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Home » Newsletter n. 196 - 5 febbraio 2010
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 6 Numero 196 – 5 febbraio 2010
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 196.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini
Smog a Milano, tra libertà e responsabilità. Chi è causa del suo mal….


Davide Biassoni
Ciò che resta delle istituzioni


Simone Comi
Una nuova strategia statunitense per l’area del Pacifico?


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Obama e il male oscuro della DIS-Unione Europea


Gianfranco Aurisicchio
Scene di lotta a Davos


Alessandro Fanfoni
Diplomazia acrobatica


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Nicola Pasini
Smog a Milano, tra libertà e responsabilità. Chi è causa del suo mal….

Il punto centrale della faccenda è che, per dirla con Mancur Olson nella La logica dell’azione collettiva, “i gruppi numerosi o latenti (comprese le ordinate e disordinate metropoli…) non hanno nessuna tendenza ad agire spontaneamente a sostegno dei loro interessi comuni”. In altri termini, l’unica soluzione per fare in modo che i membri dei grandi gruppi (come i cittadini di Milano) si comportino in maniera virtuosa, è l’uso di sanzioni o incentivi da parte dell’autorità legittima che scoraggino il comportamento anti-sociale. Qui, però, casca l’asino. I cittadini di Milano sono gonzi due volte: la prima, si comportano pensando di essere dei free-riders (liberi battitori), ma, di fatto, il loro comportamento opportunistico (inquinare utilizzando sempre l’auto o tenendo i termosifoni a mille) ricade anche su se stessi e non solo sugli altri (lo smog non fa distinzioni tra saggi e deficienti); la seconda, continuano a votare rappresentanti politici irresponsabili (vedi l’inconsistente Moratti) perseverando nel farsi male….Certo, è pur vero che non esiste opposizione! Insomma, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

E’ sì in gioco la libertà, ma pure la responsabilità. Un grande liberale come John Stuart Mill, totalmente snobbato in Italia, nel suo bellissimo libro, On Liberty, era ovviamente interessato a tutelare la libertà individuale e proteggerla dalla maggioranza morale e sociale e, tuttavia, era anche molto preoccupato dei danni che un individuo, attraverso la sua libertà comportamentale, può fare agli altri (harm to others!)
All’interno delle società liberal-democratiche, coloro i quali non si preoccupano della propria salute, non hanno il diritto di minacciare con il proprio comportamento irresponsabile la salute altrui.

Io penso che vincolare le libertà di colui che non si limita a compromettere la propria salute, ma impedisce anche agli altri con il suo comportamento di vivere in condizioni di salute favorevole al loro benessere, trova una buona giustificazione. Infatti, a ciascuno sono riconosciute tutte quelle libertà che sono compatibili con le libertà altrui. Se, quindi, il compito dello stato (e del comune) consiste nel proteggere la libertà del singolo individuo da interferenze esterne, allo stesso modo deve difendere i suoi membri dagli abusi della sua libertà. Mi piace qui ricordare il grande scienziato e medico Giulio Maccacaro, “se prevenzione è promozione e tutela della salute, essa non può concludersi nell’ambito individuale, ma deve compiersi in quello sociale: cioè l’ambito di vita dell’uomo, là dove egli è in quanto sono gli altri (…)”.
Sono, quindi, d’accordo a restrizioni della libertà privata le quali, per quanto paternalistiche, concorrono al bene comune. Evitando però di ricercare l’assoluta sovranità della società sull’individuo o viceversa, ma lavorando piuttosto per una soluzione pragmatica (trade-off), sapendo poi che soluzioni ottimali non sono alla nostra portata.
Mi rendo conto che richiedere alle persone di cambiare o alterare comportamenti opportunistici o anti-sociali è più o meno richiedere loro di abbandonare la cultura dominante, ma in attesa della pioggia….milanesi, un po’ di coraggio, inforcate la bicicletta e pedalate…!!!

direzione@formazionepolitica.org


Davide Biassoni
Ciò che resta delle istituzioni

Il perpetuarsi e l'acuirsi della collisione fra politica e magistratura sta rendendo sempre più macroscopica la ferita inferta alle istituzioni repubblicane e democratiche italiane, con particolare riguardo al principio cardine della separazione dei poteri dello stato. Se il potere si controlla con il potere onde garantirne un corretto esercizio secondo la lezione americana dei checks and balances, il braccio di ferro attuale sta ormai deflagrando in una battaglia a tutto campo. Con l'approvazione in prima lettura alla Camera del provvedimento sul legittimo impedimento abbiamo assistito ad un'ulteriore schermaglia di questo duello, lungi dall'esser l'ultima puntata di una serie che promette di perdurare ancora a lungo. Di emblematica importanza è l'obiettivo stesso della legge, il quale fa esplicito riferimento al “sereno svolgimento del governo”: non c'è quindi più spazio per paraventi ed escamotages, in quanto appare evidente come PdL e Lega abbiano compattamente aderito al teorema persecutorio, elaborato dal centrodestra e che vedrebbe coinvolta una parte della magistratura contro il Presidente del Consiglio in carica. La “soluzione” appare l'ennesimo tampone che la maggioranza ritiene indispensabile per proteggere il proprio leader e garantire l'azione dell’esecutivo dopo la bocciatura del Lodo Alfano, lodo che sarà ripresentato quanto prima in veste costituzionale per superare il veto della Consulta. E di fronte all'approntamento di un “quadruplice scudo” – processo breve retroattivo, legittimo impedimento, Lodo Alfano bis e reintroduzione dell'immunità parlamentare – la reazione delle opposizioni è stata veemente, in particolare da parte dell'Italia dei Valori, ossia la formazione che esercita l'anti-berlusconismo più intransigente. E proprio contro Di Pietro si è scatenato un duro attacco a mezzo stampa, prendendo spunto da una foto del 1992 pubblicata su un quotidiano e che ritrae l'ex PM con Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde, alcuni giorni prima dell'arresto. Domande al vetriolo, sospetti e veleni sono stati così scagliati contro uno dei protagonisti della stagione di Mani Pulite e verso le inchieste del pool milanese che segnarono l'affondo della Prima Repubblica e l'avvio di una nuova stagione politica. La susseguente ondata accusatoria contro il leader dell'IdV, alimentata specialmente da una parte della stampa, rientra certo in una prevedibile (e non certo inedita) strategia di delegittimazione morale dell’avversario politico, con l'intento di mettere in discussione l'alleato principale del maggior partito di opposizione, peraltro costruendo una tesi che vedrebbe Tonino alleato con i servizi segreti americani. Eppure, pare quantomeno singolare sostenere che gli Stati Uniti avrebbero avuto interesse ad abbattere il pentapartito filo-atlantico in favore del PDS, ossia l'erede del più forte partito comunista d'Occidente. Tuttavia, anche prescindendo dalla fondatezza di una tesi ancora tutta da giustificare, si dovrebbe riflettere sull'eredità che le inchieste giudiziarie contro Tangentopoli hanno lasciato nell'intero paese: da un lato, i sostenitori che ne esaltano l'azione purificatrice e rifondatrice, dall'altro i detrattori che ne condannano gli eccessi e le arbitrarietà. Ad ogni modo fu proprio in quel frangente che, complice il virulento sdegno verso il sistema delle tangenti, le gravi inefficienze del sistema, le prerogative della classe dirigente, nacque appunto la speranza di un nuovo sistema politico-partitico più trasparente, onesto, efficiente ed equilibrato. Demolire quello spartiacque significa allora far traballare una delle fondamenta su cui si cercò di edificare una Seconda Repubblica migliore di quella precedente, la quale al contrario pare ancor'oggi preda della viscerale anti-politica contro caste e intrighi di palazzo e, dall'altro, dilaniata dall'accusa di parzialità nell'operato dei magistrati. L'epicentro dello scontro è ai giorni nostri la figura di Silvio Berlusconi, e nemmeno la sua eventuale e futura uscita di scena dall'agone politico sembra prefigurare un abbassamento della tensione: sarebbe abbastanza semplice immaginare infatti il disorientamento e lo smembramento del PdL, un'opposizione ancora priva di una solida alternativa post-berlusconiana, un Parlamento ridotto a camera di notifica delle decisioni governative e indiziato di volere difendere a ogni costo il proprio status privilegiato, e infine una magistratura sospettata di ingerenze e trame politiche. Dopo le regionali di primavera, ci sarà un lungo triennio senza elezioni: si aprirà perciò uno squarcio di tempo nel quale sarà indispensabile elaborare una fuoriuscita da questa corrosiva crisi di equilibrio istituzionale.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Simone Comi
Una nuova strategia statunitense per l’area del Pacifico?

La Casa Bianca sembra aver lanciato una nuova strategia nell’area del Pacifico, incentrata su un intervento politico e strategico più incalzante. Mentre con la Cina l’amministrazione Obama sembra esser pronta ad un confronto serrato a livello politico e diplomatico, per spingere il governo di Pechino ad avallare nuove sanzioni ed un atteggiamento deciso rispetto alle questioni riguardanti il nucleare iraniano e quello nordcoreano, al governo iraniano vengono inviati segnali sempre più chiari e minacciosi. Il dislocamento di unità anti-missilistiche nella zona dello Stretto di Hormuz, e gli accordi con alcuni paesi della regione, lasciano pensare che l’amministrazione Democratica stia cercando di limitare il più possibile le opzioni propagandistico-militari iraniane, in modo da costringere i negoziatori impegnati nelle discussioni sul programma nucleare a mantenere un atteggiamento più morbido e ricettivo rispetto a quelle che sono le richieste e le condizioni poste dalla comunità internazionale.
Le dichiarazioni a favore della completa libertà di utilizzo della rete telematica e la vendita di armi a Taiwan hanno provocato un subitaneo innalzamento della tensione tra Washington e Pechino. La Casa Bianca sembra aver lanciato un’offensiva politico-diplomatica nei confronti della Cina, con lo scopo di garantire la stabilità e la sicurezza nello stretto di Taiwan e indurre al contempo il governo cinese ad appoggiare con maggior vigore le iniziative statunitensi e della comunità internazionale rispetto alle questioni del programma nucleare iraniano e di quello nordcoreano. La risposta cinese non si è fatta attendere e il governo ha deciso di sospendere gli scambi militari e i rapporti in materia di sicurezza con gli Stati Uniti, minacciando al contempo di imporre sanzioni commerciali alle aziende che venderanno armi a Taiwan. Le dichiarazioni ufficiali rilasciate dai rappresentanti dei due paesi lasciano trasparire uno stato di tensione che potrebbe ulteriormente esacerbarsi e le posizioni diplomatiche sembrano essere quanto mai distanti e contrapposte. Da una parte Jim Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, ha cercato di smorzare i toni della polemica dichiarando che i due governi sono impegnati a costruire una relazione forte e che la fornitura di armi, oltre ad essere di carattere difensivo, rientra nell’ambito del Taiwan Relations Act, accordo che il governo statunitense intende rispettare. Dall’altra, l’esecutivo cinese sembra pronto a ritirare l’appoggio, e anzi a porre il veto, a nuove sanzioni internazionali contro il governo di Teheran, bloccando di fatto l’avanzamento delle discussioni sul dossier nucleare iraniano e, probabilmente, anche su quello nordcoreano.
La decisione del Pentagono di dislocare nell’area del Golfo Persico un numero imprecisato di unità Aegis, dotate di radar e missili intercettori in grado di distruggere missili a corto e medio raggio, sembra essere invece un preciso segnale al governo di Teheran. Creare uno scudo radar e difensivo nella zona dello Stretto di Hormuz significa togliere la possibilità al regime iraniano di minacciare un attacco missilistico contro Israele, contro le basi statunitensi nella regione o contro i paesi del Golfo ostili al paese degli ayatollah. L’unico vettore capace infatti di superare il sistema Aegis potrebbe essere lo Shebab-3, ancora in fase sperimentale e lontano quindi dal poter essere utilizzato dalla Forze Armate iraniane in situazioni operative. Al contempo gli Stati Uniti, dopo aver firmato con Qatar, Kuwait, Bahrein e Emirati Arabi Uniti accordi per il dislocamento delle unità navali nella regione, forniranno missili Patriot al governo kuwaitiano impegnato nel rinnovamento delle proprie difese missilistiche e incrementeranno probabilmente il numero degli effettivi in Arabia Saudita, che passeranno da 20.000 a 30.000 unità. L’ iniziativa della Casa Bianca dovrebbe limitare le opzioni iraniane nel caso di ulteriori difficoltà sul fronte negoziale: senza più la reale possibilità di minacciare attacchi missilistici contro i paesi della regione, il regime di Teheran sembra aver perso un’importante strumento di propaganda per mettere in difficoltà i negoziatori internazionali.
Il Congresso statunitense ha inoltre approvato una risoluzione che consentirebbe al presidente di imporre nuove sanzioni nazionali contro l’Iran, tra cui quella che prevede interventi contro le aziende straniere che riforniscono il paese di benzina. Per un paese come l’Iran, che soffre la storica carenza di raffinerie e quindi fortemente legato all’importazione di idrocarburi già lavorati, potrebbe rivelarsi dunque estremamente pericoloso mantenere un atteggiamento diplomatico di aperta ostilità durante i negoziati.
E’ difficile poter prevedere ora se le iniziative poste in essere dall’amministrazione guidata da Barack Obama porteranno o meno ad un successo in sede negoziale su questioni che si trascinano ormai da tempo, che paiono essere ancora lontane da una conclusione minimamente condivisa. Difficilmente gli Stati Uniti potranno tenere a lungo una postura così rigida, e per certi versi sfrontata, in una regione caratterizzata da un’estrema fluidità in termini di strategie politiche e diplomatiche. Washington dovrà cercare, in primo luogo, di allentare le tensioni con la Cina, affinché questa non si trasformi in un ostacolo, insormontabile, sui diversi tavoli negoziali. L’astensione di Pechino sembrava esser certa in caso di voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non sarebbe però da escludersi la possibilità che, a fronte di quanto successo, il governo cinese decida di porre il veto, e di rimandare ancora, un ulteriore inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran, facendo segnare al contempo un arretramento dei rapporti tra il gigante asiatico e la superpotenza statunitense.


simonecomi@hotmail.com    

http://simonecomi.blogsome.com

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Obama e il male oscuro della DIS-Unione Europea

Adesso la colpa è del trattato di Lisbona! Obama ha declinato l’invito a partecipare al prossimo summit UE-USA e la colpa sarebbe del trattato, reo di aver moltiplicato le cariche, aggiungendo a presidente della Commissione (Barroso) e presidente di turno dell’Unione (in questo momento Zapatero) sia il presidente del Consiglio (il belga Van Rompuy) sia l’Alto rappresentante per la politica estera… Una ricostruzione di questo tipo è tanto superficiale quanto diffusa. Inoltre non aiuta ad individuare i reali problemi di fondo.
Qualche brevissima riflessione.
1) Il funzionamento delle istituzioni non dipende mai solo dai testi normativi che le disciplinano, ma è in misura rilevante “fatto” dalla prassi che, col tempo (v. in proposito ultimo contributo di “Novelle”), si instaura nelle e, soprattutto, tra le istituzioni. Si noti che le prassi, nell’ordinamento europeo, sono rimesse all’operare tanto delle istituzioni europee, quanto (delle volontà) dei Governi nazionali (!).
2) La ratio alla base della previsione dei nuovi incarichi previsti dal trattato di Lisbona è stata sin dall’inizio quella della semplificazione e, quindi, della concentrazione in due istituzioni europee (e non nazionali!) della visibilità dell’Unione all’esterno. Sinora, nella prassi, così non è stato, con Zapatero a dimenarsi – come hanno fatto buona parte dei colleghi che l’hanno preceduto – per la visibilità del proprio governo nazionale: non è forse vero che il premier spagnolo ha insistito moltissimo perché il summit con Obama si tenesse a Madrid invece che a Bruxelles, puntando ad esso per recuperare un po’ del gradimento perso nel suo paese per i problemi economici e sociali interni? Del resto, lo hanno sottolineato tanti commentatori e diplomatici…
3) Dirk De Backer, portavoce di Van Rompuy ha dichiarato dopo la scoppola della notizia del forfait di Obama: “una cosa è chiara: in futuro spetterà alla presidenza stabile [Van Rompuy] la preparazione e la presidenza dei summit. E questi incontri si terranno a Bruxelles. Lo dice il trattato”. Il trattato di Lisbona, appunto. Chissà quanto questo fa piacere ai Governi nazionali…
4) Al di là del caso particolare, l’Unione è troppo spesso usata dai Governi nazionali per interessi nazionali di breve periodo: si pensi alle campagne elettorali in occasione delle elezioni del Parlamento europeo (“Novelle” se ne occupò a suo tempo). Questo perché gli Stati membri sono in realtà concentrati esclusivamente sui loro problemi interni: le elezioni in Gran Bretagna, l’identità nazionale in Francia, le faccende di Berlusconi in Italia, il vacillare del gradimento di Zapatero in Spagna, il rischio di bancarotta in Grecia, ecc.
Notizia di ieri, 4 febbraio: l’accordo tra Merkel e Sarkozy per un’“Agenda franco-tedesca del 2020”, documento che ha ad oggetto una strategia politica ed economica di integrazione sempre più stretta tra i due paesi. Un’iniziativa intergovernativa come questa, condotta al di fuori dell’Unione, non va forse a minare il progetto europeo d’integrazione, tanto più perché condotta dai due motori storici dell’integrazione europea? Ed ancor di più se si pensa che in sede europea si stanno discutendo le prospettive dell’Unione di qui al 2020!
L’Unione è oggi più che mai minata da un intergovernamentalismo feroce: è questo il male oscuro – oscuro perché diffusamente ignorato o considerato inevitabile – che sta attanagliando l’Unione ed il progetto di “un’integrazione sempre più stretta”. È lì l’origine della confusione istituzionale di questi giorni. È lì l’origine di una crisi le cui dimensioni potrebbero produrre effetti irreparabili. Il tempo passa e le problematiche economico-politiche sono sempre più complesse e globalizzate. Intanto l’Unione è irretita da un intergovernamentalismo che, spesso camuffato dietro una superficiale retorica europeista (Frau Merkel e Monsier Sarkozy docent!), è in realtà cieco dinanzi alla dimensione globale delle sfide che la politica di oggi deve affrontare, nonché ai limiti insuperabili degli Stati nazionali ed alle potenzialità dell’integrazione europea rispetto a quelle; e, incapace di visioni di lungo periodo, la sta, lucidamente e coscientemente, frammentando in una sempre più irrilevante dis-Unione.

mariodiciommo@yahoo.it


Gianfranco Aurisicchio
Scene di lotta a Davos

Nel World Economic Forum, appena conclusosi a Davos, si sono scontrati, sovrapposti, intrecciati e rincorsi due opposti blocchi, o famiglie, con opposti interessi, aspettative e prerogative da raggiungere: i banchieri da una parte ed i politici con i loro economisti dall’altra.
Per i primi, i banchieri, sembrano ormai finiti i tempi in cui usavano il salotto di Davos per intrattenere ambiziosi e multimiliardari clienti sulla insostenibile bellezza della finanza (sgregolata). Nei giorni scorsi erano infatti particolarmente impegnati tra i corridori e le salette ovattate del moderno ed elegante Centro Congressi di Davos a fare lobby contro un’ondata di proposte di maggiori controlli su bonus, trading e derivati e contro tentativi di riforma, in senso stringente, degli accordi monetari di Basilea, il cosiddetto Basilea II sui cui premono tra gli altri Sarkozy e Obama.
Per i secondi, i politici e i loro economisti più o meno di analoga bandiera, Davos è stata un’occasione per cercare di stringere le fila da un lato per un accordo globale e coordinato su una maggiore regolamentazione finanziaria, e dall’altro per capire cosa fare in questa fase di post-recessione con l’ingente quantità di liquidità immessa nel sistema economico.
Per quanto riguarda i tentativi di accordo globale per una stretta regolamentativa, il Financial Stability Board e il Comitato di Basilea sulla Supervisione Bancaria cercavano di capire a Davos come intervenire sui limiti di capitale e liquidità delle banche per il futuro, per evitare che queste ripetano l’assunzione di rischi spropositati e conseguenti default a catena. A questi tentativi, si sono anche affiancati i vari sforzi di Barack Obama, Nicolas Sarkozy, e di Alistair Darling, il Cancelliere inglese, per orchestrare di comune accordo una risposta più comprensiva, oltre le singole misure già intraprese autonomamente. Rimane tuttavia parecchia incertezza sul come un eventuale divieto o separazione funzionale nell’operatività bancaria possa essere implementata. E gli stessi banchieri hanno mutato atteggiamento nei giorni di Davos cominciando a scambiarsi opinioni sui limiti delle proposte regolamentative del comitato di Basilea, ponendo sotto accusa le nuove regole sul capitale di Basilea che prevedono partecipazioni limitate piuttosto che il controllo totale di istituzioni finanziarie con operatività diversa dalla casa madre.
I politici invece erano più preoccupati sull’andamento futuro delle rispettive economie per dare troppa retta alle questioni dei banchieri. Certamente erano consci di aver salvato le economie con le loro politiche fiscali, che infatti dopo le iniezioni di liquidità sono ripartite in maniera inaspettatamente positiva e anzi hanno registrato trends di crescita superiori alle attese.  Tuttavia a Davos era palpabile la loro preoccupazione per una ripresa anomala, lenta e dallo strano andamento. A quanto pare le due prospettive di crescita sono tra “W” e “Luv”, che non sono un codice esoterico né lo slang dei teenagers americani per dire “amore”, ma l’andamento del ciclo economico, che nel primo caso può avere l’andamento di recessione-breve ripresa-breve recessione-ripresa, appunto una W, mentre nel secondo caso può essere ben più drammatico perché prevede una lunga recessione, seguita da una ripresa inconstante di alti e bassi, per poi concludersi con un breve ciclo di recessione e ripresa, Luv appunto, alla faccia dell’amore…
Queste “rosee” previsioni sono alimentate dalla paura degli enormi deficits che tutti i principali paesi hanno accumulato per finanziare la ripresa (o meglio, per arginare la recessione), ormai inservibili per essere una seconda fonte di finanziamento in caso di recessione o default prolungati. E sono anche alimentate dal fatto che la domanda debole non alimenta una ripresa consistente, ma un ripresina a singhiozzo, tipo u o w appunto.  Le esportazioni non sono più un traino in una economia globale, perché sono ormai un gioco a somma zero e la Terra in totale non ha certo un conto aperto con Marte.
Gli interrogativi che giravano a Davos erano pertanto focalizzati sugli stimoli monetari e di bilancio: quando, dove e come revocarli? Il Forum è però terminato, ahimè, senza una risposta…

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com

 


Alessandro Fanfoni
Diplomazia acrobatica

Tracciare un bilancio della visita di Berlusconi in Israele e Palestina, costringe inevitabilmente a duplicare la stessa traiettoria ondivaga seguita dal premier che, nella ricerca di un equilibrio tra ragioni e dolori degli uni e degli altri, ha finito per scontentare tutti.

Un tale esito è più da ascrivere alla destrezza acrobatica di Berlusconi o all’oggettiva complessità della questione israelo-palestinese che non ammette neutralità e al tempo stesso punisce ogni partigianeria?

La dichiarazione di amicizia nei confronti di Israele è stata compensata dalla critica alla politica degli insediamenti, a sua volta bilanciata dalla legittimazione dell’operazione militare “Piombo fuso” e dal sogno di Israele membro dell’Unione europea, ancora una volta corretta dal cordoglio per le vittime palestinesi con tanto di rievocazione di una Shoah araba.
In breve, come si diceva, una condotta difficile da seguire, seppure nella rottura della storica politica italiana dell’equidistanza – che in realtà ha sempre malcelato una propensione di vicinanza alle ragioni palestinesi.
Certamente, se c’è qualcuno che più di ogni  altro si è risentito per le dichiarazioni di Berlusconi è stato il governo di Teheran che ha dovuto incassare la netta contrarietà dell’Italia alla nascita di un Iran nucleare.
Tuttavia, ancora una volta, non sembra che si sia andati più in là di un gioco tattico di posizione, di frammenti allo specchio che, al netto della retorica diplomatica, possono essere misurati solo con atti concreti.

P.s.
“Con un miliardo e 776 milioni di euro complessivi di scambi - cifra elaborata dalla Camera di commercio italo-iraniana su dati Eurostat - l'Italia si conferma anche nel primo semestre di quest'anno (2009)primo partner commerciale europeo dell'Iran.” (
Il Sole 24 ore)

 

 



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