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Home » Newsletter n. 194 - 22 gennaio 2010
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 6 Numero 194 – 22 gennaio 2010
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 194.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che sabato 30 gennaio 2010 si terrà l'apertura della VI Edizione del CFP a Milano presso il Teatro Franco Parenti.


Buona lettura!
La Redazione




Sommario:

Nicola Pasini
La politica e le sfide impossibili


Davide Biassoni
Giri di valzer che non giovano al bipolarismo


Valentina Pasquali
Rivoluzione a Boston


Simone Comi
I 365 giorni di Barack Obama alla Casa Bianca


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Nicola Pasini
La politica e le sfide impossibili

Intorno al tema della governance regionale e a un nuovo rapporto tra governo nazionale e territori dovrebbe essere delineata la competizione tra le diverse forze politiche alle prossime elezioni regionali.

Tuttavia, la politica nostrana da troppo tempo ha voltato le spalle alle politiche. L’Italia, anche grazie al traino dei suoi territori, deve accrescere il potenziale competitivo del sistema, sviluppando una forte cooperazione interregionale, mediante la realizzazione di infrastrutture nei campi della produzione, dei servizi, dell’informazione e della ricerca scientifico-tecnologica. Soltanto lo sviluppo di una politica in grado di valorizzare il capitale umano, economico e sociale, la formazione permanente, l’incremento delle tecnologie informatiche, il turismo diffuso e sostenibile, permetterà alle regioni del Nord, del Centro e del Sud (quest’ultimo sempre più vicino a uno Stato di natura…) di consolidare la propria forza nella competizione su scala globale.
E la politica (ri)nascerà solo quando darà risposte a queste ‘modeste’ legittime richieste. Infatti, se non saprà farsi interprete del rinnovamento, come potrà credibilmente svolgere il ruolo di motore della modernizzazione del Paese? Non solo, se la politica non saprà intercettare le istanze socio-economiche e culturali che orientano le scelte di un vasto elettorato di opinione, si limiterà alla bieca sopravvivenza di se stessa.

Tutto ciò presuppone coraggio delle idee e leale competizione tra leader. E poiché nessun progetto politico ambizioso può nascere fuori dalla lotta politica, le idee che oggi - ahinoi - sono patrimonio di una sparuta minoranza, speriamo domani possano coinvolgere gran parte dell’elettorato sempre più disincantato… .


Davide Biassoni
Giri di valzer che non giovano al bipolarismo

Dai due forni alle macchie di leopardo: il "tetris" delle alleanze partitiche in vista delle prossime elezioni regionali è una palestra foriera di neologismi ed esercizi linguistici per inquadrare la variabilità asimmetrica dei cosiddetti accordi di palazzo. Così, la candidatura di Emma Bonino a governatore del Lazio ha totalmente spiazzato il Partito Democratico che, dai tempi in cui scoppiò l'affaire Marrazzo, non è stato in grado di avanzare un nome autorevole appartenente al propria compagine; tant'è che i Democratici, rimasti in mezzo al guado, hanno virato verso un endorsment postumo della leader radicale, accettata obtorto collo dalla componente cattolica sempre più a disagio e tentata dal trasbordo su altri lidi e, come non bastasse, la stessa Bonino sarà capolista in Lombardia a supporto di Cappato in corsa contro Penati. Certo non è andata meglio in Puglia con le primarie fra Vendola e Boccia, convocate tardivamente dopo un'accesa e quasi interminabile querelle per approdare alla riedizione di un duello già vissuto cinque anni orsono con il candidato moderato allora sconfitto (a sorpresa) e, oggi, ripescato pur con sondaggi che presagiscono, per domenica prossima, una sua nuova bocciatura. Nel paese della par condicio, tuttavia, anche il PdL ha parecchi grattacapi, specialmente nel Lazio dove l'accordo già archiviato fra l'UdC e la Polverini rischia di saltare (con viva preoccupazione delle gerarchie cattoliche), e con il partito del Cavaliere lacerato nel dubbio fra l'avvio di un redde rationem con Casini, sotto il diktat leghista del nuovo fronte anti-democristiano al Nord, oppure il convenire a più miti consigli accettando il patto con i centristi in regioni cruciali quali Lazio, Marche, Campania e Calabria. Il vero alfiere dello scompaginamento anti-bipolare (mai nascosto, anzi sinceramente e orgogliosamente rivendicato) è infatti lo scudocrociato: Casini ha deciso di giocare tutti i suoi assi, appoggiando candidati vuoi Democratici, vuoi pidiellini, oppure correndo in solitaria come in Lombardia ed Emilia-Romagna. Alla sua strategia spregiudicata, entrambi i partiti maggiori hanno finora reagito in modo pallido e timoroso, subendo le iniziative di una compagine che, a livello nazionale, dovrebbe valere meno in termini percentuali sia del Carroccio sia dell'IdV, ma che in alcune realtà locali potrebbe svolgere il ruolo di ago della bilancia. Nel centrosinistra, la segreteria di Bersani è parsa appannata e latente in tema di linea politica e rete di alleanze, riaccendendo i riflettori sulla debolezza decisionale interna dell'organizzazione; nel centrodestra, Bossi ha assunto una posizione chiara e intransigente, mentre nel PdL sono tuttora visibili le crepe fra berlusconiani e finiani, con il Cavaliere che pare avere smarrito il suo piglio da trascinatore, forse perché ancora troppo distratto dal destino dei provvedimenti parlamentari sul nodo dei processi. Nel ripostiglio infine stagnano (sconsolati) i natalizi propositi in tema di riforme costituzionali e fiscali, periodicamente rilanciati e riaffondati. Ma il dato più significativo che potrebbe uscire dalle urne primaverili è proprio l'indebolimento dei due partiti maggiori, architravi del sistema politico complessivo: un loro regresso in termini di voti certificherebbe il tramonto prematuro non solo del bipartitismo in fieri, ma persino la crisi del bipolarismo. Per motivi assai diversi, la Lega e l'IdV si presentano come le due formazioni a più intensa temperatura ideologica e quindi in grado di attrarre il generale sconforto e l'apatia che serpeggia fra l'elettorato, stanco e deluso dall'autoreferenzialità della classe dirigente. E se così sarà, ciò sarà principalmente dovuto alla mancanza di personalità e fermezza delle due formazioni maggiori, all'incapacità di neutralizzare le strategie agguerrite dei partiti minori, i quali ben comprensibilmente giocano la loro partita volta ad aumentarne l'influenza nell'alveo politico. Del resto, il quadro delle candidature in discussione è spesso frutto delle alchimie del politichese, troppo lontano da quel sentire comune che avverte la politica come una sfera scissa dalla realtà e incapace di confrontarsi su idee e progetti concreti, che riguardino in primis il territorio e la spesa sanitaria regionale.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Valentina Pasquali
Rivoluzione a Boston

La vittoria di Scott Brown, giovane politico repubblicano, nell’elezione straordinaria tenutasi in Massachusetts martedì per scegliere il successore del Senatore democratico Ted Kennedy, scomparso la scorsa estate, sorprende gli Stati Uniti e dimostra che, ancora oggi, lo slogan che nel novembre 2008 portò alla vittoria di Barack Obama, ovvero “Change” (cambiamento), rimane la parola chiave della politica americana. Con il Partito Democratico che controlla Casa Bianca, Camera e Senato, i ruoli si sono però invertiti.

In questi giorni si sprecano in America le analisi del voto in Massachusetts, tradizionale roccaforte democratica dove il seggio di Ted Kennedy era nelle mani del partito dell’asinello dal 1952. Si tratta, fondamentalmente, di un voto di protesta, l’ennesima dimostrazione che l’insoddisfazione del popolo americano rispetto alla crisi economica, quella frustrazione politica che ha portato il Presidente Obama alla vittoria nel 2008, permane, con l’economia che fatica a riprendersi e la disoccupazione che non accenna a diminuire. Lo stesso Presidente ha così interpretato il voto, dichiarando al network televisivo ABC: “Questa è la mia impressione del voto in Massachusetts, e dell’umore del paese – la tendenza che ha portato Scott Brown alla vittoria, è  la stessa che aveva portato anche me alla vittoria. La gente è arrabbiata e frustrata. Non solo per quello che è avvenuto nell’ultimo anno, ma anche per quello che è successo negli ultimi otto anni”.
Questo è  stato il tentativo del Presidente di spiegare un voto difficile da digerire, riportando l’attenzione sugli insuccessi del proprio predecessore George W. Bush nella speranza di alleggerire almeno un po’ la propria responsabilità per la sconfitta.
Quali siano le cause dell’improbabile vittoria repubblicana in Massachusetts, (una pessima candidata democratica che ha condotto una campagna elettorale priva di entusiasmo, un candidato repubblicano perfetto per l’occasione, l’insoddisfazione diffusa tra i cittadini americani), l’unica cosa certa è che l’elezione di Scott Brown al Senato avrà un impatto decisivo nella politica americana, dato che priva i Democratici della maggioranza di sessanta voti che è necessaria a approvare le proposte di legge più importanti senza aver bisogno di nemmeno un voto repubblicano.

Nell’immediato, la preoccupazione principale del Partito Democratico è il futuro della riforma sanitaria, improvvisamente a rischio. La Camera e il Senato hanno entrambi approvato, nel 2009, una propria versione della riforma. Ora, la leadership del Congresso ha l’incarico di integrare le due proposte di legge in un unico testo da mandare al Presidente per la firma finale. Il voto, evidentemente contrario, di Scott Brown, il quarantunesimo repubblicano al Senato, potrebbe però bloccare il processo legislativo indefinitamente.

La Presidente della Camera Nancy Pelosi aveva dichiarato, prima di conoscere i risultati dell’elezione in Massachusetts, che indipendentemente da chi fosse risultato vincitore, la riforma sanitaria sarebbe stata approvata. A questo punto, i Democratici hanno a propria disposizione un numero limitato di strategie. Se la Camera, ad esempio, decidesse di fare propria la proposta di riforma passata dal Senato, senza richiedere nessuna modifica, nonostante le differenze sostanziali che vi sono fra le due versioni originali, allora il testo di legge andrebbe direttamente al Presidente Obama. Altrimenti, la Camera potrebbe richiedere qualche aggiustamento solo per quanto riguarda gli aspetti prettamente fiscali della proposta di legge del Senato. Il testo tornerebbe così al Senato per una nuova approvazione, ma necessiterebbe solo di una maggioranza semplice e non dei sessanta voti altrimenti richiesti e che i Democratici non controllano più. Infine, la leadership del Congresso potrebbe spingere il Senato a rivotare nei prossimi giorni, prima che Scott Brown prenda regolarmente parte alle attività del Congresso. La legge elettorale del Massachusetts, infatti, prevede almeno quindici giorni fra la data di un’elezione e l’insediamento del vincitore (un arco di tempo ritenuto necessario a contare anche tutti i voti che arrivano per posta). Una strategia di questo genere però risulterebbe arrogante, e, fin qui, il Partito Democratico, a partire dalla Casa Bianca, non pare interessato.
Il problema principale rimane non tanto il gioco delle strategie quando l’indicazione politica uscita dalle urne del Massachusetts, dove gli elettori si sono espressi in maniera critica rispetto all’Amministrazione Obama e alle scelte di spesa pubblica e incremento del carico fiscale perseguite dal governo. In generale, la vittoria di Scott Brown è stata interpretata come un voto contrario alla riforma sanitaria, anche se il legame tra le due cose non è  poi così chiaro, considerato che il Massachusetts è stato il primo Stato dell’Unione a creare, nel 2006, un sistema di copertura sanitaria universale (una legge passata quando il repubblicano Mitt Romney era governatore dello stato).
Fatto è che, in particolare i senatori e i deputati democratici più moderati che competono in distretti elettorali conservatori, potrebbero spaventarsi e decidere di fare un passo indietro sulla riforma sanitaria in risposta al risultato in Massachusetts. Così potrebbe capitare ai repubblicani moderati, per esempio Olympia J. Snowe e Susan Collins del Maine. Se già avevano avuto difficoltà a votare per la riforma, è improbabile che il risultato del voto in Massachusetts dia loro nuovi stimoli a sostenere la proposta di legge.

Le cose non si sono certo messe per il meglio per l’Amministrazione Obama. Il Presidente, conscio delle difficoltà che lo attendono, si è già dichiarato disponibile a rivedere la riforma, trasformandola in un testo di legge assai meno ambizioso che, almeno, contribuisca a tagliare i costi. In sostanza, qualsiasi cosa va bene pur di far passare una qualche legge che si possa chiamare riforma sanitaria, dopo aver fatto di questo tema la chiave del proprio governo.
Intanto c’è già chi festeggia per il fallimento della riforma. Martedì, quando si è cominciata a percepire la possibilità di una vittoria repubblicana, i titoli delle grandi aziende farmaceutiche a Wall Street sono saliti vertiginosamente, con gli investitori certi che la vittoria di Brown avrebbe portato alla fine della riforma sanitaria proteggendo così gli introiti dell’industria.
In realtà, la riforma sanitaria ha ancora qualche possibilità di farcela. Ma potrebbe diventare l’ultimo progetto portato a termine dall’Amministrazione Obama. L’ingresso di Scott Brown al Senato potrebbe rivelarsi come un ostacolo ancor più insormontabile nel lungo periodo. Bisogna, ad esempio, prepararsi alla possibilità che altre proposte di legge fortemente volute dalla Casa Bianca, quale quella sul cambiamento climatico e quella sulla legge sull’immigrazione, non vedano mai la luce.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
I 365 giorni di Barack Obama alla Casa Bianca

Barack Obama un anno dopo. A dodici mesi dal giuramento del presidente che ha promesso in campagna elettorale il cambiamento della strategia, e dell’approccio, della Casa Bianca alla politica estera, gli Stati Uniti restano l’unica vera potenza militare a livello globale.
Truppe impegnate in Iraq ed Afghanistan, quasi 200.000 unità in tutto, effettivi schierati in Europa, 80.000 unità, nella regione del Pacifico, più di 70.000 unità, e nell’area africana e mediorientale, circa 12.000 unità. Nella regione dove si concentra maggiormente lo sforzo statunitense, la tattica della Casa Bianca è apparsa chiara: rinforzare la componente militare della lotta, in Afghanistan, e incrementare invece le attività in Pakistan, nei cui cieli i droni hanno effettuato nel 2009 53 missioni rispetto alle 36 dell’anno precedente. Proseguire la lotta al terrorismo inaugurata dall’amministrazione Repubblicana dopo l’11 settembre 2001 ha dei costi economici altissimi: la spesa per il Pentagono crescerà nel prossimo biennio fino a superare la soglia dei 700 miliardi di dollari, di cui 159 saranno destinati al mantenimento della missione Af-Pak. La sensazione prevalente a Washington è che l’impegno militare proseguirà ben oltre il 2012 e molti analisti indicano nel 2015 la data di effettivo ritiro. Prolungare ancora la permanenza delle truppe impegnate sui campi di battaglia asiatici potrebbe però costare molto di più a Barack Obama in termini politici: come spiegare a quegli elettori che ha conquistato con lo slogan “Change, we can” che dovranno pagare ancora per mantenere le truppe a migliaia di miglia da casa? A quegli elettori stanchi di dover vedere bare coperte da una bandiera tornare dai campi di battaglia su cui hanno già perso la vita troppi soldati statunitensi?
Di certo nei prossimi mesi non mancheranno le sfide globali a cui far fronte, sia sui campi di battaglia classici che su nuovi fronti. Dopo lo spazio terrestre, marittimo ed aereo ora sono le immense distese del web, ed il controllo su di esse, a scatenare le mire degli stati. Dopo una settimana di scambi d’accuse tra il colosso economico Google e il governo cinese l’intervento del Segretario di Stato Hillary Clinton sembra aver meglio delineato i termini della questione. Nel testo del discorso al Freedom Forum di Washington vengono attaccati duramente i cyber terroristi e la Clinton ha chiarito che il governo statunitense incoraggerà il rispetto delle regole già esistenti e favorirà il sorgere di un nuovo codice di regolamentazione per i crimini telematici internazionali, così da poter far fronte a possibili azioni illecite. Le parole del Segretario di Stato sembrano un invito, neanche troppo velato, alla Cina, le cui autorità hanno violato le caselle di posta elettronica di alcuni dissidenti politici. Da Pechino sono giunte immediatamente dichiarazioni che sembrano voler smorzare i toni e ridurre la gravità dell’accaduto, riconducendo il tutto ad un confronto tra il governo cinese ed un’azienda multinazionale straniera. In realtà sia a Pechino che a Washington è chiaro che la questione potrebbe realmente diventare esplosiva, soprattutto nel prossimo futuro. Gli attacchi informatici sembrano essere la prossima frontiera della guerra tra stati e potrebbe non essere lontano il giorno in cui la guerra si condurrà dietro ad un monitor, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia del paese attaccato e le vite di milioni di cittadini. Per questo la Cina, già accusata nel recente passato di aver utilizzato hacker per attacchi telematici, non può più rischiare di esporsi apertamente su temi così delicati e al centro dell’attenzione nei paesi occidentali. D’altra parte gli Stati Uniti dovranno probabilmente assumersi il doppio ruolo di difensori delle “libertà telematiche” e di controllori in grado di fermare possibili cyberattacchi.
La Casa Bianca sarà quindi impegnata nel prossimo futuro a rispondere a sfide importanti per la sicurezza cercando di riconquistare e mantenere, a livello interno, il sostegno di un’opinione pubblica che sembra vivere ora una fase di abbandono delle aspettative createsi durante la campagna per le presidenziali. Nel corso di questi mesi Barack Obama sembra aver perso quella capacità di coinvolgere attivamente gli elettori per sostenere le sue proposte di riforma. Brutto segnale per un presidente che ha fatto della comunicazione diretta all’elettore-medio uno dei punti di forza della sua campagna. Il pacchetto a sostegno dell’economia non è stato trasformato in slogan capaci di imprimersi nella memoria delle persone, la riforma sanitaria non è stata spiegata a quella classe media che la ritiene inutile, se non dannosa, in un momento di crisi economica che ha messo sul lastrico milioni di statunitensi. Obama sembra aver dilapidato quindi gran parte dell’appeal presso gli elettori che lo hanno sostenuto. Quegli indecisi che hanno scelto di tornare a votare per le elezioni presidenziali dopo anni di astensionismo, o di iscriversi alle liste elettorali per la prima volta nella loro vita. La loro rabbia traspare dai sondaggi, dalle critiche all’azione del presidente che ogni giorno invadono i blog, dai risultati per il rinnovo del Congresso alle elezioni di mid-term. Il Partito Democratico ha perso in Senato il seggio “blindato” del Massachusetts, occupato per 46 anni da Ted Kennedy e conquistato ora da un Repubblicano che potrebbe bloccare la riforma sanitaria, rendendo inutili gli sforzi affrontati finora dalla Casa Bianca. Come spiegare a quell’ex elettore indeciso, ora divenuto elettore infuriato, che l’estenuante lavoro svolto finora del presidente inizierà a dare risultati nel medio periodo? Come far capire a quella classe media colpita duramente dalla crisi che ci vorrà del tempo per vedere i dati economici tornare a migliorare? Come giustificare l’urgenza di una riforma sanitaria che in molti considerano inutile, se non dannosa, perché distrae la Casa Bianca da quelli che sono considerati i veri problemi? Queste le domande che risuoneranno probabilmente a Washington nei prossimi mesi, resta da verificare come farà fronte Barack Obama ai prossimi 365 giorni. Le nuove sfide che lo attendono potrebbero infatti lanciarlo verso il secondo mandato da presidente oppure, e questa sembra essere l’opzione più probabile al momento, decretare la fine della sua permanenza alla Casa Bianca.

simonecomi@hotmail.com 
http://simonecomi.blogsome.com



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