'aggiornare o rinnovare opportunamente l'ingegneria istituzionale. Eppure, le passioni al calor bianco cui assistiamo quotidianamente sembrano l'esatta antitesi delle precondizioni necessarie a un accordo bipartisan. Un minimo comune denominatore si potrebbe almeno trovare riguardo la riduzione del numero dei parlamentari, mentre più complessa sembra la trasformazione del Senato nella Camera delle Autonomie, seppur il principio federalista sia accettato, con diverso grado, da tutte le forze politiche in Parlamento. Molto più difficile pare, al contrario, il cambiamento della forma di governo e della legge elettorale, tenendo presente il collegamento intimo fra i due aspetti. Nel primo ambito, il centrodestra propende per una riforma semi-presidenziale alla francese, osteggiata dal centrosinistra che invece vorrebbe un rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio, aggiornando l'attuale dettato costituzionale. Su questo punto, si possono fare alcune considerazioni: da un lato, se lo Stato si riorganizza in senso federale, un Presidente con poteri di governo (in condivisione con il Primo Ministro) rappresenterebbe un saggio contrappeso. Tuttavia, questo assetto andrebbe abbinato, come nel caso transalpino, ad un doppio turno di collegio che riduca a tre o quattro i partiti rilevanti, e c'è ragione di pensare che le forze medio-piccole siano decisamente contrarie. Inoltre, la faziosissima e iper-ideologica politica italiana non sembra potersi permettere un Presidente con un preciso colore e ruolo politico, al contrario di un Capo dello Stato super-partes che sia garante dell'intera nazione. Per quanto concerne la legge elettorale, si può pronosticare solo la preferenza chiara dell'UDC per un sistema alla tedesca, con l'appoggio dei dalemiani fra i Democratici. Ma combinare proporzionale e semi-presidenzialismo è davvero rischioso perché un potere a tendenza monocratica mal si concilia con un Parlamento potenzialmente frammentato e instabile. In tal caso, il sistema elettorale in vigore servirebbe meglio lo scopo, pur considerando tutti i suoi evidenti limiti; tra l'altro, pesa l'incognita del pensiero berlusconiano in materia, visto che il Premier in questo campo non ha mai mantenuto una posizione precisa, forse perché il vero obiettivo è conferire al capo del governo una diretta investitura popolare. Come non bastasse, su tutto ciò pende una spada di Damocle clamorosa, cioè la riforma dalla giustizia, con il sospetto che la moneta di scambio per le riforme istituzionali sia l'approvazione del processo breve e di un Lodo Alfano bis. Basta questo per sciogliere definitivamente l'illusione che il 2010 diventi l'anno delle riforme, anzi è assai probabile il perpetuarsi del conflittuale psicodramma italiano.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Luca Rossetti
Da Copenhagen emerge un puzzle delicato da comporre

Tra gli attori che giocano la partita si registrano divergenze tra tattica negoziale e strategie politiche di fondo. Queste divergenze rendono oltremodo complessa l’analisi della politica pubblica internazionale in materia di contenimento delle emissioni clima alteranti. A perturbare ulteriormente il quadro c’è la crisi economica-finanziaria ed il conflitto strutturale tra i gruppi di interesse dei combustibili fossili, che difendono l’attuale modello di sviluppo, e le lobby delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica, che puntano sulla green economy. Questo scontro ha implicazioni concrete sulle esternalità negative di una serie di attività legate alla produzione ed alla manutenzione di trasporti, infrastrutture, edilizia pubblica e privata, settore agro industriale e attività industriali in generale.

Il round di negoziati del summit Onu sul clima, che in queste ore a Copenaghen va concludendosi lungo una strada in salita a possibile rischio di fallimento, è stato contraddistinto da:
·      una prima settimana dedicata ad una fase preliminare di trattative costellata, tra l’altro dalla ripresa di vigore del movimento no global (516 gruppi provenienti da 67 Paesi, secondo fonti delle ong) con il consueto contorno di manifestazioni e scontri di piazza;
·      una seconda settimana entrata nel vivo della discussione incentrata su bozze e documenti per siglare accordi tra le parti. Ai ministri dell’ambiente è spettato il compito di analizzare, a partire da martedì 15, due documenti che hanno ottenuto il via libera dai due gruppi tecnici che hanno portato a compimento la prima settimana di lavori. Nel corso di questa seconda settimana sono riprese le trattative tra i rappresentanti degli oltre 190 paesi presenti nella capitale danese in vista delle chiusura  contrassegnata dalla presenza di più di 100 capi di governo.

Questi gli intrecci dei conflitti tra attori e questioni in discussione:
·      tra paesi ricchi e paesi del sud tiene banco la ripartizione degli sforzi con i paesi meno industrializzati impegnati a riproporre la continuità della logica di Kyoto che prevede sforzi per i paesi ricchi ed esclude l’impegno per quelli meno industrializzati, e sul fronte degli aiuti culminata con la minaccia da parte dei paesi africani, formulata all’inizio della seconda  settimana, di abbandonare i lavori della conferenza. Il confronto è andato in scena anche sul trasferimento di fondi (nel breve, medio e lungo periodo) per nuove tecnologie in grado di contenere le emissioni. Su questo versante la UE ha messo a disposizione 2,4 miliardi di euro all'anno per aiutare i paesi poveri a contrastare il riscaldamento del pianeta per il periodo 2010-2013 (la cifra costituisce poco più del 30% di quanto il Nord del mondo pensa di dover destinare al Sud);

·    tra paesi ricchi e paesi emergenti per la definizione di impegni più o meno vincolanti (percentuale di emissioni da ridurre e in quali tempi);

·    tra UE e Stati Uniti/Cina, i primi favorevoli a impegni più vincolanti mentre i secondi preferirebbero limitarsi ad un aggiornamento del Protocollo di Kyoto.

Inoltre i temi che hanno calamitato l’attenzione sono stati anche:

·    la ridefinizione dei dettagli per la continuazione del protocollo di Kyoto o, in alternativa, il varo di un nuovo protocollo;
·    l’utilizzo da parte di stati e imprese dei paesi ricchi dei convenienti meccanismi di compensazione finanziaria per il trasferimento di tecnologie finalizzate al contenimento delle emissioni nei cosiddetti paesi arretrati;
·    il tema della deforestazione.

In sintesi gli attori in campo e gli oggetti della negoziazione suggeriscono l’analogia con l’esigenza di comporre un puzzle definendo un delicato incastro che trovi un’integrazione tra i diversi interessi e posizioni; operazione difficile ma possibile, non necessariamente nell’immediato.
La pazienza è, come sempre, una virtù indispensabile a patto che i tempi dettati dalla politica non arrivino a collisione con l’etica della responsabilità; non tardino troppo a fronte del materializzarsi di cambiamenti climatici irreversibili che segnerebbero l’impossibilità di interventi umani efficaci.

rossetti70@gmail.com

 


Valentina Pasquali
La riforma sanitaria allo sprint finale

Il Presidente americano Barack Obama è partito giovedì alla volta di Copenhagen, per prendere parte alla conclusione dei lavori della conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite nella capitale danese. Obama si lascia così alle spalle, per qualche giorno, il dibattito sulla riforma sanitaria che a Washington è allo sprint finale, travolto da una bufera di polemiche e mal visti compromessi dell’ultimo minuto.
La Casa Bianca nutre ancora la speranza che il Senato, in cui da settimane si discute dei dettagli della riforma, arrivi a approvare un proprio testo di legge entro Natale. Questo testo dovrebbe poi essere integrato con quello passato il mese scorso alla Camera. Il leader della delegazione democratica al Senato Harry Reid spera di riuscire a accontentare l’Amministrazione democratica, e sta spingendo affinché si voti il 23 o il 24 dicembre. A questo punto, è ormai chiaro che i repubblicani, a parte forse le Senatrici moderate del Maine Susan Collins e Olympia Snowe, intendono bocciare qualsiasi proposta venga formulata. Il GOP (Partito Repubblicano) sta anche facendo il possibile per rallentare il progredire del processo legislativo, ritardando il voto con tecnicismi parlamentari laddove possibile.
Il futuro della riforma sanitaria rimane quindi appeso a un filo e dipende interamente dal voto dei 58 senatori democratici e due indipendenti, un totale di sessanta senatori che teoricamente basterebbe a approvare la misura. In verità, la scarsa unità di questa coalizione, che appare solida dall’esterno, ma è attraversata da grandi differenze ideologiche all’interno, sta mettendo a repentaglio la volontà riformista dell’Amministrazione Obama.
L’ultimo polverone è  stato alzato martedì dal Senatore Joe Lieberman, indipendente del Connecticut. Lieberman, un ex-democratico, perse le primarie del proprio partito nel 2006, ma decise lo stesso di candidarsi alle elezioni generali per conto proprio, vicendole. Da allora, Lieberman ha sempre mantenuto posizioni centriste, votando a volte con i democratici e a volte con i repubblicani, e sostenendo John McCain nelle elezioni presidenziali dell’anno passato. Oggi Lieberman crea grande irritazione tra i democratici, che si sentono spesso ostaggi dei capricci dell’unico rappresentante dell’oscuro Connecticut for Lieberman Party.
Sul tema della riforma sanitaria, Lieberman ha dichiarato che non voterà mai a favore di una proposta di legge che contenga l’“opzione pubblica”, una assicurazione sanitaria gestita dal governo federale in competizione con il settore privato. Questo annuncio, naturalmente, ha gettato i democratici di sinistra nel panico. È intervenuto così il Presidente Obama in persona, che ha convocato martedì stesso una riunione privata di tutti i senatori appartenenti alla delegazione democratica più i due indipendenti, per cercare di calmare gli animi. Dopo la riunione, Obama ha dichiarato: “Il testo di legge definitivo non conterrà di certo tutto quello si vorrebbe. Nessuna legislazione potrebbe mai arrivare a un tale risultato. Ma quello che ho detto oggi ai miei ex-colleghi del Senato è che non possiamo permettere alle differenze di opinione che ci dividono di prendere il sopravvento impedendoci di  agire in maniera responsabile e di risolvere un problema urgente come questo”.
Nonostante tutto, Obama si dice relativamente ottimista, avendo ricevuto conferma da un certo numero di esponenti della sinistra democratica del fatto che si tapperanno il naso per votare comunque in favore della proposta di legge, anche se è ormai certo che l’”opzione pubblica” verrà fatta sparire. Lieberman, per il momento, pare averla avuta vinta.
Questo non significa però che a sinistra non ci sia grande insoddisfazione. “Siamo davvero molto delusi”, ha dichiarato il Senatore Sherrod Brown dell’Ohio, un esponente di spicco del gruppo democratico progressista. “Voterò comunque a favore della proposta di legge”, ha però aggiunto Brown, “Si tratta questa di un’occasione troppo importante”.
I democratici alla Camera potrebbero però non essere così concilianti. In molti hanno già fatto capire di non aver intenzione di accettare il testo che verrà approvato dal Senato così come è. Probabilmente dovremo assistere a un’altra complicata sessione di negoziati.
Come scrive David M. Herszenhorn sul New York Times, pare quasi che la maggioranza di sessanta senatori conquistata dai democratici nelle elezioni del 2008 stia complicando, invece che semplificare, la vita del Partito dell’Asinello. La sensazione diffusa tra gli esponenti democratici di poter far approvare qualsiasi testo di legge, anche senza dover cercare dei compromessi con l’opposizione repubblicana, ha forse generato un eccesso di ambizione. Sia i liberal che i moderati all’interno del partito insistono per ottenere esattamente quello che vogliono, senza tenere in giusta considerazione le proprie divergenze di opinione. “Si può dire che il magico numero 60 sia in realtà un miraggio – che crea false illusioni tra i democratici, in particolare quelli più a sinistra, che pensano di poter imporre la riforma sanitaria che vogliono senza dover fare concessioni dolorose ai centristi in entrambi i partiti”, nota Herszenhorn.
La legittimità politica dell’Amministrazione Obama è indubbiamente legata al passaggio di una qualche riforma sanitaria. Il precedente che tutti ricordano è quello del 1993, quando un governo anche allora tutto democratico non riuscì a far approvare la proposta di riforma del sistema sanitario voluta dall’allora First Lady Hillary Clinton. Nonostante la rielezione di Bill Clinton a presidente nel 1996, il fallimento della riforma sanitaria segnò un momento decisivo per quella amministrazione democratica, che, avendo perso il controllo della Camera nelle elezioni mid-term del 1994, dovette da lì in poi aprirsi a difficili compromessi con i repubblicani per poter governare.
Per evitare di trovarsi nella medesima situazione, Barack Obama dovrà continuare a operarsi personalmente per cercare di mitigare le grandi differenze che esistono all’interno del proprio partito. Ma domare la tradizionale indipendenza del Congresso americano non sarà cosa facile per il presidente.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Washington ed Ankara: così vicini, così lontani

La recente visita di Phil Gordon in Turchia sembra aver fatto chiarezza sulla posizione della Casa Bianca rispetto a quella che, negli ultimi mesi, è stata presentata da molti commentatori come la “ridefinizione strategica” degli interessi di Ankara. Il governo turco sembra volersi proporre in modo sempre più deciso nel ruolo di interlocutore primario per le questioni riguardanti il Medio Oriente e il diplomatico statunitense ha precisato che, sebbene permangano visioni differenti su alcuni temi, i due paesi rimangono legati da un rapporto solido. La Turchia continuerà ad essere quindi uno dei partner fondamentali degli Stati Uniti e da quanto emerso la Casa Bianca non sembrerebbe vivere con particolare apprensione il rinnovato impegno turco. In realtà a Washington sono in molti a chiedersi quale sarà nel prossimo futuro il senso della partecipazione nell’Alleanza Atlantica di una Turchia sempre più rivolta verso oriente. Le posizioni di alcuni alleati dell’Unione Europea, che non sembrano disposti ad accettare la Turchia tra gli Stati membri, ed eventuali nuove tensioni con Gerusalemme, dopo quelle che hanno seguito le esercitazioni militari congiunte con la Siria, non sembrano inoltre favorire le relazioni tra Washington ed Ankara. La Casa Bianca, inoltre, dovrà probabilmente tener conto delle pressioni diplomatiche dell’alleato israeliano e possibili frizioni potrebbero nascere anche rispetto alla partecipazione delle truppe turche alla missione in Afghanistan. Lo scorso 7 dicembre Barack Obama ha infatti chiesto al presidente Erdogan di intensificare gli interventi delle unità impegnate in Enduring Freedom rivedendo al contempo le regole d’ingaggio, che sembrano aver limitato finora le attività di contrasto e prevenzione degli attentati nell’area. Il presidente statunitense ha inoltre auspicato l’appoggio turco ai prossimi interventi della comunità internazionale sulla questione del nucleare iraniano. Molti prevedono infatti che entro la fine dell’anno saranno proposte nuove sanzioni contro Teheran, il cui unico legame con la comunità internazionale è proprio Ankara. Barack Obama ha quindi invitato la Turchia ad unirsi ai paesi che vogliono evitare che l’Iran possa sviluppare un sistema nucleare, così da poter lasciare eventualmente al Primo Ministro turco il ruolo di intermediario con il governo guidato da Ahmadinejad. A questo proposito Erdogan è apparso però piuttosto riluttante, sottolineando che la questione del nucleare iraniano è sembrata a molti un processo sommario, caratterizzato da una certa fretta e senza una vera fase consultiva. Il leader turco ha comunque confermato che l’esecutivo di Ankara potrebbe impegnarsi nel ruolo di mediatore o negoziatore tra le parti, senza però fornire alcuna garanzia a proposito e lasciando la questione avvolta da un’incertezza che potrebbe portare ad una sostanziale immobilità sul fronte diplomatico.
Discutendo di Iraq e della questione curda, Obama ed Erdogan hanno sottolineato come l’essere alleati nella NATO vincoli entrambi i paesi a supportarsi in quei territori colpiti da attacchi da parte di formazioni terroristiche. La Turchia potrebbe svolgere, secondo la Casa Bianca, un ruolo fondamentale nella normalizzazione della zona di Kirkuk e più in generale nei rapporti con il Governo regionale del Kurdistan, mantenendo al contempo un atteggiamento conciliante con le comunità curde all’interno del territorio statale. Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti considerano il Partito dei Lavoratori Kurdi (PKK) un’organizzazione terroristica, sottolineando inoltre che la minaccia terroristica in Turchia e in tutta la regione è, e sarà nel prossimo futuro, costantemente monitorata dagli apparati di sicurezza di entrambi i paesi. I due leader si sono detti d’accordo nell’affermare che uno degli obiettivi per i prossimi mesi sarà di dimostrare ai curdi che è nei loro interessi non sostenere attività militari o di tipo terroristico, cercando di risolvere i conflitti attraverso mezzi politici. Per fare questo Washington ed Ankara percorreranno probabilmente due strade diverse, possibilità che lascia pensare ad un probabile raffreddamento dei rapporti tra i due governi. Barack Obama ha già dato prova della volontà di superare problemi formali concentrandosi su quelli che sono gli interessi reali dei differenti attori, restano però da verificare le reali intenzioni turche per il prossimo futuro rispetto a questioni fondamentali come l’impegno nella lotta al terrorismo in Afghanistan e le delicate relazioni diplomatiche con i paesi della zona mediorientale.
La presunta volontà del governo di Ankara di proporsi come primo interlocutore per le questioni riguardanti la regione del Medio Oriente allargato potrebbe costituire l’ostacolo più grande per le relazioni tra i due paesi. Difficilmente la Casa Bianca accetterà un ruolo di secondo piano in situazioni delicate o che potrebbero ledere gli interessi statunitensi o di alleati storici come Israele.
Il pragmatismo di Barack Obama potrebbe servire per creare una situazione di equilibrio ed essere un elemento fluidificante nei momenti in cui crescerà il rischio di attriti tra i due paesi. Non si può comunque escludere a priori la possibilità di una deriva della Turchia verso Oriente. Sempre più staccata dall’Europa, lontana da Washington e dall’Occidente, sempre più perno attorno a cui ruoteranno gli interessi di una regione politicamente instabile.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com





Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 18 dicembre 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.

Il 2 dicembre è stato presentato alla Triennale di Milano il progetto "Cascine Expo 2015" con l’obiettivo di mettere in rete le 13 realtà cittadine milanesi dove ancora si fa attività agricola organizzandole sul fronte dell'accoglienza, della difesa ambientale, della funzione sociale, del servizio pubblico senza perdere, anzi rafforzandone, le caratteristiche rurali.
Il 3 dicembre è stato annunciata l’imminente firma da parte del Ministro Maroni del decreto con cui rendere operativo quanto previsto dal cosiddetto "emendamento Vizzini”: si costituirà infatti il "Comitato di coordinamento per l'alta sorveglianza sulle grandi opere" con sede anche a Milano per le opere legate all'Expo 2015. La sezione milanese farà capo al Prefetto che dovrà poi coordinare tutte le attività finalizzate alla prevenzione delle infiltrazioni della mafia negli appalti. Parallelamente verrà creata una "white list", ovvero un elenco di fornitori e prestatori d'opera per così dire "puliti" e, a fianco del Comitato, lavorerà il “Gicex” (Gruppo Interforze centrale per Expo 2015), istituito appunto con l'emendamento Vizzini che avrà sede a Roma presso il Dipartimento di pubblica sicurezza.
Il 4 dicembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in ordine ad una indagine condotta dalla società Watson Wyatt, realizzata in novembre, sulla situazione del personale dirigenziale della Società di Gestione che, ad oggi, conta 62 assunti (20 dei quali provengono dal comitato costituito in fase di candidatura), tra cui 17 dirigenti, 18 quadri, 27 impiegati. A questi si aggiungono 29 contratti a termine e un distacco; si rimanda alla nostra rassegna stampa per approfondimenti.
Sempre il 4 è stato annunciato l’avvio della seconda campagna istituzionale promozionale e di comunicazione su Expo 2015 dopo Exponiti - la prima campagna di comunicazione lanciata lo scorso 28 maggio -, in cui si chiedeva l’opinione dei cittadini sull’utilizzo dell’area su cui sorgerà l’Expo al termine della manifestazione. E’ infatti on line in homepage del sito web istituzionale dell’evento (www.milanoexpo-2015.com) una finestra speciale intitolata PARLIAMONE, una sezione cioè - accanto alle due aree dedicate rispettivamente a coloro che ricercano lavoro in Expo 2015 spa e alle aziende che intendono diventarne fornitori - dove sarà possibile fin d’ora trasmettere idee, commenti e suggerimenti sui progetti legati a Expo 2015. Nei prossimi giorni verranno anche affissi (nei luoghi di maggiore transito, cioè negli aeroporti di Malpensa e Linate, su tram e autobus con affissioni dinamiche e alle fermate della metropolitana oltre al grande schermo di Urban Screen in Duomo) cartelloni pubblicitari indirizzati ai milanesi perché si sentano maggiormente coinvolti e ai turisti in transito perché ritornino a Milano in occasione dell’Expo.
Il 9 dicembre è stato presentato il padiglione italiano a Expo 2010 di Shangai. Saper unire tecnologia avanzata e design, trovare una sintesi tra abilità e sapienza artigianale, integrare al meglio cultura del cibo e territorio, arte e scienza, storia e futuro. Sono questi i punti di forza de ’’La città dell’uomo – vivere all’Italiana’’, il Padiglione con cui l’Italia si racconterà al mondo in occasione della Expo di Shanghai 2010 che si svolgerà nella megalopoli cinese dal 1 maggio al 31 ottobre 2010. Lo hanno presentato il Commissario Generale dell’Expo 2010, Beniamino Quintieri, e Davide Rampello, Presidente della Triennale di Milano che ha collaborato alla progettazione del concept della mostra permanente, nel corso della conferenza stampa che si e’ svolta al MOCA, il Museo di Arte Contemporanea di Shanghai, alla quale hanno partecipato Riccardo Sessa, Ambasciatore dell’Italia in Cina, Huang Jian Zhi, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento dell’Expo 2010 e Hsiao Chin, artista italiano di Shanghai.
L’11 dicembre Lucio Stanca ha replicato agli attacchi delle ultime settimane e, alla domanda se fosse pronto a lasciare l'incarico, ha risposto - in un'intervista pubblicata su MF - che "è una malignità, voci che fanno male all'Expo. Tutti devono essere uniti e capire che, con questo evento, l'Italia intera si mette in mostra" aggiungendo rispetto alle accuse di detenere un doppio incarico come parlamentare e A.d. che "non c'e' incompatibilità". Dopo la negativa ma ancora interlocutoria missione a Roma dell'assessore al Bilancio del Comune Giacomo Beretta dello scorso 10 dicembre, ancora nessuna notizia ufficiale in ordine alla possibilità invece per il Comune di derogare al patto di stabilità per l'Expo, ipotesi questa che l'attuale Finanziaria infatti non prevede. La soluzione su cui si sta in alternativa lavorando è la possibilità per il Comune di Milano di chiedere un anticipo da parte della Cassa Depositi e Prestiti; in sostanza di contrarre un debito con la Cdp , da restituire con una rata annua. Un precedente cui Milano non ha mai fatto ricorso, ma che e' già stato utilizzato a Roma per le opere legate al Giubileo e a Torino per quelle relative alle Olimpiadi invernali.
Il 15 dicembre la Camera di Commercio ha annunciato di aver deliberato l’attivazione di 9 gruppi di lavoro che avranno il compito da gennaio di attivare il tessuto produttivo, imprenditoriale e culturale nel progetto dell’Expo; il coordinatore sarà Bruno Ermolli, Presidente di Promos, l’agenzia camerale per l’internazionalizzazione.
Segnalo in conclusione l’interessante intervista rilasciata il 3 dicembre al Sole 24 ore da Vicente Gonzalez Loscertales, Segretario generale del Bureau International des Expositions, e il resoconto dell’incontro che la redazione de Il Foglio quotidiano ha avuto con il management della Società di Gestione. Entrambi sono presenti nella nostra rassegna stampa.

Altri eventi:
Il 4 dicembre si è tenuto a Verona il convegno “Il sistema Veneto verso Expo 2015: cultura, infrastrutture, imprese” promosso dal Pdl locale, condotto dalla senatrice Cinzia Bonfrisco, che ha chiamato a raccolta sindaci, assessori regionali (Vendemiano Sartor e il veronese Massimo Giorgetti, anche coordinatore cittadino del Pdl) e esponenti di enti come l’aeroporto Catullo (presidente Fabio Bortolazzi), Fondazione Arena (sovrintendente Francesco Girondini), l'imprenditore Alberto Bauli (anche presidente della Banca popolare di Verona), e poi la Fiera.
Il 9 dicembre è stato siglato nella sala dell'Orologio di Palazzo Marino, un Protocollo fra il Commissario Letizia Moratti, l'amministratore Stanca e il presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali che prevede la creazione di un tavolo di coordinamento per valorizzare le eccellenze del territorio riminese. Per le proprie peculiarità e tradizioni storiche e culturali, la Provincia di Rimini rappresenta infatti un polo territoriale strategico: dall’offerta turistica nazionale e internazionale all’antica tradizione enogastronomica, dall’attività agricola imprenditoriale alla presenza diffusa di siti culturali e di una rete di parchi tematici e di intrattenimento.
Agrofarma, Associazione nazionale imprese agrofarmaci che fa parte di Federchimica, bandisce per il 2010 la prima edizione del Premio giornalistico scientifico “Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015” sul tema dell’agricoltura sostenibile, allo scopo di diffondere una maggiore cultura e consapevolezza sulle possibili soluzioni innovative per la lotta alla fame nel mondo.
Il 15 dicembre è stato siglato un Protocollo di intenti con il Ministro Angiolino Alfano per sviluppare un percorso di reintegrazione lavorativa e sociale di un centinaio detenuti che, all’interno del percorso di avvicinamento all’Expo, saranno impegnati in una serie di attività connesse alla manifestazione (servizi di facchinaggio o di pulizia sedi, digitalizzazione o archiviazione, di manutenzione o di catering e cucina ecc). “Il Protocollo di oggi è uno dei più belli fra i tanti che abbiamo sottoscritto finora. E’ il modo migliore per mostrare ciò che è Expo: oltre alla valenza culturale e scientifica, è anche un grande progetto sociale, per le persone, per diffondere sviluppo e dignità” ha dichiarato la Moratti.

Chiudiamo così un anno, il 2009, difficile e complicato anche per quel che ha riguardato l’Expo 2015 sebbene finalmente si sia avviato uno strutturato, ancorché ancora fragile e soggetto ad incertezze, percorso pluriennale. Ultima riflessione: l’auspicio di chi l’Expo lo sta “osservando” da quando è stato assegnato a Milano è che davvero il “sistema Milano” – che da anni insegue e tenta di riconquistare il mito che un tempo incarnava di capitale morale, economica e sociale del paese – vinca davvero questa scommessa e che dietro al vessillo Expo 2015 capitalizzi risorse, energie e competenze milanesi ed italiane troppo spesse sottoutilizzate e/o mortificate.

Auguri di buone feste e all’anno prossimo.
s.florio@libero.it

Ps. mi sia consentita una riflessione finale: la vicenda della maxi evasione fiscale – 16 milioni di IVA non versata in due anni - perpetuata dall’avv. (con svariati ed importanti incarichi pubblici) Giovanni Pascone riportata dal Corriere della Sera del 16 dicembre (vedi anche: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/sono-giovanni-pascone-superconsulente-di-governo-ed-evasore-177286/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29) mi ha riportato alla mente il famoso e paradossale - per quanto inconsueto fosse - “elogio sulla bellezza delle tasse” dell’ex Ministro Padoa Schioppa….quanto siamo purtroppo ancora lontani da quel “paese normale” descritto fra gli altri da D’Alema oltre 15 anni fa… .



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