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Home » Newsletter n.195 - 29 gennaio 2010
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 6 Numero 195 – 29 gennaio 2010
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 195.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi che domani, 30 gennaio 2010 ore 10.30, si terrà l'inaugurazione della VI Edizione 2010 del Centro di Formazione Politica a Milano presso il Teatro Franco Parenti, con un convegno dal titolo "Ripensare la politica: la sfida della formazione". Interventi di Massimo CACCIARI, Alberto MARTINELLI, Vittorio Emanuele PARSI, Nicola PASINI, Sergio SCALPELLI.
Programma completo

Buona lettura!
La Redazione




Sommario:

Nicola Pasini
Al via la VI edizione 2010: lunga vita al CFP


Valentina Pasquali
Haiti - La Vita Fatica a Riprendere nel Quartiere di Fort National


Simone Comi
Il discorso sullo stato dell’Unione, primo passo per il rilancio dell’appeal presidenziale ?


Gianfranco Aurisicchio
La solita aria a Davos


Alessandro Fanfoni
La Francia pronta a s-velare l’integrazione


Davide Biassoni
I nuovi canali della comunicazione politica


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 29 gennaio 2010


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Nicola Pasini
Al via la VI edizione 2010: lunga vita al CFP

Dopo cinque anni di CFP, ci siamo chiesti - con molta franchezza e sincerità - se, in assenza di un vero e proprio paracadute partitico in senso stretto, era il caso di continuare. Più di trecento allievi in giro per l’Italia, con grande passione per la politica, sono innanzitutto un patrimonio di saperi, intelligenze, motivazioni, competenze e generosità. Di questi tempi, è un patrimonio eccezionale da gestire con cura. Eppure, i nostri allievi non sono mai stati illusi. Fin dall’inizio, il CFP non si è mai presentato come un ufficio di collocamento. Anche perché i meccanismi di reclutamento nei partiti sono rappresentati dalla cooptazione non competitiva e non meritocratica (al di là delle belle parole, soprattutto da parte del Piddì, ma tant’è!). Oggi più che ieri.

Il CFP è il luogo dove si affrontano temi scomodi e di frontiera, verso i quali adottare un approccio franco, diretto, per nulla assimilabile al conformismo culturale di gran parte dei partiti politici nostrani, troppo spesso affezionati a conservare con nostalgia schemi e modelli culturali di una stagione politica che non c’è più. Allievi e docenti hanno sempre lavorato insieme, con umiltà, alla ricerca di una piattaforma programmatica innovativa, dove poter esprimere proposte convincenti. Per questo il CFP, come luogo non convenzionale, non è nato per allevare polli di batteria, ma liberi pensatori che sappiano scegliere e decidere per loro stessi e per gli altri (qualora occuperanno rilevanti incarichi di ‘comando’), nella consapevolezza che la politica - di fronte ai grandi dilemmi valoriali - difficilmente riesce a dare risposte certe. E in ogni caso, deve distribuire valori imperativi alla propria comunità. Proprio per questo, nel corso della nostra breve e ricca esperienza, non abbiamo mai dato nulla per scontato. Anzi, abbiamo cercato di  capire quali sono i problemi da affrontare, di porci buone domande, di fornire qualche soluzione, nella certezza che quelle che si pensano soluzioni non sono altro che nuovi o vecchi problemi che ritornano in forme differenti. Ciononostante, nel nostro piccolo, ci siamo sforzati di far capire che i leader politici devono trasmettere “reasons to belive”, una guida, una leadership, che aiuti le persone a realizzare le loro potenzialità, che sappia indicare una visione per il futuro, attraverso le tre qualità di cui parlava Max Weber: passione, responsabilità e colpo d’occhio.
Infine, la ragione ultima che ci dà gli stimoli per continuare è l’idea che la politica italiana oggi non è in grado di esprimere la ‘virtù dei migliori’. Serve una nuova classe dirigente, élite responsabili nei confronti dell’Italia che sappiano far funzionare la nostra fragile democrazia. Benvenuti, quindi, alla VI Edizione CFP 2010 e buon lavoro a tutti.

direzione@formazionepolitica.org


Valentina Pasquali
Haiti - La Vita Fatica a Riprendere nel Quartiere di Fort National

Port-au-Prince, Haiti – Sono passate oltre due settimane da quando il terremoto di magnitudo 7,3 ha colpito la capitale haitiana Port-au-Prince il 12 gennaio scorso devastando la città e tutta la regione circostante. Nonostante non si faccia che parlare del grande sforzo umanitario della comunità internazionale per portare sollievo alle vittime del terremoto, con la distribuzione di acqua potabile, cibo e tende, alcuni dei quartieri più danneggiati della capitale non hanno ancora ricevuto nemmeno una bottiglia d’acqua.
“Qui non è cambiato nulla dal giorno dopo il terremoto”, racconta Janette Prince, una residente del quartiere Fort National. Nel terremoto, Prince ha perso entrambi i genitori, il più giovane dei quattro figli, la casa, e anche il lavoro. Prima del 12 gennaio, infatti, Prince lavorava come segretaria alla stazione di polizia del Forte, rasa al suolo dal terremoto. Gli occhi di Prince sono rossi e socchiusi, a causa delle lacrime e della mancanza di sonno. “Non è ancora venuto nessuno qui, non abbiamo visto né acqua, né cibo, né dottori, niente”, dice Prince.

La vista su Fort National è post-nucleare. Più che devastazione post-terremoto, sembra che qualcuno abbia appena sganciato una bomba atomica sul quartiere.
Un’area povera e densamente abitata, fatta di case in cemento da una stanza e un piano, Fort National consiste di un labirinto di strade strette che si arrampicano fino in cima alla collina. Prima del terremoto, questa zona di Port-au-Prince era conosciuta per le rivolte politiche che scoppiavano a intervalli regolari in risposta alla sempre instabile storia politica di Haiti. Questa, probabilmente, è una delle ragioni per cui in pochi hanno scelto di avventurarsi da queste parti per aiutare le vittime del terremoto.
Ora, il quartiere giace in rovine, con macerie e rifiuti accatastati su entrambi i lati della strada principale. Dalla cima della collina, attraverso le rovine, si può guardare verso il fondovalle, fino al mare. Il terremoto ha innescato una sorta di effetto domino che ha fatto sì che gli edifici crollassero uno sull’altro, creando una valanga di macerie che ha seppellito tutto il fianco della collina.
“Non sono nemmeno venuti a prendere i cadaveri”, aggiunge Lucia Desir, la cui figlia è ancora sepolta sotto le macerie che un tempo furono la casa di famiglia. Guidati dall’odore acre e al contempo dolciastro dei cadaveri, i residenti del quartiere, esausti sia dal punto di vista fisico che emotivo, passano le loro giornate a scavare tra le macerie per tirare fuori quei corpi che riescono a raggiungere. Poi li cremano sul posto, tra una rovina e l’altra. “A questo punto, non si tratta più solo di un problema di questo quartiere”, inveisce Moristil Roger, “le cose possono facilmente degenerare, e trasformarsi in una minaccia alla salute dell’intera città”. Proprio in quel momento, due ragazzi passano accanto a Roger, diretti verso il proprio campo profughi. Sono venuti a Fort National per trovare, e seppellire, i due genitori.

Fort National dista circa un chilometro da Champs de Mars, cuore di Port-au-Prince, il quartiere che ospitava il palazzo presidenziale e i ministeri e che ora invece si è trasformato in una tendopoli provvisoria e puzzolente per migliaia di persone rimaste senza casa dopo il terremoto.  Nonostante la vicinanza al centro città, però, quel po’ di aiuti internazionali arrivati a Champs de Mars non hanno ancora raggiunto Fort National. Alcuni dei residenti del quartiere fanno la strada a piedi fin giù alla ricerca di acqua potabile, ma la gente di qui ha disperato bisogno di molto altro. Il cibo scarseggia e, visto che il quartiere è completamente devastato, non c’è una toilette funzionante in tutta la zona.

“Alcuni di noi si sono trasferiti a Champs de Mars dopo il terremoto”, spiega Janette Prince, “ma è talmente fitto laggiù, se un po’ di aiuti arrivassero fin qui a Fort National, quelli che se ne sono andati tornerebbero”. Quelli che hanno scelto di rimanere, come ad esempio Prince, sono preoccupati di quello che potrebbe accadere se abbassassero la guardia. Tutto ciò che possiedono è ancora sotto le macerie, e per quanto poco sia sopravvissuto al terremoto, sono terrorizzati che bande di ladri vengano a scavare tra le rovine per portarsi via anche quello.
C’è tanta disperazione negli occhi dei residenti di Fort National sopravvissuti al terremoto. Nonostante abbiano sentito parlare dei piani del governo di spostare i senza tetto in nuovi accampamenti permanenti fuori città, non sono convinti che questi programmi li riguardino.
In generale, la fiducia nel governo centrale e nei pubblici officiali sta svanendo velocemente. “Alcune organizzazioni internazionali ci avevano portato delle tende grandi e nuove”, dice Pierre Richard Vilmeus, un residente di Fort National spostatosi a Champs de Mars dopo che la propria abitazione è stata distrutta dal terremoto, “ma la polizia è venuta e si è presa le tende”.
Quando si chiede loro di guardare avanti e riflettere sul lungo-periodo, i residenti di Fort National non sanno cosa rispondere. Nessuno sembra in grado di pensare al futuro. Sono le scosse di assestamento che continuano a sentirsi quotidianamente a terrorizzarli. “Abbiamo paura dell’arrivo di altri terremoti”, dice Janette Prince, prima di ritornare a sedersi sulle proprie macerie in attesa di un’altra notte insonne passata all’aperto.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Simone Comi
Il discorso sullo stato dell’Unione, primo passo per il rilancio dell’appeal presidenziale ?

Rilancio dell’occupazione nel 2010 e risanamento dei conti pubblici nel 2011. Questi i due punti fondamentali per la politica interna presentati da Barack Obama al Congresso, e alla nazione intera, nel primo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da quando è arrivato alla Casa Bianca. Un programma ambizioso, che si rivelerà certo di difficile attuazione. Che sembra però aver riportato a Washington quel pathos politico persosi negli ultimi mesi tra sterili dichiarazioni d’intenti e comunicati stampa scarni, quando non di taglio puramente informativo. Barack Obama ha posto a sé stesso e alla squadra di governo nuovi traguardi per il prossimo biennio, come fece in campagna elettorale e nel discorso di apertura della sua presidenza. L’amministrazione sarà però impegnata a far fronte a 7 milioni di posti di lavoro volatilizzatisi negli ultimi due anni di crisi e ad un livello di disoccupazione che ha ormai superato una barriera inquietante negli Stati Uniti, quel 10% mai più raggiunto dopo il 1983. Come scritto nell’articolo della scorsa settimana (inserire link), quel corto circuito comunicativo che sembra essersi creato tra il presidente e l’opinione pubblica dopo l’ingresso alla Casa Bianca del neo inquilino Barack Obama potrebbe distruggere quanto di buono i Democratici hanno saputo presentare al paese in questi mesi. La riforma del sistema sanitario e il sostegno alle banche e all’economia, misure che non sono state spiegate a fondo e percepite quindi dall’opinione pubblica come poco utili per il benessere del singolo cittadino, si sono rivelate in realtà un giusto compromesso tra il bisogno di riforme e la necessità di adoperarsi per salvare un settore fondamentale caduto in una crisi profonda.
Il programma di Obama per il prossimo biennio oltre che ambizioso, come già detto sopra, sarà articolato in più punti: riforma finanziaria, innovazione in campo energetico, incremento delle esportazioni e maggiori investimenti nel campo dell’educazione e della ricerca. Il successo dell’azione governativa potrebbe dipendere in buona parte dalla riforma del settore finanziario e dal raggiungimento degli obiettivi posti in campo commerciale. Nel discorso pronunciato davanti al Congresso il presidente ha sottolineato che, per sostenere la crescita dell’occupazione, gli Stati Uniti dovranno raddoppiare le esportazioni nell’arco dei prossimi cinque anni. Per far questo la Casa Bianca ha intenzione di utilizzare i 30 miliardi di dollari di fondi che gli istituti di Wall Street dovranno restituire al governo e Obama ha sottolineato che l’attuale amministrazione continuerà a proteggere l’economia del paese, imponendo, se servirà, tasse supplementari ai grandi istituti bancari o finanziari di Wall Street. Queste iniziative serviranno a supportare le banche statali, o regionali, di modo che queste riescano, a loro volta, a concedere credito alle piccole e medie imprese, chiamate quindi ad essere il vero motore della crescita occupazionale. Allo stesso tempo la Casa Bianca lavorerà per cercare di ridurre, se non estinguere, il deficit di bilancio, attestatosi a quota 1.416 miliardi di dollari nel 2009 e previsto a 1.350 miliardi di dollari per l’anno 2010. Il presidente ha confermato che verranno congelate le spese pubbliche non urgenti, o indispensabili, e verrà creata una commissione, formata da membri di entrambi i partiti, per vigilare sull’andamento del programma di riduzione del debito pubblico. Resta da verificare quale sarà il futuro della riforma sanitaria ora che i Democratici hanno perso la maggioranza al Senato. Barack Obama ha chiesto al Congresso riunito in sessione plenaria di completare l’opera di riforma e ha ammesso al contempo gli errori della Casa Bianca. Rivolgendosi ai Senatori repubblicani ha auspicato, se non un aperto sostegno, almeno un voto favorevole al progetto di riforma della sanità presentato qualche mese fa, a dimostrazione della volontà di non abbandonare quei cittadini che non riusciranno più a permettersi di pagare un’assicurazione sanitaria privata. Ugualmente il presidente ha chiesto un voto favorevole alla legge sul clima, così che possano essere incentivati l’efficienza energetica e l’utilizzo delle energie alternative o “pulite”. Entrambi i progetti sono bloccati al Senato e rischiano di rivelarsi un fallimento di non poco conto nel caso in cui non venissero approvati dai Repubblicani moderati, che fino ad ora si sono però schierati contro le iniziative della Casa Bianca.
Dopo una vittoria schiacciante alle elezioni presidenziali ed un primo anno carico di speranze, rivelatosi per certi versi più ostico del previsto, il presidente sarà ora costretto a cercare con sempre più convinzione l’appoggio delle ali moderate del Partito Repubblicano per poter dar vita alle riforme e agli interventi promessi agli elettori. Il discorso sullo stato dell’Unione potrebbe rivelarsi, mediaticamente, un buon trampolino di lancio per recuperare l’ appeal perso negli ultimi mesi, ma il futuro di Obama sarà legato maggiormente alla capacità dell’amministrazione Democratica di presentare progetti strutturati su linee guida condivisibili da entrambi gli schieramenti. Conquistare il voto Repubblicano al Congresso potrebbe rivelarsi la sfida più dura, e al contempo fondamentale, per tentare di conquistare un secondo mandato alla Casa Bianca.

simonecomi@hotmail.com 
http://simonecomi.blogsome.com

 


Gianfranco Aurisicchio
La solita aria a Davos

Klaus Schwab, fondatore e direttore del vertice di Davos in Svizzera, non ha esitato anche quest’anno a riunire i grandi della terra per la quarantesima volta, come tutti gli anni, con l’ambizione questa volta di superare la crisi, “migliorare lo stato del mondo, ripensarlo, ricostruirlo, ridisegnarlo”. Come tutti gli anni il programma e gli intenti paiono ambiziosi come quelli di un G8 o G20, e soprattutto destinati, a maggior ragione, a rivelarsi chiacchiere, o poco più, da salotto borghese. La versione alternativa di Davos, il Forum Sociale Mondiale, invece purtroppo non ci sarà. “Proprio quando la crisi economica ha messo in discussione l’ideologia trionfalista di Davos e ha dato ragione a molti ‘altermondialisti’, il FSM chiude i battenti”, paradossalmente. La crisi dà ragione ai critici dell’ultraliberismo, ai profeti dei pericoli della finanza e il Forum Sociale Mondiale, l’organizzazione che da’ loro voce, non si presenta, preferendo organizzarsi in forum nazionali permanenti.
L’aria che quest’anno sembra soffiare a Davos, temibile per i vari salotti della finanza mondiale e auspicata invece dai vari risparmiatori e autorità monetarie, è una certa chiamata alla disciplina: “abbiamo bisogno di uno sceriffo globale”, sembra che si senta riecheggiare tra le montagne svizzere. Parole in realtà già dette due anni fa, nel 2008, da George Soros quasi un mese prima che Bear Stearns fosse sull’orlo del collasso finanziario, poi evitato. Ed oggi, dopo due anni, non siamo vicini a nessuna sorta di regolamentazione finanziaria centralizzata, ed il tutto è stato lasciato dai vari G8, G20, etc, alla sola buona volontà e cooperazione tra i vari stati.  A Davos quindi si continuerà a parlare anche e ancora di regolamentazione finanziaria.
Una certa leadership nel riformare lo status quo è stata a dire il vero intrapresa dall’Amministrazione Obama, che da qualche tempo a questa parte quasi ogni settimana lancia nuove misure finanziarie, come la Volcker Rule la settimana scorsa, che dovrebbe prevenire le banche commerciali dal fare trading per proprio conto, o come la tassa sui salvataggi finanziari la settimana prima, andando fra l’altro in rotta di collisione con riforme intraprese autonomamente nel resto del mondo.   Ed in effetti Gordon Brown, il primo ministro inglese, non ha tardato, fedele al carattere indipendentista inglese, a congedare l’idea di Volcker come poco adatta al sistema inglese perché il problema della separatezza tra l’attività di private equity e degli hedge funds non esisterebbe, secondo Brown, nel Regno Unito. Non sembra chiaro però perché il Regno Unito non debba avere questo problema, visto che banche come Barclays per esempio sostengono gli stessi rischi come le loro controparti americane.
Dovrebbe ormai esser chiaro a Davos che l’approccio del procedere separatamente, del fare ognuno le sue cose, in un’economia globale e interdipendente, non porta da nessuna parte. Le banche sono globali, sono in grado cioè di organizzarsi in modo tale che, se la regolamentazione finanziaria di un paese è troppo vincolante, possono andare  in un altro paese per sfruttare un regime più favorevole. E questo non fa bene a nessuno. Il denaro cioè si muove verso quei luoghi in cui i rendimenti sono più elevati e la regolamentazione è meno stringente (cioè i paradisi fiscali). Quindi qual è il punto di una strategia regolamentativa che ridimensiona le banche negli USA se le banche in China, che sono così strettamente connesse con le altre, finiscono poi per raddoppiare la loro dimensione? Dopo tutto, in un’epoca di finanza globale, essere troppo grandi per fallire non è un problema nazionale, come l’Islanda ha dimostrato.
Serve quindi uno sceriffo globale, per usare le parole di Soros. Ma su cosa debba fare lo sceriffo e come debba essere costituito le opinioni sono discordanti tra gli stessi banchieri centrali e CEO di banche. Per Corrado Passera di Intesa SanPaolo, ad esempio, la mossa di Obama di “separare l'attività di commercial banking legata al mondo reale e l'attività di trading è giusto, perché sono regole del gioco diverse e bisogna premiare l'attività bancaria più orientata all'economia reale”. Non è invece sulla stessa linea Georges Pauget, amministratore delegato di Crédit Agricole e presidente della federazione bancaria francese, secondo cui le banche europee non dovrebbero abbandonare il regime di regolamentazione attuale e non dovrebbero soprattutto adottare norme troppo americane, come appunto la separazione tra banca commerciale e banca di investimento. Sulle stesse corde anche il governatore di Bankitalia Mario Draghi, che punta più sul rafforzamento dei requisiti patrimoniali.
In questo panorama continuano però ad essere adottate soluzioni unilaterali da parte di ogni paese, nota  Howard Davies, ex-presidente della Financial Services Authority inglese e ora direttore della London School of Economics e membro del consiglio di amministrazione di Morgan Stanley, e mette in guardia contro i rischi di politiche non coordinate e di arbitraggio regolamentativo. Davies intende presentare a Davos un piano per un regolatore globale con poteri reali, una sorta di WTO finanziario. Il timore, avvertito da tutti, è infatti che un mosaico di riforme non coordinate possa condurre ad una sovraregolamentazione. D'altra parte si teme anche che il timore stesso di sovraregolamentare la finanza, portato agli estremi, finisca per impedire ogni riforma e ogni ulteriore regolamentazione, soprattutto in un momento in cui il sentimento popolare è ancora caldo sul tema.
 Realizzare una vera e reale riforma che ridisegni il sistema finanziario globale richiederà probabilmente più di una serie di chiacchiere in uno chalet di montagna in Svizzera e non basterà certo l'intraprendenza di un Obama per guidare i vari capi di stato verso la riforma.  Sembra che sia veramente necessario uno sceriffo globale.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com


Alessandro Fanfoni
La Francia pronta a s-velare l’integrazione

Un velo torna a dividere la Francia e, forse a breve, l’Europa. Al tempo delle contrapposizioni idelogico-statuali, le frontiere correvano lungo muri fatti di cemento; oggi i muri sono di stoffa, vengono indossati e rappresentano delle frontiere-barriere culturali tutte interne alle nostre società sempre più plurali, ma sempre più composte da vasi non comunicanti.
Con ogni probabilità, la Francia sarà il primo paese europeo a vietare espressamente il velo integrale – burqa o niqab – sui mezzi pubblici e negli uffici pubblici perché “agli antipodi dei valori della République” – secondo la formula adottata dalla commissione parlamentare incaricata di dirimere la questione.
Sicurezza e libertà, comunità e individuo, identità e società: la Francia sembra avventurarsi verso un nuovo modello di intransigenza misurata, di valori prescrittivi che pretendono come corrispettivo dell’accoglienza un’adesione non solo formale alla legge, ma all’aspirazione ideale, suggellata costituzionalmente, di un’intera comunità nazionale.
Dopo la disfatta del multiculturalismo che ha segnato drammaticamente l’inizio del XXI secolo, si possono trovare le condizioni oggi per un modello di integrazione non-violenta e al tempo stesso non remissiva, non semplicemente finalizzata a realizzare un patch-work con un minimo comune denominatore troppo debole per definire i criteri di una nuova cittadinanza?

 

 


Davide Biassoni
I nuovi canali della comunicazione politica

Il day after ha mandato in onda una prevedibile serie di congratulazioni a Nichi Vendola per il trionfo nelle primarie pugliesi. Eppure, per il Pd la doccia fredda è un colpo non facile da dimenticare, tanto che Prodi ha rotto un lungo silenzio per domandare chi detenga ora il timone nel maggior partito d'opposizione. Le primarie all'americana per la selezione dei candidati furono importate proprio dai Democratici nel nostro paese e a lungo si è discusso sulla validità di questo meccanismo, sulla sua attendibilità e manovrabilità. A dispetto delle critiche degli scettici, va riconosciuto a questo strumento il merito decisivo di riuscire a risvegliare e mobilitare la società civile. In particolare, agli elettori viene restituita la possibilità di scegliere (almeno in parte) i propri rappresentanti, dopo che la legge elettorale per il Parlamento nazionale ha conferito notevoli prerogative alle segreterie di partito nella scelta insindacabile dei propri candidati. Per capire l'antistoricità delle liste bloccate basterebbe considerare i tratti distintivi dell'epoca in cui viviamo, in particolare gli eccezionali mezzi comunicativi e di conoscenza messi a disposizione di ogni cittadino dalla rivoluzione tecnologica-informatica, soprattutto con l'avvento di internet. Oggi, il singolo ha accesso non solo a qualunque fonte, tipo o qualità d'informazione, ma anche alla straordinaria facilità di comunicazione e connessione con altri individui, nell'edificazione di quello che è stato definito il villaggio globale. Ecco che allora le candidature progettate dai vertici e dettate delle geometrie politiche, frutto di calcoli basati su presunti rapporti di forza, sono ormai evanescenti senza la consapevolezza degli umori nel territorio. Non a caso, i networks stanno diventando sempre più determinanti nell’approntare un link diretto fra politico e cittadino, ed è proprio il dialogo continuativo con la base una delle chiavi di volta della competizione politica odierna e del successo (o insuccesso) elettorale. Un esempio antesignano è dato dalla strategia perseguita dalla Lega Nord, un partito fortemente radicato e che ha sempre cercato di far risaltare il proprio profilo popolare e popolano, per sintonizzarsi con l’elettorato di riferimento tradizionale (e non solo, vista la sua recente “espansione” sotto il Po), cercando di captare i segnali di malessere e le domande provenienti dal basso. Alla stessa stregua, vanno riconosciuti i limiti di questa impostazione: se da un lato il cittadino informato e consapevole è indiscutibilmente un bene assai prezioso per la democrazia, dall'altro c'è il rischio dell'instaurarsi di una politica sondaggistica e "sentimentale", con i partiti ridotti a inseguire le spinte anche più radicali e irrazionali dei votanti. La deriva populista, si direbbe. Il compito dei partiti, specialmente quelli maggiori, dovrà allora essere sempre più duale: da un lato ascoltare e capire, dall'altro formare e indirizzare. Quello che sta accadendo nel gioco delle candidature per le Regionali sembra, invece, andare in direzione opposta. Sono ormai settimane che viene prolungato il “risiko” delle alleanze, il quale verte principalmente sulla contesa alimentata proprio da PD e PdL nell'accaparrarsi il sostegno dei centristi. Gli effetti per essi controproducenti potrebbero non tardare a manifestarsi: innanzi tutto, l'involontario risalto al ruolo pivotale dell'UdC che farà sempre più pesare i propri voti, in contrasto con la simultanea dimostrazione di debolezza delle due colonne del bipolarismo italiano. Inoltre, dato che le candidature fin qui avanzate sembrano decise perlopiù sulla base di assunti ideologici, ciò potrebbe implicare un ulteriore distacco dalle questioni che stanno più a cuore al cittadino comune, il quale difficilmente potrà comprendere o accettare un toto-candidati del tutto estraneo a una discussione concreta sui programmi, in particolare su sanità e ambiente che toccano da vicino le Regioni stesse. E se la base diventa, da un lato, sempre più avulsa dai vertici, ma dall’altro più auto-informata, allora il suo voto si farà sempre più “liquido”, nonché imprevedibile per la classe dirigente.

biassoni_davide@yahoo.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 29 gennaio 2010

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle vacanze natalizie e nei giorni della ripresa dopo la pausa. Il 14 gennaio si è tenuto presso la sede della Prefettura di Milano l'incontro tra la Moratti, il ministro Maroni e l'Ad Stanca per la presentazione del Comitato di Coordinamento per l’alta sorveglianza sulle grandi opere e del Gruppo Interforze Centrale per l'Expo 2015 (Gicex). Il Gicex, costituito presso la Direzione centrale della polizia criminale, è composto da rappresentanti di tutte le forze di polizia esperti nel contrasto alle infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche e ha compiti info-investigativi finalizzati al monitoraggio e all'analisi dei dati delle verifiche antimafia e dei controlli presso i cantieri con particolare riguardo ad attività sensibili, oggetto di infiltrazioni mafiose come il ciclo del cemento, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti e il trasferimento di beni aziendali.
L’insediamento di queste strutture – ha sottolineato Letizia Moratti – costituisce un segnale importante per scoraggiare le infiltrazioni mafiose nel segno della sicurezza e della trasparenza. Oggi arriva una risposta forte e concreta contro la criminalità per garantire che la nostra Expo sia, a tutti gli effetti, esemplare e trasparente nel rispetto della legalità". "Inoltre ho concordato con i Ministri Matteoli e Alfano, per quanto di loro competenza, - ha concluso il Sindaco - di rafforzare le misure antimafia principalmente su due aspetti: maggiore visibilità e pubblicità delle informazioni relative alle imprese mafiose, e l'estensione delle verifiche antimafia in più settori relativi alle opere pubbliche”.
Sempre il 14 è stato presentato Skyland, progetto di Vertical Farm che l’ENEA, insieme ad Agrimercati, intenderebbe realizzare nell’area dell’Ex Macello di Milano in occasione di Expo 2015, dove sorgerà la città del Gusto e della Salute. Skyland nasce dalla collaborazione di architetti e agronomi con l’intento di creare un nuovo luogo in città, non un grattacielo ma un progetto architettonico avveniristico per la qualità della vita in città e per una cultura dell’alimentazione sana. E’ un progetto teso alla sostenibilità, dove tutta l’energia consumata verrà prodotta da fonti rinnovabili. Per saperne di più si può guardare il video di presentazione su youtube.
Il 20 gennaio si sono avviati a Milano presso Palazzo Turati i “Tavoli tematici Expo” promossi e organizzati dalla Camera di Commercio di Milano che ha visto nel ruolo di gran cerimoniere Bruno Ermolli, presidente di Promos, l'azienda per l'internazionalizzazione della Camera di Commercio stessa. I tavoli saranno convocati periodicamente con riunioni di un'ora e mezza e interventi di cinque minuti per ogni partecipante. Si articoleranno secondo nove macro settori: accoglienza, infrastrutture, energia e ambiente, credito, salute, arte e cultura, mobilità, solidarietà e no profit e ci sarà anche un tavolo dedicato specificatamente ai giovani. "Ho proposto che dopo una prima riunione", ha detto la Moratti intervenuta alla giornata di avvio, "i giovani possano essere presenti agli altri tavoli. E' un modo in più per far partecipare la città attraverso i suoi ragazzi a un progetto che è soprattutto loro". "Si tratta di tavoli per mobilitare le energie del sistema lombardo e nazionale - ha spiegato Stanca -. Senza un lavoro di squadra una manifestazione come l'Expo non può avere successo, e questo è un passaggio necessario, sia per portare contenuti, sia per coinvolgere il territorio". All'appuntamento erano presenti fra gli altri Alessandro Profumo, ad di Unicredit, Corrado Passera, Consigliere Delegato di Intesa SanPaolo, il presidente di Bpm Massimo Ponzellini, il presidente di Rcs Media Group Piergaetano Marchetti, il finanziere Francesco Micheli, l'ad di Fondiaria - Sai Fausto Marchionni, il presidente del Gruppo ospedaliero San Donato Giuseppe Rotelli, l'ad di Vodafone, Pietro Guindani.
Il 22 gennaio si è riunito a Palazzo Reale il primo CdA del 2010 che ha affrontato in particolare gli sviluppi nella realizzazione del masterplan del sito espositivo. Numerosi e significativi passi avanti sono stati compiuti nell’elaborazione del piano, in collaborazione con la Consulta degli architetti, in previsione del completamento di questo progetto per la consegna del dossier di registrazione al BIE prevista per il 30 aprile 2010. Rispetto al progetto del sito espositivo Stanca ha detto: ''che, alla fine, costerà di meno di quanto indicato nel dossier di candidatura'' aggiungendo che: “l'obiettivo è ottimizzare al meglio le risorse disponibili'' anche se non ha chiarito quale sarà l'entità del risparmio, ma ha tenuto a precisare che questo non implicherà una riduzione del progetto. “Cerchiamo di creare un progetto con una visione diversa, traendone benefici dal punto di vista finanziario'' ha concluso. La riunione del Cda è stata occasione per un aggiornamento in merito alle trattative in corso per la disponibilità delle aree del sito con i proprietari delle stesse in previsione di un accordo da siglarsi sempre in vista della registrazione del progetto entro fine aprile. Altro punto discusso dal Cda è stato quello relativo agli accordi di programma e ai protocolli d’intesa con le Province, al fine di valorizzare le migliori progettualità espresse dal territorio. Le Province manterranno la titolarità degli accordi operativi in linea con le politiche regionali e con il riconoscimento di un rilevante ruolo per i capoluoghi di provincia. Il Cda è stato informato anche in merito ai progetti di cooperazione internazionale, sulle modalità di costituzione e avvio, previsto nel 2010, del Centro per lo Sviluppo Sostenibile. Il Css, ha sottolineato Stanca, sarà il centro motore della cooperazione internazionale.
Si segnala poi come, per quanto possa apparire paradossale, la società Expo 2015 S.p.A. parrebbe non essere proprietaria del marchio di Expo 2015 dal momento che questo è ancora appannaggio del Comitato di Pianificazione che aveva gestito tutta la fase della candidatura; essendo questa una società andata in liquidazione - nel momento in cui è stata costituita la nuova Spa - e che aveva come suo asset principale proprio il marchio utilizzato in fase di candidatura, il liquidatore incaricato ha valutato il marchio 1 milione e 300 mila euro, soldi questi che l’attuale Società di gestione per avvalersene dovrà inserire nel bilancio 2010 sebbene gli attuali soci siano gli stessi del Comitato di Pianificazione. Dunque perché pagare un marchio che è di proprietà degli stessi soggetti? Da Expo 2015 chiariscono che, in realtà, tecnicamente non è proprio così e che si tratta semplicemente di regolarizzare l’utilizzo del marchio da parte di Expo spa seguendo le norme del diritto societario. Staremo a vedere.
Il 26 gennaio riunione fra la Moratti, Stanca e il Presidente della Consulta Architettonica Stefano Boeri, per fare il punto sullo stato di avanzamento del progetto da presentare ai commissari del Bie a fine aprile che sarà preceduto da un vertice previsto a Parigi a fine febbraio.
Il 27 gennaio è stata infine siglata a Roma fra Stanca e il Vicemistro Castelli una convenzione disciplinare sui finanziamenti statali per l'Esposizione Universale di Milano che stabilisce tempi e modi per l'erogazione dei finanziamenti garantiti dal governo nella Finanziaria 2008 che ammontano 1 miliardo e 486 milioni di euro (30 nel 2009, 45 nel 2010, 59 nel 2011, 223 nel 2012, 564 nel 2013, 445 nel 2014 e 120 nel 2015).

Segnalo infine l’intervista alla Moratti rilasciata ad Affaritaliani.it sul suo presunto non idilliaco rapporto con Stanca e un articolo di Gianni Barbacetto su Il Fatto Quotidiano relativo ad un fantomatico documento segreto con ad oggetto l’ Expo 2015.

Altri eventi:
-          Il 13 gennaio è stato reso noto che la Fondazione Milano per Expo 2015, rispondendo all'appello dell'arcivescovo di Milano Tettamanzi e del sindaco, ha deciso di destinare la somma di 100 mila euro alla popolazione di Haiti colpita dal terremoto.
-          Il 18 gennaio a Palazzo Marino è stato siglato un Protocollo di intenti fra la Moratti, Stanca, il Presidente della Provincia di Bergamo Ettore Pirovano e l’assessore della Provincia di Bergamo alle Grandi infrastrutture, Pianificazione territoriale Expo 2015 Silvia Lanzani, che sancisce la collaborazione della Provincia di Bergamo in vista di Expo 2015. La Provincia di Bergamo e Expo collaboreranno per organizzare congiuntamente iniziative culturali, artistiche, economiche e scientifiche su argomenti che riguardano il tema della manifestazione e che sono di reciproco interesse.
-          Il 26 gennaio Stanca ha sottoscritto una convenzione con il Presidente della Fondazione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci Giuliano Urbani (che è entrato a far parte del Gruppo Cultura di Expo 2015 Spa) che sancisce l’impegno a realizzare iniziative congiunte di comunicazione e di promozione dell'Expo 2015 attraverso il coinvolgimento delle istituzioni, dei centri di ricerca e di divulgazione scientifica e culturale.

Alla prossima

s.florio@libero.it



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Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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